Recensione “Funny Ha Ha” (2002)

A proposito di film invisibili, sono riuscito finalmente a recuperare una pellicola che mi stava particolarmente a cuore: l’esordio cinematografico di Andrew Bujalski nonché il film che ha aperto le porte al genere mumblecore (a suo modo già introdotto dieci anni prima dal primo Linklater di “Slacker”). Proprio Bujalski ha coniato il termine “mumblecore” durante un’intervista per Indiewire e il suo “Funny Ha Ha” racchiude esattamente tutte le caratteristiche tipiche di questo sotto-genere del cinema indipendente: ambientazioni (dalla scenografia alla fotografia) reali e non ricostruite in studio, attori non professionisti o quasi, personaggi tra i 20 e i 30 anni, temi riguardanti le relazioni sociali dei protagonisti, le insicurezze e le difficoltà della generazione post-universitaria e soprattutto un uso quasi smodato della parola, del dialogo, praticamente onnipresente.

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Greta Gerwig, la musa del cinema indipendente americano

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In attesa di vedere nelle sale italiane il gioiello di Noah Baumbach, “Frances Ha”, andiamo a conoscere meglio la sua protagonista, Greta Gerwig, divenuta negli anni una delle principali interpreti del cinema indipendente americano, in particolare del movimento Mumblecore. Trentenne, di origine tedesca, la bionda Greta si è imposta lentamente come una delle attrici più interessanti del panorama internazione, attirando su di sé l’attenzione di Woody Allen, che l’ha voluta nell’episodio “trasteverino” di “To Rome With Love”, al fianco di Ellen Page e Jesse Eisenberg. Il suo esordio risale però al 2006 con “Lol” di Joe Swanberg, uno dei titoli più celebri quando si parla di Mumblecore. L’anno seguente è ancora diretta da Swanberg nel meno interessante “Hannah takes the stairs”, al quale seguirà una nuova collaborazione (in questo caso anche come co-regista) con lo stesso Swanberg, dove si dirige e interpreta in “Nights and Weekends” (2008). Prima di questo viene assoldata da due mostri sacri del movimento indipendente statunitense, Mark e Jay Duplass, che la dirigono nel divertentissimo “Baghead” (che forse qualcuno ricorderà nella sezione Extra del Festival di Roma del 2008), in questi giorni in programmazione su Mubi. Dopo due film sotto la direzione di Rod Webber (“I thought you finally completely lost it”, del 2008, e “Northern comfort”, del 2010) e altre pellicole di minore importanza, ma sempre appartenenti al circuito indipendente, Greta Gerwig si fa notare al Festival di Berlino affiancando Ben Stiller nella commedia agrodolce “Greenberg” (2010), di Noah Baumbach (altro mostro sacro del cinema indie e attuale compagno della Gerwig). Da qui comincia una seconda fase per la sua carriera, tra Festival e i primi lampi di successo. Greta Gerwig si affaccia nel cinema mainstream, la gente comincia a fermarla per strada, il pubblico la riconosce e pensa “ma lei l’ho già vista in un altro film!”: “Damsels in distress” (2011) viene presentato a Venezia e a Toronto, nello stesso anno Ivan Reitman la vuole nella commedia “Amici, amanti e…”. Il 2012, come già detto, è l’anno della collaborazione con Woody Allen, ma la consacrazione arriva con il ritorno al cinema indipendente: lo splendido “Frances Ha”, sempre di Baumbach, scritto dalla Gerwig insieme al regista, ottiene applausi e riconoscimenti in tutto il mondo (da New York a Los Angeles, da Toronto a Edinburgo, fino a Torino) e Greta Gerwig ottiene la sua prima nomination ai Golden Globes.

Quest’anno è tornata a Berlino nelle vesti di membro della giuria, nello stesso periodo in cui è stato annunciato che l’attrice sarà protagonista, produttrice e sceneggiatrice della sitcom “How I met your dad”, spin-off della serie di successo “How I met your mother”. Per quanto riguarda il cinema la vedremo ancora lavorare con Baumbach, oltre ad altri due interessanti progetti sotto la direzione di registi del calibro di Barry Levinson (“The Humbling”, con Al Pacino) e la promettente Mia Hansen-Love (“Eden”). La nostra speranza, al momento, è che il pubblico italiano la possa scoprire e amare in “Frances Ha”, che sarà distribuito dalla Whale Pictures in una data al momento avvolta nel più completo mistero.

UPDATE (FEBBRAIO 2018): Dai tempi di quest’articolo Greta Gerwig ha fatto un bel po’ di strada: dopo “Frances Ha”, che purtroppo in Italia è poi sì uscito, ma in pochissime sale, abbiamo ritrovato l’attrice di Sacramento in un altro gioiello firmato da Noah Baumbach, “Mistress America”. Dopo alcuni altri ruoli più o meno importanti (su tutti in “Maggie’s Plan” di Rebecca Miller, ma anche in “Wiener Dog” di Todd Solondz, “Jackie” di Pablo Larrain e “20th Century Woman” di Mike Mills), Greta Gerwig tenta la strada della regia con uno dei film rivelazione dell’anno, “Lady Bird”, che le ha dato la gioia della candidatura agli Oscar come migliore regista. 35 anni, una faccia da schiaffi (in senso positivo) e il mondo del cinema ai suoi piedi. Il futuro è suo.

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Mumblecore, la vera anima del cinema indipendente

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Da qualche tempo è sorta la questione se il cinema indipendente americano è realmente così indipendente come vogliono farci credere: l’indie-movie, per definizione, è il film che non è costretto a dipendere dalle grandi case di produzione, che realizza buoni (e talvolta eccellenti) film senza aver bisogno di grandi budget, ma solo con le idee. Ormai però gli studios hanno capito che il cinema indipendente ha dalla sua una fetta di pubblico non indifferente e si sono regolati di conseguenza, rendendo l’indie-movie un vero e proprio genere cinematografico (basti pensare che la Warner Bros, per dirne una, ha una divisione che produce soltanto film a basso budget, ma comunque non indipendenti nel senso stretto del termine). E allora, dove è finita la vera anima del cinema indipendente americano? La risposta va cercata nel mumblecore. Si tratta di un sottogenere del cinema indipendente, caratterizzato (ovviamente) da produzioni a basso budget e da attori solitamente poco conosciuti, le cui storie sono fortemente incentrate su un dialogo naturale e spontaneo. “Naturalezza” (nei dialoghi ma anche nella messa in scena e nelle interpretazioni) è la parola chiave del genere mumblecore. Le sue caratteristiche principali sono le ambientazioni reali, in cui anche gli interni come bar o appartamenti sono reali e non ricostruiti; il protagonista è spesso un personaggio tra i venti e i trentanni, mentre il tema del film è in molti casi incentrato sulle relazioni sociali dei protagonisti, sulle insicurezze e le difficoltà della generazione post-universitaria. Talvolta non c’è una struttura narrativa chiara, e questo rende i film mumblecore imprevedibili. Il bianco e nero della fotografia (ma solo in alcuni casi) e la colonna sonora ricercata sono altre caratteristiche di questo genere, che trova le sue radici nella nouvelle vague francese (in particolare nei film di Eric Rohmer e in alcuni di Truffaut) e in un certo senso ha come fratello maggiore “Manhattan” di Woody Allen, che a parte il budget, condivide molte delle caratteristiche fondamentali del mumblecore. In un certo senso, si potrebbe quasi dire che il mumblecore è la street photography applicata al cinema.

Nonostante si possano definire mumblecore film dello scorso secolo come “Girlfriends” di Claudia Weill, “Stranger than paradise” di Jarmusch, per alcuni versi “Baci rubati” di Truffaut o il già citato “Manhattan” di Allen, e sebbene il genere cominci a prendere forma negli anni 90 con le pellicole di Linklater “Slacker” e “Before Sunrise”, il primo vero e proprio film mumblecore è per tutti “Funny Ha Ha” (2002) di Andrew Bujalski, che ha anche coniato il termine mumblecore durante un’intervista per Indiewire. Si comincia a parlare di un vero e proprio movimento, visto che molti attori e registi di questi film appaiono nei film dei colleghi, collaborano con loro e promuovono il lavoro degli altri. Oltre a Bujaski, i registi che sono stati associati al mumblecore sono Lynn Shelton (“Humpday”), Aaron Katz (“Dance Party USA”, “Quiet City”) , Joe Swanberg (“Lol”), Alex Holdridge (“In search of a midnight kiss”) e ovviamente i fratelli Duplass (“Baghead”, “Cyrus”), tra i pochi a farsi un nome anche fuori dai confini statunitensi. A rilanciare il movimento ci ha pensato lo scorso anno Noah Baumbach con il meraviglioso “Frances Ha”, che ha riscosso consensi a livello internazionale e ha reso Greta Gerwig la musa del mumblecore. Il film di Baumbach ha ridato linfa vitale a un genere che per troppo tempo è rimasto confinato alle categorie più nascoste dei festival, e che raramente ha visto la via della sala cinematografica (almeno per quel che riguarda l’Europa e in particolare l’Italia).

In Europa che succede? Non mancano gli emuli dei colleghi americani e gli “adepti” a questo movimento cinematografico (che per esempio in Germania esiste dal 2009 e si chiama proprio “Berlin mumblecore movement”, dotato addirittura di un proprio manifesto, il “Sehr Gutes Manifest”). Visto che parliamo di Germania non possiamo non citare il magnifico “Oh boy”, diretto da Jan Ole Gerster, uscito lo scorso anno anche in Italia. Altri esempi europei possono essere il bellissimo film danese “Dark Horse” di Dagur Kari, oppure lo spagnolo “En la ciudad de Sylvia” di José Luis Guerin o per certi versi l’inglese “Bomber” di Paul Cotter. Germania a parte, il mumblecore non è tuttavia riuscito a prendere piede in Europa, altro motivo per cui i film statunitensi di questo genere trovano difficilmente il modo di arrivare fino alle nostre sale. Magari, con l’arrivo di “Frances Ha” (uscirà in Italia a maggio), qualcosa cambierà. Staremo a vedere.

(Se vi interessa approfondire l’argomento, ecco una lista piuttosto interessante di film mumblecore – dal 2002 al 2012 – stilata dal sito rateyourmusic.com)

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Recensione “Frances Ha” (2013)

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Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film. Il bianco e nero, la musica che copre le voci, fino a scoprire lentamente Frances, la protagonista, personificazione della precarietà, goffa, buffa, probabilmente un po’ svitata, ma infinitamente piacevole. Frances non ha una casa e salta da un appartamento all’altro. Frances non ha abbastanza talento e deve quindi accontentarsi dei lavoretti che riesce a trovare. Frances non ha soldi ma non può neanche definirsi povera “perché sarebbe offensivo nei confronti di chi è davvero povero”. Frances non ha un ragazzo (è “infidanzabile”, come la definisce uno dei suoi coinquilini) ma neanche è in cerca di avventure. Frances fa della sua precarietà, di sentimenti, di denaro, di alloggio, un vero e proprio modo di vivere: è se stessa in ogni momento, non nasconde la gelosia quando la sua migliore amica si innamora e va a vivere con il suo ragazzo, non nasconde il sorriso quando le cose non vanno esattamente come vorrebbe.

Noah Baumbach è uno dei punti di riferimento del cinema indie statunitense del nuovo millennio, in particolare del movimento cosiddetto mumblecore: il suo film ha il respiro di un cinema nostalgico, come la nouvelle vague alla quale strizza l’occhio continuamente (i jumpcuts alla Godard, la musica de “I 400 Colpi” di Truffaut, la tv che trasmette “Domicile Conjugal” dello stesso Truffaut), contendendo atmosfere e situazioni al cinema di Jarmusch o addirittura a quello di Woody Allen. Dopo averla lanciata con il precedente “Greenberg”, Baumbach costruisce l’intero film sulla naturalezza di Greta Gerwig, qui alla sua consacrazione definitiva: il classico caso in cui l’attrice protagonista e la sceneggiatura sembrano completarsi, fatti l’una per l’altra (non a caso l’attrice ha scritto il film insieme a Baumbach).

Un film ricco di citazioni (un’altra? La corsa della protagonista sulle note di “Modern Love” di Bowie è un omaggio ad una scena di “Mauvais Sang” di Leos Carax) ma che non perde comunque la sua anima e la sua originalità. La storia di Frances è la storia di una quasi-trentenne come ce ne sono ovunque, in ogni città: è per questo che New York, per quanto riconoscibile, è quasi una città qualunque, è per questo che il bianco e nero non è soltanto una scelta per ostentare un certo tipo di cinema, ma soprattutto una mossa stilistica che cambia la percezione dello spazio e del tempo del racconto: quella che guardiamo è la storia di Frances, ma potrebbe anche essere la nostra, quella dei nostri amici o dei nostri ex-compagni di università. Baumbach, senza apparire mai pretenzioso, firma una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, delle montagne russe della precarietà, di una way of life che in qualche modo ci appartiene, e che in pochi riescono davvero ad inquadrare. È questo il cinema che amiamo.

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