Cronache dall’Auditorium (martedì 13 ottobre)
Ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ventuno è l’età in cui negli Stati Uniti si possono bere alcolici, quindi la speranza è che questa Festa si tramuti in un’esagerata sbronza cinematografica. In realtà sono ormai due giorni che la sveglia mi suona alle 7.59 per ricordarmi che ho un minuto di tempo per accedere alla piattaforma Boxol e prenotare i film di dopodomani, pena il rischio di non trovare posto o di trovarlo in mezzo a quelle file che, soprattutto in sala Petrassi, potrebbero causare un danno permanente alle articolazioni inferiori di chi supera i 180 centimetri di altezza, come il sottoscritto.. Insomma, ci sono forme di tortura molto meno crudeli.
Il suono della sveglia, ovvero 1979 degli Smashing Pumpkins, mi butta giù dal letto di prima mattina (e anche quest’anno mi tocca chiedere scusa a chi ha un lavoro “vero” e si alza all’alba, ma io ho l’abitudine di andare a dormire alle 2 e di svegliarmi non prima delle 9, che ci posso fare). Fatico a ricordarmi chi sono, dove mi trovo, dove andiamo e da dove veniamo, poi rammento di Boxol e delle prenotazioni e riesco a fare lo sforzo di uscire dal letto, arrivare al pc, accenderlo, notare che non vedo bene, ricordarmi di aver lasciato gli occhiali sul comodino, recuperarli, tornare al pc, aprire la piattaforma e, alle 8 spaccate, fare refresh come Zuckerberg nel finale di The Social Network finché compare finalmente la pagina per la prenotazione dei film di giovedì. Non senza difficoltà riesco a prenotare tre film che mi ero precedentemente segnato: posso finalmente bere un caffè e farmi una doccia.
Alle 8.30, bello come il sole (purtroppo quello alle due del pomeriggio di un 14 agosto), salgo su Bobby Jean, ovvero la mia Panda rossa fiammante, e mi dirigo verso l’Auditorium con la voce di Bob Marley che esce fuori dalle casse dell’auto. Mentre scendo dalla collina penso che sono ormai ventuno anni che, in autunno, metto in pausa la mia vita per due settimane, per il semplice motivo che devo vedere film. Il problema è che il mondo va avanti lo stesso, con le sue scadenze, gli affetti, il lavoro, addirittura il mio compleanno, che anche quest’anno cade durante la Festa, per non parlare delle partite della Roma, che sono le mie personali sedute di psicoterapia e, pertanto, sono necessarie. Ma a voi di tutto ciò interessa poco, volete sapere come sono i film, tra poco ci arriviamo, a meno che non abbiate già saltato questi paragrafi. Ma questo è un diario, diamine, lo dovreste sapere, se volete solo leggere di film andate su Movieplayer o MyMovies o dove volete voi!
Il primo film di questa edizione numero 21 della Festa del Cinema di Roma è The Only Living Pickpocket in New York di Noah Segan, più noto come attore (ma di film perlopiù bruttarelli) che come regista. Temo che non sarà questa l’opera con cui riuscirà ad affermarsi dietro la macchina da presa, ma il tentativo è quantomeno apprezzabile, visto che il film se l’è scritto da solo. L’idea di base è promettente: John Turturro, “l’unico borseggiatore vivente in New York” (il titolo del film in realtà è una variante di quello di una canzone di Simon e Garfunkel, The Only Living Boy in New York), fatica a sbarcare il lunario vista la poca disponibilità di contanti nei portafogli delle sue vittime. Tra un borseggio e l’altro, deve anche prendersi cura di una moglie catatonica, in una vita che ormai non è più adatta a un ladro old-fashioned come lui (a cominciare dal cappotto, bellissimo, che credo di aver già visto addosso a mio nonno, quando ero piccolo). Le premesse di uno slice of life dedicato a un borseggiatore, che mi stavano convincendo (senza dover scomodare Bresson), vanno però a sbattere con l’incidente scatenante: il nostro ruba qualcosa che non doveva rubare a un tizio che non andava derubato. Da qui in poi si entra in un terreno scivoloso, quello dei cliché del genere, delle situazioni poco credibili, di alcuni scampoli di sceneggiatura un tantino ricattatori. L’omaggio a New York però è bello, visto che la storia si svolge in tutti i distretti della città, tranne Staten Island (che viene però nominata in uno scambio con Giancarlo Esposito). L’unico a uscire vincitore da questa faccenda è John Turturro, che sfodera un’interpretazione notevole, da renderlo addirittura in lizza per una nomination ai prossimi Oscar. Il resto è un’idea originale e interessante, che si sciupa in un film che avrebbe avuto bisogno di almeno un altro paio di revisioni allo script.

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Il tempo di un caffè, dei primi commenti su chi ci mette di più la mattina a raggiungere l’Auditorium (una gara nella quale io, fortunatamente, non posso competere), di una visita al bagno stranamente pulito (si vede che è il primo giorno!) e si fanno già le 11. In sala Sinopoli mi aspetta il film che, stasera, aprirà ufficialmente la Festa del Cinema di Roma di quest’anno: Il Rumore delle Cose Nuove di Paolo Genovese.
Il film si apre con una veduta aerea di Milano e la voce di Lino Musella che tributa un’ode al rumore (si vede che non ha mai vissuto per un anno sopra un bar a Garbatella, con schiamazzi fino alle cinque del mattino). Sei persone (+1), tre coppie: tutte molto diverse, tutte (ovviamente) con i loro problemi, più o meno gravi. C’è appunto Lino Musella insieme a Claudia Pandolfi, frustrata da una vita famigliare che le va stretta e per cui ha dovuto castrare la sua passione per il teatro. C’è Stefano Accorsi con Vittoria Puccini, che hanno perso un figlio durante la gravidanza e non riescono ad averne un altro. C’è Emanuela Fanelli con Edoardo Pesce, che vivono una quotidianità piena di stenti in un rapporto segnato da possessività e violenza. Al di fuori di queste tre case, c’è quella in cui si è auto-rinchiuso lo scorbutico Claudio Santamaria, rimasto in sedia a rotelle in seguito a un incidente. In mezzo a tutto ciò, tradimenti, bugie e tutto il repertorio di situazioni in cui il cinema italiano continua ostinatamente a rifugiarsi: se ci fossero state le urla sarebbe sembrato un film di Gabriele Muccino. Genovese è bravo, per carità, ma quelle dissolvenze in nero per sottolineare l’inizio di un flashback non le inserivamo neanche noi poveri studenti di cinema, quando facevamo cortometraggi durante gli anni del DAMS. A parte tutto, ma davvero esistono ancora i bulli che a scuola rubano le merendine ai ragazzini? A ogni modo non tutto è da buttare, alcune idee mi sono piaciute (il marito violento che nella vita è un clown che fa sorridere i bambini in ospedale è un contrasto davvero interessante), ma quando in un film ci sono dei dialoghi che invece di farti entrare nella storia ti ricordano che stai guardando degli attori recitare, allora la distanza tra lo schermo e lo spettatore a quel punto è già diventata troppo ampia. Non mi è piaciuto, ma tanto i nomi sulla locandina basteranno a riempire i cinema, quindi a che serve criticarlo?

••½
Domani mattina il tran tran si ripete: sveglia, confusione, Boxol, caffé, doccia, Bobby Jean, Auditorium e altri due film, sperando stavolta di vedere qualcosa di più esaltante. Se vi va, lo leggerete sul diario di domani. Siamo arrivati a quota ventuno, l’entusiasmo però è sempre lo stesso: magari non quello della prima edizione, quando avevo poco più di vent’anni, ma almeno quello dell’ottava sì.
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