Capitolo 411: Summerman

Quello di oggi è un capitolo un po’ anomalo. Non vi parlerò di tutti i film visti da quando ho pubblicato il capitolo precedente, ma solo di quelli in sala questa estate, questo perché se no dovrei scrivere davvero di troppi film (mi sono sfuggiti di mano, ma è stato complicato trovare tempo per il blog). Farò comunque un breve excursus tra le altre visioni nel prossimo paragrafo, giusto per non farci mancare niente. Poi non dite che non vi voglio bene.

Sia The Conjuring (2013, •••) che The Conjuring – Il Caso Enfield (2016, ••½) partono abbastanza bene, ma con qualche debito di troppo con il capostipite del genere, Amityville Horror (del 1979). Se la prima parte è abbastanza inquietante, la risoluzione di entrambi i film è poco soddisfacente (in particolare il secondo paga un debito di originalità con il primo film della saga). A proposito di saghe, i tre film che compongono quella di Ritorno al Futuro (••••• / •••• / •••½) sono sempre un piacere e una meraviglia da rivedere, ma ritengo sempre il primo quello più riuscito (in generale, tutto ciò che avviene negli anni 50 è straordinario, nelle altre epoche invece non tutto funziona allo stesso modo, pur parlando sempre di grandissimo cinema per ragazzi). Fight Club (1999, ••••) non è tra i miei film preferiti di Fincher e, in generale, non è mai stato la mia cup of tea, ma resta comunque un’opera enorme per la sua epoca, capace di segnare un immaginario e di trasformarsi in cult. Non tutto mi piace, ma che finale pazzesco però. Bellissimo rivedere anche Ubriaco d’Amore (2002, ••••) di Paul Thomas Anderson, la commedia romantica che non ti aspetti, non convenzionale, piena di trovate geniali (le miglia aeree sulla confezione di budino!) e con un Adam Sandler sorprendente. Infine, The Doors (1991, •••½) di Oliver Stone è bellissimo quando accenna alla potenza dirompente della band di Jim Morrison (e alla genialità di Ray Manzarek, interpretato da Kyle MacLachlan, ovvero Cooper di Twin Peaks), perde invece colpi nel sottolineare all’inverosimile la deriva tossica del frontman il quale, nonostante un Val Kilmer in stato di grazia (e incredibilmente somigliante a Morrison), appare sempre alterato da droghe o alcool, mostrandosi più come personaggio maledetto che come puro genio. Forse un’occasione persa, ma il film resta molto valido, anche dopo oltre 30 anni.

Detto questo, torniamo a noi, con la rubrica classica, come l’avete sempre conosciuta:

Material Love (2025): Quando fai un film d’esordio folgorante, il problema è poi fare un secondo film altrettanto valido. Dopo Past Lives, che da queste parti abbiamo decisamente amato, Celine Song torna a indagare le sfumature di un triangolo amoroso mettendoci dentro l’agente matrimoniale Dakota Fanning, il ricco e perfetto Pedro Pascal (ormai è ovunque, comincio a non sopportare più la sua faccia e mi dispiace), lo squattrinato ma romantico Chris Evans. Il problema, come potete immaginare, è che somiglia a mille altri film e la differenza è sostanzialmente che qui ci si prende troppo sul serio, non c’è ironia, non c’è brillantezza, non c’è alchimia, non c’è ispirazione: c’è solo una regia fatta bene (Celine Song è brava, non c’è dubbio su questo). La prima grande delusione dell’anno, tra i film che aspettavo di più.
••½

Presence (2024): La cosa migliore che ho visto negli ultimi tempi. Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Bellissimo.
••••

Bring Her Back (2025): Quello che ho detto prima di Celine Song, vale ugualmente per i fratelli Philippou: il problema, con il secondo film, è riuscire a confermarsi. Talk to Me mi era piaciuto molto, faceva paura, aveva idee, era davvero inquietante. La loro opera seconda è solo un po’ disturbante, ma non riesce mai a funzionare davvero: dopo la morte del padre, una ragazzina ipovedente e il suo fratellastro vengono spediti dall’affidataria Sally Hawkins, che sin da subito si dimostra essere una pericolosa disagiata. La riflessione sul dolore della perdita resta in superficie e non accade mai veramente nulla per tutto il film, se non qualche raro momento con maciullamenti e altre cosette sanguinolente (ma sono davvero un paio di scene al massimo). Tutto è talmente prevedibile che non c’è neanche il piacere di restare sorpresi. Apprezzabile l’assenza di jump-scares, ma a che pro? Un film quasi scolastico, girato bene – per carità – ma che non permette mai allo spettatore di far parte di quel mondo. E così, resta tutto là, a pelo d’acqua, sulla piscina, mentre tu intanto ti perdi e cominci a pensare alle cose da fare il giorno dopo. Il titolo più adatto, forse, sarebbe dovuto essere What The Fuck.
••½

Superman (2025): L’estate è quel periodo in cui si guardano molti film horror e qualche blockbuster. Questa ennesima variazione sul tema “Uomo d’Acciaio” arriva da James Gunn e, nonostante non sia proprio il mio genere, mi ha incuriosito. Superman è già l’eroe di Metropolis, frequenta Lois Lane (mamma mia quant’è bella Rachel Brosnahan, la celebre signora Maisel della clamorosa serie omonima) e vive in un mondo dove la sua presenza è già da tempo nota e accettata. Lex Luthor scopre un messaggio dei suoi genitori in cui viene rivelato il vero motivo per cui è stato mandato sulla Terra e la popolarità di Superman crolla, lasciando emergere tutta l’umanità del personaggio. Apprezzabile tutta la parte politica della faccenda (con più di un riferimento alla attuale questione mediorientale) e la presenza della Justice Gang, che alleggerisce il peso di una storia altrimenti troppo seriosa. Funziona meno invece la solita menata sul rischio fine del mondo, le dimensioni parallele e compagnia bella, con un Lex Luthor che non ride mai, non ha un briciolo del carisma e dello charme richiesto dal personaggio (ma ve lo ricordate che spettacolo era Gene Hackman in questo ruolo?) e conferma, ancora una volta, la scarsa attitudine di Nicholas Hoult nei confronti della recitazione. Mezzo voto in meno è sicuramente per questa scelta di casting, per il resto è un film che fa il suo dovere, cioè intrattenere: campicchia di trovate piacevoli ma altresì costringe lo spettatore a sospendere l’incredulità ogni 10 secondi. L’ho già detto che Rachel Brosnahan è stupenda?
•••


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Comments

3 risposte a “Capitolo 411: Summerman”

  1. Avatar Sam Simon

    Concordo su The Doors, rivisto di recente pure io, che passa più tempo ad esplorare il Morrison devastato che quello geniale… stone fece arrabbiare praticamente tutti quelli che lo conoscevano! X–D

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    1. Avatar AlessioT

      Sì, esatto, anche Manzarek si lamentò parecchio

      Piace a 1 persona

  2. Avatar Austin Dove

    mah, BHB non lo vedrò credo

    sono stati uno dei pochi che ha trovato TTM estremamente deludente

    Piace a 1 persona

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