Cosa resta da vedere nel 2018: dal remake di “Suspiria” a “Il Primo Uomo” di Chazelle

suspiria, remake, guadagnino, uscita, foto

Gentili amici cinefili e amiche cinefile, sto per andare in vacanza per un’altra settimana e di certo non potevo lasciarvi senza un ultimo aggiornamento del blog. Manca poco ormai all’inizio di una nuova ed entusiasmante stagione cinematografica, che come al solito prenderà ufficialmente il via con il Festival di Venezia. Da qui a fine dicembre saranno davvero tante le pellicole da vedere, motivo per cui vi lascio andare in ferie con un bel listone di cose che troverete in sala nei prossimi mesi. La vita del cinefilo, in fondo, è una vita fatta di attese e illusioni, aspettando il prossimo film. Ah, è sempre bene ricordare che se cercate robaccia tipo “Venom” o porcherie simili, state sulla pagina sbagliata.

A presto allora, tornerò prima che riusciate a dire “crostata di mirtilli”.
Beh, non così presto…

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Capitolo 246

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Eccomi nuovamente a Roma, dopo quindici bellissimi giorni nella mia seconda terra, la Puglia. Tornare nella Città Eterna a fine luglio mi fa sentire un po’ tipo Clint Eastwood ne “Il Buono Il Brutto il Cattivo”, quando Tuco lo obbliga ad attraversare il deserto sotto il sole rovente. Ecco, mi sento proprio così, strisciante nell’asfalto romano, con il pensiero fisso del mare, dei panzerotti e di quella dolce brezza cullata dalle onde. Bon, dopo questa nostalgica ed amara introduzione, passiamo alle visioni di questo periodo di vacanza, tra treni che andavano, treni che venivano e terrazze stellate.

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Recensione “Slacker” (1991)

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Nel 1991 Richard Linklater, che ancora non era l’acclamato autore di film come “Dazed and Confused”, “Prima dell’alba”“Boyhood” o “Tutti vogliono qualcosa”, riunì un centinaio di ragazzi ad Austin, Texas, per le riprese di quello che sarebbe poi diventato non solo una sorta di manifesto della generazione X, ma soprattutto una delle principali fonti di ispirazione per un intero movimento cinematografico, il Mumblecore.

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Recensione “England is Mine” (2017)

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Il cinema ha sempre raccontato la musica con un buon equilibrio tra racconto e vita, tra genio e ispirazione. La lista è davvero immensa: da “Walk the Line” a “Ray”, da “Nowhere Boy” a “Jimi”,  da “Love and Mercy” a “Control”, fino all’ormai imminente “Bohemian Rhapsody”,  solo per citarne alcuni. Mark Gill tenta anch’egli la fortuna con la carta del biopic musicale, ma fallisce miseramente l’obiettivo. Il regista, proveniente dallo stesso quartiere di Manchester dove è cresciuto Morrissey, racconta la giovinezza del cantante degli Smiths prima del fatidico incontro con Johnny Marr (con il quale realizzerà quattro album meravigliosi tra il 1982 e il 1987, marcando profondamente il decennio musicale e per sempre la storia del rock).

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Il cinema di Ingmar Bergman

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Cento anni fa nasceva questo signore qua, Ingmar Bergman.

Una vita da cinefilo

«Fare film è per me una necessità di natura, un bisogno paragonabile alla fame e alla sete. Per certuni, esprimersi è scrivere libri, fare escursioni in montagna o ballare la samba. Io mi esprimo facendo film». Questo è Ingmar Bergman, un uomo che ama il cinema, che è cinema, che sarà sempre cinema, in un rapporto reciproco, perché se Bergman si esprime facendo cinema, il cinema stesso si esprime anche grazie a Bergman e alla sua passione per questo lavoro, caratterizzato da ben 49 opere cinematografiche (non contando quindi quelle teatrali e televisive). Parlare in pochi paragrafi di un cineasta così determinante per il cinema e dalla carriera così vasta non renderebbe giustizia al regista svedese, poiché il lavoro qui presente risulterebbe inevitabilmente sintetico e incompleto; per questo motivo incentreremo la nostra attenzione solo su cinque importantissimi film di Bergman, cercando di delineare un filo rosso che colleghi Il posto…

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Capitolo 245

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Ultimo giorno prima delle mie meritatissime vacanze estive. Questo non significa che trascurerò il blog, tutt’altro: come sempre l’estate e la mancanza di film da vedere al cinema significa l’aumento di contenuti di altro genere, quindi restate nei dintorni perché non gli aggiornamenti non mancheranno. Passiamo alle cose serie, i film: ho aspettato l’ultimo giorno prima della partenza proprio per chiudere in tutti i sensi il capitolo cinema prima del prossimo episodio dove, come al solito, vi racconterò di film visti in treno e di visioni pugliesi su un terrazzo sotto le stelle. Tutto bello, tutto molto romantico, ma poi tra una ventina di giorni sto di nuovo qua quindi forse la sto facendo un po’ troppo lunga. Passiamo ai film, orsù!

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “Columbus” (2017)

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Negli Stati Uniti, in Indiana, c’è una cittadina di neanche quarantacinquemila abitanti che racchiude tra le sue strade alcuni gioielli di architettura moderna. Quella città è proprio Columbus, dove possiamo trovare edifici realizzati da Eero Saarinen, Ieoh Ming Pei, Robert Venturi, Cesar Pelli e soprattutto Richard Meier. Tra queste strutture si muovono dunque i personaggi di questo film d’esordio firmato da Kogonada, coreano impiantato negli States, celebre per i suoi “video saggi” dedicati a Wes Anderson, Stanley Kubrick e Yasugiro Ozu.

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Recensione “Il Sacrificio del Cervo Sacro” (“The Killing of a Sacred Deer”, 2017)

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Era da tempo che non vedevo un film così disturbante e al tempo stesso ipnotico, affascinante. Recentemente solo “Madre!” era riuscito ad essere inquietante in egual misura, ma al film di Aronofsky mancava forse il fascino e l’eleganza di questo gioiello di Yorgos Lanthimos, premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes dello scorso anno. Come spesso accade con il regista greco la messa in scena è compassata, così come i suoi personaggi, almeno fino all’arrivo del punto di rottura che apre le porte al caos.

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Capitolo 244

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Nello scorso capitolo apparivo preoccupato per l’allora imminente inizio dei Mondiali, poiché temevo che avrebbero tolto tempo prezioso da dedicare ai film. E invece niente, l’organizzazione è stata talmente brava a piazzare la partita serale alle 20 da permettermi di cominciare con tutta calma un film alle 22.30. Cinema e Mondiali possono dunque coesistere e lo fanno anche per bene (con tutte le derivazioni e deviazioni del caso: solo io guardando giocare Witsel del Belgio ho pensato a Rembrandt de “I guerrieri della notte”? Sì? Va bene). Se solo si potesse vivere soltanto di calcio e film (e serie tv ovviamente, e anche Bruce Springsteen)…

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