
Buon anno cinefili e cinefile! Dopo aver dedicato, com’è giusto che sia, tantissimo spazio ai bilanci del 2024, tra la consueta Top 20 e il mio anno cinematografico mese dopo mese, è il momento di proiettarci in questa nuova annata. Non sarà facile battere il record di film visti lo scorso anno, ben 233, ma staremo a vedere: non c’è bisogno di fare maratone, c’è solo il piacere di guardare tanti grandi film. E allora, amici e amiche, questo è il mio augurio più grande: che il 2025 sia all’altezza dei vostri film preferiti. Ok, buon anno, ora però torniamo a parlare di cinema.
La Storia Infinita (1984): Come gli anni passati, anche il 2025 è cominciato con un comfort movie, una certezza, una copertina per entrare in questo nuovo anno con qualcosa di bello. La scelta è caduta su questo intramontabile cult degli anni 80, che avrò visto decine di volte da piccolo e che rivedo sempre con piacere. Non credo ci sia bisogno di soffermarsi sulla trama, sui dettagli, sulla bellezza di una storia che non invecchia mai. Ecco, forse rivedendolo oggi, è un po’ seccante vedere tante belle scene svilupparsi così velocemente, ma c’è talmente tanto dell’immaginario che ha forgiato la mia infanzia, che posso tranquillamente passare oltre. E poi, quant’è bella la colonna sonora!
••••½
I Goonies (1985): Il secondo giorno dell’anno, rientrato a Roma dopo le mie divagazioni natalizie in Sicilia e in Puglia, ho trovato in tv il capolavoro di Richard Donner. E che fai, non te lo rivedi per la centesima volta? Non ho certezze assolute, ma a sensazione direi che questo è il film che ho visto più volte in vita mia. Anche in questo caso, inutile aggiungere dettagli sulla trama, essendo un film che conoscono pure i muri. Posso dire però che ho amato tantissimo rivederlo in tv, come quando ero piccolo, doppiato in italiano, interrotto dalla pubblicità, tutte cose che normalmente mi disturbano, ma che in questo caso ho amato: mi è sembrato di essere nel 1988, avere 7 anni ed essere felice senza saperlo. Immortale.
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45365 (2009): Il titolo del film è quello del codice postale della cittadina di Sidney, Ohio, paese natale dei fratelli Ross, quelli dell’ottimo Gasoline Rainbow, che qui ritornano dove sono cresciuti per riprendere la vita della città, la stessa vita di provincia di migliaia di altre città, ma al tempo stesso diversa, impreziosita dal fattore umano dei diversi personaggi. Girato interamente con una macchina a mano pressoché invisibile (soprattutto quando si trova insieme alla squadra di football locale o mentre ascolta silenziosamente un genitore leggere una favola a una bambina), è un documentario in cui non succede nulla di particolarmente straordinario, ma che riesce senza alcuna difficoltà a trasportare un soggiorno della Garbatella tra le strade innevate dell’Ohio. Sembra davvero di essere là e questo è sicuramente uno dei suoi meriti più grandi. Bello (trovate entrambi i film dei Rossi su Mubi).
•••½
L’Uomo Che Cadde Sulla Terra (1976): Già direttore della fotografia per Truffaut in Fahrenheit 451, Nicolas Roeg nel 1973 gira un film straordinario, un cult immenso, ben saldo nella Top 10 dei migliori film britannici di sempre secondo il BFI: ovviamente sto parlando di Don’t Look Now (che in Italia ha subito la sorte di molti film degli anni 70, ricevendo un titolo lunghissimo e piuttosto discutibile: A Venezia… un dicembre rosso shocking). Tre anni dopo il suo film più celebre, Roeg ha un altro indiscutibile merito, ovvero quello di lanciare David Bowie come attore, qui nel ruolo di un extraterrestre che arriva sulla Terra per salvare il proprio mondo, finendo però per diventare una sorta di Elon Musk ante-litteram (costruendo un impero grazie alle tecnologie di cui dispone) e cedendo ben presto ai vizi dei terrestri. Esteticamente affascinante (Roeg non si risparmia mai quando si tratta di creare suggestioni visive) e con un protagonista perfetto (chi altri sarebbe potuto sembrare un alieno credibile se non Bowie?), il film paga forse l’eccessiva durata di alcune scene, dilatate all’inverosimile, che strappano il ritmo e frenano l’incedere di una storia tutto sommato interessante (il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Walter Tevis). Come si dice: felice di averlo visto, contento di non doverlo vedere mai più.
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Il Pianeta delle Scimmie (1968): Un altro film che vedevo spessissimo da bambino, per rendere parte di questa prima settimana del 2025 una curiosa e stramba regressione all’infanzia. Trovato in tv, ho pensato che se non l’avessi rivisto ora non l’avrei fatto più (ma soprattutto, avevo voglia di rivederlo). Charlton Heston è un astronauta che, insieme a due colleghi, finisce su un pianeta sconosciuto, duemila anni dopo aver lasciato la Terra (ed essere stati ibernati). Ben presto il protagonista scopre che questo nuovo mondo è governato da scimmie antropomorfe che trattano gli esseri umani come bestie. Un cult assoluto che, rivisto oggi, appare invecchiato di brutto, nonostante una critica molto ben costruita alla religione come ostacolo alla scienza (siamo nel 1968, non è qualcosa di cui si parlava tutti i giorni, soprattutto in un film di fantascienza). Neanche a dirlo, il finale è uno dei più celebri della storia del cinema, nonché uno dei miei preferiti in assoluto (curioso che alcuni dei finali che amo di più si svolgano tutti su una spiaggia…). Nonostante dimostri tutti i suoi quasi 60 anni, valeva la pena rivedere questo film di Schaffner solo per arrivare alla scena in cui Heston, ritrovata la voce, urla rabbioso: “Toglimi quelle zampacce di dosso, maledetto sporco gorilla!“. Nonostante lo ricordassi a memoria, là ho goduto.
•••½


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