
Incipit: Sono a Monopoli, in Puglia. Avevo prenotato la proiezione di Odissea di martedì 21 luglio perché in sala ci sarebbero stati Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli del podcast di cinema Noodles, che ormai seguo sin dalla prima puntata. Nel pomeriggio li avevo contattati per chiedergli di partecipare al mio progetto Film People e, con mio immenso piacere, mi hanno detto di sì. Non solo grazie a loro ho superato quota 250 foto, ma il dibattito che ha seguito la proiezione ha reso l’esperienza ancora più bella. Cosa c’è di meglio di vedere un filmone e poi parlarne subito dopo come se foste a un pub con gli amici? Detto ciò, ora parliamo del film.
A Christopher Nolan ho sempre imputato tre difetti, che poi sono all’incirca quelli che gli imputavano un po’ tutti i suoi spettatori meno fanatici: colonne sonore troppo invadenti (Dunkirk fu l’apice), personaggi femminili bidimensionali e un approccio non impeccabile nel maneggiare le emozioni umane. Se già in Oppenheimer, consacrato anche dalle sette statuette agli Oscar, si era visto un netto miglioramento da questo punto di vista, in Odissea Nolan riesce finalmente a trovare la quadra quasi perfetta: la colonna sonora innanzitutto è sì, molto presente, ma non prende mai il sopravvento sulle immagini, anzi, le note del premio Oscar Ludwig Göransson accompagnano le scene utilizzando suoni quasi sperimentali, dando il ritmo con i colpi di bastone e i fendenti delle spade che vediamo sullo schermo, senza però mai dare l’impressione di trovarci davanti a un videoclip. Poi, i personaggi femminili: ok, la Calipso di Charlize Theron è debole e la Circe di Samantha Morton, per quanto eccezionale, è sullo schermo troppo poco per poterci colpire più del dovuto (anche se è un personaggio talmente interessante che avrei voluto vederla per un’altra ora). Stesso discorso per Zendaya, dolcissima Atena, che come Elena e Clitemnestra di Lupita Nyong’o sfiora appena le scene. Allora è Penelope, a cui presta il volto Anne Hathaway, a mostrarci finalmente un ruolo femminile meraviglioso (anche se gran parte del merito va al materiale di partenza, che non è proprio un romanzetto da ombrellone), con il suo portamento fiero, caparbio, degno, ma anche con le sue fragilità, le incertezze. Infine le emozioni: da che mondo è mondo il motivo per cui amiamo tanto chiuderci per due o tre ore dentro una sala buia è proprio per uscirne toccati, magari commossi. Stavolta Nolan è riuscito a superare la soglia dello schermo per arrivare fin lassù in ultima fila, dov’ero seduto sulla mia poltroncina. Scrollatosi di dosso la retorica di Dunkirk o il sentimentalismo di Interstellar, il regista britannico coglie nel segno con un intenso primo piano di Matt Damon, una sconfinata distesa d’acqua, un atroce senso di colpa, filo rosso che lega Ulisse a Robert Oppenheimer (ma anche a Cooper di Interstellar, in esilio tra le stelle con la promessa che sarebbe tornato a casa).
Il cinema di Nolan trova dunque la summa in quest’opera maestosa, che cita e autocita, che si nutre di cinema puro. Il cavallo di Troia, così come la bomba atomica nel film precedente, è simbolo di un senso di colpa che rende Ulisse più uomo e meno eroe, dove il feticcio creato dall’ingegno di un uomo genera però anche il suo più grande conflitto interiore. Un conflitto che in questo caso non può essere attenuato neanche dagli dei: se in Oppenheimer dio è morto nel momento in cui lo scienziato “diventa morte”, in Odissea gli dei sono sì menzionati, ma mai presenti, se non appunto come proiezione del senso di colpa che affligge il protagonista, che rispetto all’opera di Omero non è sottomesso alle divinità, ma appare invece come un ateo senza speranza. Poco importa se è lui ad aver abbandonato gli dei, o se sono loro ad essersi dimenticati di lui, una cosa è certa: Ulisse è solo, e questa è un’immagine davvero molto potente. Matt Damon, specialista nel ritrarre uomini soli che aspirano a tornare a casa (un ruolo che aveva già ricoperto in Salvate il Soldato Ryan, Interstellar e The Martian) è dunque il volto perfetto per descrivere la sofferenza di colui che ha perduto la stella polare, sia interiore che geografica.
Tra costruzioni di legno trainate sul monte come in Fitzcarraldo o lo stesso imponente monumento che emerge dalla sabbia come ne Il Pianeta delle Scimmie, il cinema è ciò che plasma sempre e comunque l’immaginario di chi guarda (sicuramente il mio). In questa collezione di incredibili scene madri, dalla grotta di Polifemo alla trasformazione praticata da Circe, dalle rivelazioni dei defunti fino all’inevitabile ritorno a Itaca, Odissea irrompe in questa afosa estate 2026 grazie al meraviglioso genio creativo di un autore che non è mai sceso a compromessi con il suo modo di fare cinema (la quasi totale assenza di effetti digitali ne è l’ennesima dimostrazione), imponendosi come uno dei più grandi film dell’anno e, con molta probabilità, anche dell’intero decennio. L’uomo ha perso se stesso nel momento in cui ha macchiato le sue mani con il sangue dei popoli vicini. Una cosa che valeva per Ulisse, così come vale per gli uomini di oggi: gli dei non ci sono, siamo soli, circondati dalle conseguenze dei nostri errori.
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