Capitolo 435: Dancer in the Film

Archiviate le vacanze di Pasqua, aprile prosegue con i soliti tanti film visti a casa e una bella imbarcata di proiezioni stampa (The Drama, Un Anno di Scuola e Resurrection, le cui recensioni non trovate qui, ma sulla home di Una Vita da Cinefilo). Oltre a questo sono lieto di annunciarvi il lancio del nuovo sito del progetto Film People, dove trovate tutti gli attuali 238 ritratti (and counting), le storie, la “classifica” con tutti i film scelti e la pagina dove poter condividere anche voi il vostro film della vita (dateci un’occhiata, merita!). Per il resto sto leggendo un magnifico volume scritto da Quentin Tarantino, ma ve ne parlerò meglio tra qualche riga.

Dancer in the Dark (2000): Prima di diventare un genio folle, Lars Von Trier era soprattutto un genio tout court. Sfido chiunque non ami i musical a non trovare grandioso questo film, una sorta di anti-musical (come lo definì lo stesso autore), tra i più originali, potenti e innovativi di sempre. L’immigrata cecoslovacca (!) Bjork lavora in fabbrica come operaia ed è alle soglie dell’indigenza. A causa di una malattia degenerativa la sua vista peggiora continuamente, ma lei cerca di nascondere questo handicap poiché ha bisogno di mettere da parte i soldi per far sì che il figlioletto possa operarsi e non subire lo stesso destino. Nonostante la vita grama, la donna fugge dalla realtà (tutta raccontata con la camera a mano) grazie ai suoni che la circondano, in un mondo interiore fatto di fantasie e coreografie (e qui le scene si appropriano invece di un linguaggio cinematografico più articolato): quanto più la realtà fa schifo, tanto le fantasie musicali irrompono a salvare la protagonista. Posso soltanto immaginare cosa possa esser stato godere di un film così enorme all’interno di una sala cinematografica. Palma d’oro a Cannes per il miglior film e la migliore attrice: è attualmente disponibile su Mubi e, se non l’avete mai visto, correte a recuperarlo.
••••½

Bullit (1968): In apertura ho accennato a un libro che sto leggendo, Cinema Speculation, scritto da Quentin Tarantino, in cui il regista veste i panni del critico, dell’appassionato, in un entusiasmante excursus autobiografico in cui racconta la sua vita da cinefilo. Tra i primi film di cui parla c’è una bella doppietta dedicata a Steve McQuenn, che mi sono immediatamente fiondato a recuperare (non c’è cosa peggiore che leggere di film che non si sono mai visti). Il primo è appunto questo di Peter Yates, in cui il nostro veste i panni di un poliziotto incaricato di difendere un importante testimone pochi giorni prima di un processo. Il testimone viene prontamente eliminato e Frank Bullitt viene accusato di negligenza. Lo Steve però, invece di piangersi addosso, si lancia alla ricerca degli assassini, regalandoci uno degli inseguimenti più iconici della storia del cinema (che tra l’altro ha ispirato quello altrettanto iconico di Paul Thomas Anderson in Una Battaglia dopo l’Altra). La trama, seppur interessante, cade velocemente in secondo piano davanti a un protagonista così leggendario, sicuro di sé, che capovolge l’immaginario intorno al detective solitario, non più tormentato e sciatto, ma elegante, cool all’inverosimile e spezzacuori (Jacqueline Bisset, meravigliosa, ne sa qualcosa). Bellissimo.
•••½

Getaway! (1972): L’altro film di Steve McQueen sul quale si sofferma a lungo Quentin Tarantino nel suo libro è questa libera versione di Gangster Story realizzata da Sam Peckinpah. Qui Steve è invece un criminale esperto di rapine e lo incontriamo all’interno di un carcere: un influente uomo politico corrotto, “convinto” dalla donna del galeotto ad aiutarlo, permette a Steve di uscire di prigione. Per ricambiare il favore, il nostro si impegna a mettere a segno una rapina in banca, che però lo costringerà a una fuga nella quale ha alle calcagna sia la polizia che la banda (che lo aveva tradito). La fuga diventa una sorta di terapia matrimoniale in cui Steve McQueen e Ali MacGraw tenteranno di ricucire un rapporto in crisi, con il solito tocco alla Peckinpah che ovviamente non può mancare (ossia qualche bel massacro al rallenty, con tanto sangue e gente crivellata di colpi). Fun fact: la bellissima Ali MacGraw (star di Love Story) fu imposta a McQueen dal produttore del film (essendo sua moglie), in tutta risposta Steve un anno dopo se l’è sposata. Al di là della violenza, Peckinpah mette in scena una splendida storia d’amore.
•••½

Ferdinando Scianna – Il Fotografo dell’Ombra (2025): L’altro giorno ho ricevuto un bel messaggio. Diceva: “Grazie alla tua storia su instagram ho visto il documentario su Ferdinando Scianna, bellissimo!”. Ecco, questo per me è davvero gratificante, perché se uno spazio come questo ha un senso, è quello di far arrivare cose stupende agli occhi di chi le merita. Il documentario di Roberto Andò è esattamente una di quelle cose stupende di cui sopra: il regista siciliano incontra il fotografo conterraneo Ferdinando Scianna, uno dei più grandi di sempre, in una lunga intervista in cui Scianna, tra una fotografia e l’altra, ripercorre la sua storia, la sua amicizia con Leonardo Sciascia, quella con Henri Cartier-Bresson e le mille vite vissute da un uomo straordinario, autoironico come solo i grandi sanno essere, pieno di idee e di ricordi meravigliosi. Un’ora e mezza di pura bellezza, tra nostalgia, qualche risata e, soprattutto, bellissime fotografie: “Fare il fotografo è meraviglioso, perché non è che tu fai, tu ricevi. Questa è stata la bellezza di questo mestiere: non ho fatto un cazzo, ho soltanto guardato e schiacciato un bottoncino”. Vedetelo, è su Rai Play.
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Blow Out (1981): Dopo Dancer in the Dark, un altro film con John Lithgow in meno di una settimana. Il consiglio è sempre quello: se vuoi guardare un bel thriller e allo stesso tempo rifarti gli occhi, guardati un film di Brian De Palma. Una notte, il tecnico del suono John Travolta registra per caso un incidente d’auto in cui è coinvolto il futuro Presidente degli Stati Uniti e, riascoltando il nastro, si accorge che forse non è stato affatto un incidente. Da lì in poi il film diventa un’indagine ossessiva, fatta di suoni, immagini, dettagli da isolare e ricomporre. Il protagonista è un po’ il tipico personaggio del cinema di De Palma: solitario, metodico, sempre più intrappolato in una verità che nessuno sembra voler vedere. Il riferimento a Blow Up di Antonioni è piuttosto evidente (ma anche a La Conversazione di Coppola), con riferimenti al solito nume tutelare Alfred Hitchcock, oltre che a Dario Argento (soprattutto per l’uso delle luci in alcune scene): il resto è puro De Palma, con i suoi movimenti di macchina eleganti, split screen, profondità di campo e sequenze costruite con la solita precisione quasi chirurgica. Il finale è sorprendente, non lo ricordavo affatto. Pensare che un film così bello non sia neanche tra i tre migliori del regista, fa capire la grandezza di Brian De Palma, forse il più sottovalutato tra i talenti lanciati dalla New Hollywood anni 70. Il film lo trovate su Prime Video e merita sicuramente di essere riscoperto.
•••½

SERIE TV: Nonostante la mia idiosincrasia nei confronti delle serie tv, ho cominciato a vedere Portobello, sia perché il caso Tortora l’ho studiato ai tempi dell’università (di cui, ahimè, ricordo però ben poco), sia perché le cose che fa Bellocchio vanno sempre viste, c’è poco da fare. Il giudizio sulla serie in sé me lo tengo per quando la finirò, ci tenevo però a sottolineare una cosa che vedo sempre più spesso nei prodotti recenti e che detesto. Daje quindi con la polemica di oggi, che riguarda la fotografia sottoesposta. Le prime due puntate di Portobello le ho praticamente ascoltate, perché non si vede un caxxo (scusate il francese, ma se avessi scritto “nulla” non sarei sembrato abbastanza infastidito). Posso capire che la cella di un carcere, di sera, possa essere piuttosto buia, ma negli uffici della Questura ogni benedetta stanza è buia, neanche ci fosse una crisi energetica che costringe a tenere lampadine a basso voltaggio pure nelle aule dei tribunali. Lo stesso andazzo si può notare anche nel trailer della nuova serie di Harry Potter in cui, ad esempio nelle scene sul treno per Hogwarts, si vede a malapena la stoffa dei sedili dietro i personaggi (sui social qualcuno si è divertito a confrontare la fotografia tra il film di Columbus e il trailer della nuova serie, dove la fotografia sottoesposta è snervante, oltre che imbarazzante). Insomma, come diceva il grande Duccio in Boris: “Apri tutto!”. Magari non tutto, ma un po’ di più non guasterebbe: già i tempi moderni ci hanno rubato i colori, ora vogliono toglierci pure la luce.

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2 risposte a “Capitolo 435: Dancer in the Film”

  1. Avatar Madame Verdurin

    Adoro Dancer in the Dark, posso cantare tutte le canzoni, nonostante sia a tutti gli effetti, come dici tu, un anti-musical. Gran film.

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    1. Avatar AlessioT

      Ma dai, la colonna sonora è davvero bella! Grandissimo film, l’ho amato

      Piace a 1 persona

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