
Sulla produzione recente di Nicolas Winding Refn si possono dire tante cose, alcune buone, alcune meno buone, ma se c’è un motivo che mi ha spinto a imbarcarmi in un viaggio in metropolitana fino all’ultima fila del cinema è stato il pensiero che avrei visto un nuovo film di Refn su grande schermo. Dieci anni fa infatti, dopo aver visto al cinema Neon Demon, su queste pagine avevo scritto: “Non mi interessano i buchi nella sceneggiatura e neanche ci faccio tanto caso se il film si perde per strada. Le sue opere sono girate talmente bene che resterei a guardarle per ore, le sue inquadrature, l’uso delle luci, il modo in cui si muovono i personaggi, è tutto talmente affascinante che alla fine non è più neanche importante se il film è bello o brutto, è semplicemente una goduria visiva”. Ebbene, non sapevo di cosa parlasse Her Private Hell, ma non avevo alcuna preoccupazione sulla sceneggiatura, volevo solo godermi ancora una volta l’estetica patinata del regista danese e magari, se proprio ci scappava, anche un buon film. Ve lo dico subito: non tutto mi ha davvero convinto, anche se ci sono alcune scene davvero stupende, ma la fotografia, l’immagine, la resa visiva mi ha davvero regalato momenti di grande goduria. Era tutto ciò che volevo.
In un imprecisato mondo futuristico, una sorta di Blade Runner 2049 immerso in una nebbia angosciante, un elegantissimo serial killer dai guanti foderati di diamanti uccide le donne. Un’attrice, dall’alto della sua suite in compagnia della matrigna, che è anche la sua ex-amante, e di un’ingenua influencer, osserva un omicidio nel palazzo di fronte, in un frullato da incubo di Profondo Rosso e La Finestra sul Cortile. A caccia di questo assassino, chiamato Leatherman, c’è un ex soldato dell’esercito statunitense che somiglia a Cristiano Ronaldo modificato dall’AI, ovvero il soldato Kay. K si muove in una nebbia cinematograficamente favolosa come all’interno di una foto notturna di Masashi Wakui (è un complimento, credetemi), alla ricerca di una figlia dietro la cui sparizione c’è probabilmente la mano guantata del killer.
Non tutto è filato liscio e ho alcuni dubbi su diverse soluzioni narrative, ma chi se ne frega della trama quando c’è un impianto visivo di questa portata? Perché pensare alla sceneggiatura quando c’è la potenza di una scena in cui la silhouette di Leatherman si palesa all’improvviso alle spalle della bionda Kristine Froseth, come fossero dei frame inseriti per caso in mezzo agli altri? Quando un torace esplode sangue su una vetrata dietro la quale si sta consumando un amplesso? Era proprio ciò che volevo quando ho deciso di vedere questo film. Se tutto questo non vi basta, c’è la colonna sonora di Pino Donaggio a completare l’opera. Her Private Hell regala quasi due ore di ombre, neon e nebbia, se questa è una cosa buona lo capirete da soli. Parafrasando una battuta del film precedente, “la bellezza (delle immagini) non è tutto, è l’unica cosa”.


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