Capitolo 353: I Film da Febbre


Sarà la fine della stagione calcistica, sarà una febbre fulminante che mi ha colpito la scorsa settimana, sarà il biglietto del cinema a metà prezzo: fatto sta che nelle ultime due settimane ho visto la bellezza di undici film (di cui due ho omesso dal capitolo, visto che li avevo recentemente recensiti sul blog: parlo di Animali Selvatici e de Il Sol dell’Avvenire, che sono andato addirittura a rivedere). Per il resto, a parte Cronenberg e Bellocchio, che vedevo per la prima volta, in questo capitolo trovate solo film “presa a bene”, visioni rassicuranti che avevo voglia di ritrovare durante i giorni con l’influenza (e quelli successivi). Ce ne vorrebbero di più di periodi pieni di “film da febbre”. Magari senza febbre però.

La Zona Morta (1983): Non ho letto il romanzo di Stephen King, da cui Cronenberg ha tratto il film in questione, ma sono certo che la versione letteraria riesca ad esprimere tutto il potenziale di una storia che, su pellicola, funziona seppur apparendo inevitabilmente datata se vista oggi. Christopher Walken va in coma in seguito ad un incidente e quando si risveglia, cinque anni dopo, ha perso il lavoro e la fidanzata, ritrovandosi però con dei sorprendenti poteri da sensitivo, grazie ai quali prima aiuta Tom Skerritt a risolvere un caso di omicidio e poi decide di aggiustare il mondo a suo modo. Visto che non siamo su Prime Video, dove ho visto il film (solo in italiano, con rumori ambientali praticamente annullati, creando un effetto ovatta che ha rovinato non poco la fruizione), non vi rivelerò il finale, cosa che invece sulla sinossi del servizio streaming di Amazon è scritto per filo e per segno, senza porsi alcun problema nei confronti di chi vorrebbe vedere il film senza rovinarsi le sorprese. Bello, anche se il pessimo audio e il finale spoilerato mi hanno impedito di apprezzarlo di più.

Frances Ha (2012): Uno dei miei comfort movie per eccellenza, nonché punto fermo della mia personalissima Top 5 dei film preferiti di questo secolo. Noah Baumbach dirige Greta Gerwig in un film scritto a quattro mani dalla coppia più bella del cinema statunitense: Frances è una trentenne con pochi soldi, lavoro che più precario non si può, relazioni sentimentali ancora più precarie. Però ha un’amica cara, una casa, poi un’altra, coinquilini (Adam Driver e Joel di Mrs Maisel), tanta passione e tanto bisogno di trovare il suo posto nel mondo. Citazioni cinematografiche a go go (da Carax a Truffaut) in un manifesto dei trentenni di oggi che più bello non si può. Se avessi tempo, talento, soldi e qualche altra cosa del genere per girare un film tutto mio, questo è esattamente il tipo di film che vorrei girare.

Rapito (2023): Al di là del fatto che ho visto il film in mezzo ad una pozzanghera (no, non era una proiezione all’aperto, semplicemente il cinema Madison dopo un acquazzone), ho trovato il film di Marco Bellocchio, sul quale avevo riposto parecchie aspettative, più interessante che riuscito. La vicenda racconta la storia vera del piccolo Edgardo Mortara, bambino di famiglia ebrea, battezzato segretamente da una domestica e quindi condotto di forza in Vaticano, su volere del Papa in persona, per ricevere un’educazione cristiana. La prima parte è senza dubbio coinvolgente, addirittura esplosiva nella fase centrale, quando è inevitabile provare un senso di rabbia di fronte allo schermo. Poi però la storia perde mordente, molte sottotrame che potevano essere fonte di grandi idee (l’amicizia tra i bambini, il rapporto tra la Chiesa e gli ebrei romani) si chiudono senza essere state sviluppate a dovere. Resta un film importante, su una vicenda scandalosa che ancora una volta sottolinea i danni fatti dagli uomini quando decidono di abusare della religione per dare voce alle loro convinzioni. Da Bellocchio mi aspettavo però qualcosa in più.

I Due Superpiedi Quasi Piatti (1977): Qualche giorno di febbre mi ha costretto a stare a casa più del dovuto per cui, accettata tale condizione, era il momento di tirare fuori dal passato i classici “film da febbre”. Tutti, penso, abbiamo quei film che da bambini, nei giorni di influenza, vedevamo più e più volte, perché simpatici, leggeri, piacevoli, senza implicazioni intellettuali o drammatiche. I classici film che ti permettono di mantenere la testa sgombra, soprattutto quando la febbre non ti permette di impegnarti in qualcosa di più serio. Ed ecco che, nel mio caso, arrivano subito a darmi manforte Bud Spencer e Terence Hill, stavolta a bordo delle motociclette della polizia, alle prese con l’omicidio di un uomo cinese e un traffico di droga internazionale. Lo so praticamente a memoria, eppure continuo a ridere sempre per le stesse battute, le stesse scene, le stesse smorfie: su tutte la rissa nel bar, dove i nostri fingono di essere uno zoppo e l’altro sordomuto, e l’incontro con le due avvenenti e pericolose Galina Kocilova e la sua amica Angie. Classico film di cui non mi stuferò mai.

Il Segreto del mio Successo (1987): In occasione del compleanno di Michael J. Fox, il canale 27 ha riproposto questo film di Herbert Ross (più celebre probabilmente per il film Provaci ancora Sam, con Woody Allen), che quando eravamo ragazzini la tv ci proponeva e riproponeva ogni 3×2, addirittura in prima serata, se la memoria non mi inganna. Commedia degli equivoci a sfondo yuppie-capitalista con il nostro Michael che si fa assumere come portantino nell’azienda dello zio e, contemporaneamente, lesto nell’utilizzare un ufficio vuoto per fingersi dirigente, utilizza i suoi studi precedenti e alcune buone idee per scalare così le tappe verso il successo. Il film è meno scemo di quanto la storia voglia far credere: c’è l’inevitabile sottotrama sentimentale a reggere tutto il carrozzone e qualche gag decisamente riuscita (in primis la notte nella villa dello zio, dove molti nodi vengono al pettine). Non particolarmente originale, ma è piuttosto facile prendersi a cuore le sorti di Fox, soprattutto nel momento in cui deve condurre un doppio ruolo (un po’ come aveva fatto Pippo Franco quattro anni prima). Carino.

La Persona Peggiore del Mondo (2021): Uno dei film rivelazione degli ultimi anni, con una delle attrici rivelazione (Palma a Cannes per la memorabile Renate Reinsve). Un film sulle scelte, sulle infinite possibilità e strade che la vita può prendere, ma anche sugli errori che facciamo, sulle pagine bianche da riempire. Insomma, anche questo è un film sull’avere 30 anni in questo particolare periodo storico, che la protagonista sia negli Stati Uniti, in Italia o in Norvegia, è comunque una faccenda piuttosto complicata. Cercare di realizzarsi può ferire noi stessi e le persone alle quali teniamo, ma sentirsi “la persona peggiore del mondo”, come da titolo, ogni tanto può aiutare a renderci consapevoli di ciò che davvero vogliamo e grati per poter avere sempre una scelta da fare. Se alcune di esse saranno degli errori non importa, non è mai troppo tardi per cominciare a vivere. O forse sì? Gran bel film, anche se forse il film di Joachim Trier che ho amato di più è Reprise.

L’Armata delle Tenebre (1991): Come si fa a scrivere seriamente di un film come questo? Un vero e proprio cult movie, uno dei primi film che ricordo di aver visto al cinema in vita mia, una delle poche vhs originali che possedevo, conclusione di una saga cominciata in maniera molto diversa nel 1982 (con La Casa), un bellissimo horror che si è evoluto fino a diventare qui un carrozzone fantasy con gag a metà strada tra cartone animato e commedia slapstick. Bruce Campbell, che al termine de La Casa 2 finiva nel medioevo, in questo terzo capitolo si ritrova a dover fronteggiare un’armata di scheletri e mostri per poter sperare di tornare nel suo tempo. La storia è un mero pretesto per dare ad Ash, il mitico protagonista della saga, la possibilità di mettere a frutto il suo cervello del XX° Secolo con gli abitanti di questo mondo medievale. Innumerevoli le citazioni cinematografiche, nonché le battute passate alla storia (qualunque adolescente negli anni 90 avrà detto a una ragazza Dammi un po’ di zucchero, baby, con risultati però opposti a quelli ottenuti dal protagonista del film). Non lo vedevo da una ventina d’anni, ma lo ricordavo ancora a memoria. Ideale per serate all’insegna della leggerezza.

La Collina dei Papaveri (2011): Scritto dall’immenso Hayao Miyazaki e diretto dal figlio Goro, alla seconda regia dopo I racconti di Terramare, il film prodotto dalla fabbrica dei sogni dello Studio Ghibli fa venire voglia di tornare giovani e innamorarsi. Un soffio di dolcezza che spira sul Giappone degli anni 60, in una Yokohama in cui il periodo storico (il boom economico in seguito alla Seconda Guerra Mondiale e i preparativi per le Olimpiadi di Tokyo) si muove sullo sfondo con una personalità propria, influenzando il racconto e i caratteri dei suoi splendidi personaggi, che tentano con tutte le forze di salvaguardare il loro passato difendendo il presente, e sognando il futuro. In questo incantevole ritratto di una cittadina di mare ritroviamo i soliti colori, il solito calore, oltre al suono tiepido di un’allegra confusione umana, impronta stilistica di ogni miracolo di Miyazaki senior. Un gruppo di studenti cerca di difendere un edificio, fulcro di ogni attività extrascolastica, dalla distruzione. Tra di loro c’è una ragazza, orfana di padre, e un ragazzo con il quale nasce una tenera amicizia. Classico film-plaid che ti avvolge e ti fa sentire al sicuro, pieno di calore (e no, non perché è giugno). A volte penso che sarebbe bello vivere in un film di Miyazaki.

Paterson (2016): Uno dei migliori film di Jim Jarmusch, nonché uno dei migliori ruoli di Adam Driver (e ne ha fatti parecchi belli). Paterson è il nome di una cittadina del New Jersey dove vive, per l’appunto, Paterson, conducente di autobus nonché poeta a tempo perso (ma questo lo sa solo sua moglie). Il film racconta la routine quotidiana di Adam Driver durante una settimana, in cui il suo Paterson si sveglia la mattina abbracciato a sua moglie, fa colazione, si mette in strada, ascolta le chiacchiere dei passeggeri, pranza, aggiunge strofe alle sue poesie, torna a casa, porta il cane a spasso, si beve una birra nel bar di Doc. Jarmusch si prende come sempre tutto il tempo di cui ha bisogno per raccontare questo spaccato di vita quotidiana, facendoti venire una voglia insana di camminare per quelle strade, bere una birra in quel bar, salire su un autobus, vivere in mezzo a quelle persone. Ma soprattutto ti fa venire voglia di apprezzare di più le infinitesime cose belle che incrociamo ogni giorno, mentre siamo troppo impegnati a vivere. Ci vorrebbero più film come questo nel mondo di oggi e, soprattutto, più persone come Paterson. Imperdibile, è su Prime Video.

SERIE TV: Finalmente ho finito quella zozzeria di Manifest e devo dire che l’ultima puntata è meno brutta di quanto potessi immaginare: non ho ancora capito se mi è piaciuta perché era l’ultima e quindi non avrei più visto questa roba, o perché effettivamente si è conclusa con un’idea più o meno interessante, che chiude ogni sottotrama e restituisce un mezzo punto in più a uno show che comunque merita un voto decisamente basso. Tutt’altro discorso invece va fatto per la già chiacchieratissima nuova serie di Zerocalcare, Questo mondo non mi renderà cattivo. Dovete sapere che chi scrive segue il fumettista di Rebibbia dagli esordi, da quando pubblicava vignette su un blog sfigato ogni due settimane facendomi sganasciare dalle risate, dando voce a tante cose che appartenevano non solo al mio quotidiano, ma anche ai miei ricordi. Vedere adesso il successo planetario che ha raggiunto da un lato mi fa piacere (cazzo, se lo merita!), dall’altro mi rende quasi geloso di qualcosa che una volta era solo mia e di pochi altri, mentre ora è di tutti. Di solito quando una cosa che amo diventa mainstream, perdo subito interesse: stavolta però non è andata così. I sei episodi della serie alternano un registro comico a quello drammatico/politico e trovo di fondamentale importanza che oggi, su Netflix, il contenuto più visto (e più amato) sia un simposio sull’antifascismo. Per il resto ritengo ancora che sia il fumetto il mezzo d’espressione migliore di Zerocalcare, i libri su Kobane o su Shengal sono perle assolute, tuttavia questa serie mi è piaciuta davvero molto, riesce a dire tanto su di noi (il monologo di Sarah nel quarto episodio mi ha steso) e a rendere universale una storia di quartiere. Una cosa resta comunque certa: i fasci, dove vai vai, sono solo una montagna di merda. Ah, dimenticavo: la colonna sonora è strepitosa. Con le serie tv adesso è il momento di andare in letargo, ne riparleremo a settembre.


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2 risposte a “Capitolo 353: I Film da Febbre”

  1. Avatar Madame Verdurin

    Anche io tra i “film da febbre” ne avevo diversi di Bud & Terence, sono proprio perfetti per rilassarsi e ritemprarsi. Ridere fa bene! E credo che, per lo stesso principio, anche l’armata delle Tenebre funzioni a meraviglia. In confidenza, io sono una di quelle ragazze con cui, in talune occasioni, la frase “Dammi un po’ di zucchero baby” ha perfino funzionato XP

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    1. Avatar AlessioT

      ahah grandissima!

      "Mi piace"

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