Il critico cinematografico ieri, oggi, domani (parte 7 di 9)

L’ERA DI INTERNET
Oggi, negli anni Duemila, la figura del critico cinematografico si è andata trasformando di pari passo con l’evoluzione dell’uomo: la diffusione di Internet ha spalancato le porte a miriadi di giovani appassionati, formando una grande intelligenza collettiva in cui le informazioni circolano senza censure né inibizioni, democraticamente e alla portata di tutti. La critica cinematografica sembra ormai essersi svincolata dalle barriere istituzionali, trasformandosi in un atto di pura e libera scrittura, appassionata, ma anche indisciplinata. Da una parte il boom delle riviste online permette al ruolo del critico di svecchiarsi, di creare una nuova generazione di “giovani turchi”, appassionati cinefili che finalmente hanno la possibilità di scrivere di cinema grazie a stage e collaborazioni con le testate multimediali, alcune delle quali permettono l’inserimento nell’elenco dei pubblicisti, presente sull’albo dei giornalisti, aprendo così le porte per un possibile futuro in ambito giornalistico. L’altra faccia della medaglia vede la figura del critico cinematografico perdere la sua autorevolezza, poiché talvolta si ritrova a scrivere di cinema anche chi non conosce la storia del cinema, la grammatica cinematografica, riportando alla mente quei famosi sette peccati capitali della critica di cui parlava François Truffaut.

In tutto ciò è sulla carta stampata che il mestiere del critico sembra subire le conseguenze maggiori: sui giornali in crisi a causa del calo dei lettori e delle entrate pubblicitarie, il critico cinematografico diventa una figura di cui si può anche fare a meno, basti pensare che negli Stati Uniti lo scorso anno più di trenta critici hanno smesso di lavorare per quotidiani o settimanali. il caso più noto è quello di David Ansen, per trent’anni critico di «Newsweek», che ha deciso di abbandonare il suo posto a causa di un giro di prepensionamenti operato dal settimanale, che ha deciso di non sostituire il critico dimissionario. Lo stesso è successo anche a Jan Stewart e Gene Seymour, critici del quotidiano «Newsday». Oltre ai dimissionari, sono soprattutto da citare i casi dei critici licenziati, come ad esempio Jonathan Rosenbaum del «Chicago Reader», Nathan Lee del «Village Voice», Jami Bernard e Jack Matthews del «New York Daily News», Michael Wilmington del «Chicago Tribune» e Eleanor Ringel Gillespie dell’«Atlanta Journal Constitution». Ansen ha così commentato l’allontanamento dei suoi colleghi: «È un po’ come tornare indietro ai giorni in cui ero giovane: chiunque poteva essere un critico cinematografico e andava a finire che si prendeva qualcuno dalle redazioni sportive. Tutto questo è una profonda offesa alla conoscenza e all’esperienza di molti critici». Come ha affermato il regista Rod Lurie, ex critico cinematografico: «Per tagliare le spese, si tagliano innanzi tutto i critici, un po’ come a scuola si tagliano i fondi al corso di educazione artistica. È un qualcosa che i dirigenti non prendono seriamente, qualcosa che pensano si possa sostituire facilmente, o che – addirittura – non abbia bisogno di essere sostituito».

Alla base di tutto c’è Internet, ma non solo: per decenni il critico è stato l’unico ad avere un accesso anticipato rispetto ai film in uscita, mentre ora, nel momento dell’arrivo di un film in sala, lo spettatore/lettore sa già tutto sul film a causa del bombardamento pubblicitario operato dagli studios sul blockbuster di turno, per il quale si arrivano a spendere milioni di dollari in pubblicità e operazioni di marketing. Il problema potrebbe riguardare soprattutto quei film indipendenti, di qualità, che una volta vivevano grazie alla macchina di consensi messa in piedi dai critici dei quotidiani. Il produttore Scott Rudin (tra i suoi recenti successi Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen e Il petroliere di Anderson) è convinto che «le parole dei critici sono fondamentali per creare l’interesse della gente», ma il passaparola nato su Internet sembra sopperire ad ogni possibile problema, basti osservare alcuni dei commenti che i lettori lasciano quotidianamente su blog e riviste online a proposito di film poco pubblicizzati. Ad esempio, lo splendido film svedese Lasciami entrare (Alfredson, 2008), uscito a gennaio in Italia senza grandi clamori, è stato osannato dai “giovani critici” di Internet al punto di spingere i propri lettori al cinema, creando un piccolo caso cinematografico. Girando tra vari siti o blog (dei quali ci occuperemo più avanti) si possono facilmente trovare commenti dei lettori del tipo: «Bellissimo, grazie della segnalazione»; «Meraviglioso… Ti ringrazio anche io per la segnalazione»; «Credo proprio di doverti ringraziare… Film sorprendente ed emozionante. Grazie ancora» e decine di altri commenti sullo stesso tenore, a dimostrazione che la funzione orientativa della critica cinematografica, autorevole o amatoriale che sia, sembra portare avanti la sua “missione”.

Un altro colpo basso al mestiere del critico è dato inoltre da una pratica sempre più diffusa all’interno dei materiali promozionali distribuiti ai critici e ai giornalisti durante le anteprime dei film: «la specificità della situazione odierna è che il regista spesso nega legittimità al discorso critico altrui, e poi usa un linguaggio da critico per parlare del proprio film». Basta sfogliare il pressbook di alcuni film per rendersi conto che ormai è l’autore stesso della pellicola a tracciare il discorso critico sul suo stesso film, riducendo la funzione del critico ad una semplice opera di amplificazione mediatica. Ad esempio, leggendo il pressbook di Come Dio comanda, si possono trovare ben due pagine di spiegazioni del regista Gabriele Salvatores che risuonano come possibili chiavi di lettura critica del film: «(…) La natura ti accerchia, pronta a riprendersi quello che le hai strappato o che hai cercato di governare, pronta a rompere gli argini e a travolgerti in una notte di tempesta. E a liberare la parte animale che è in te». E ancora: «Come in Shakespeare. C’è un “prima”, c’è una notte tempestosa e c’è un “dopo”». Si potrebbero fare tantissimi esempi, ancor più evidenti: Hayao Miyazaki sul materiale stampa di Ponyo sulla scogliera («[il film] porta “La sirenetta” di Hans Christian Andersen nel Giappone contemporaneo. È una fiaba avventurosa sull’amore infantile. (…) Attraverso la distorsione di spazi e contorni, il mare esce dal consueto ruolo di paesaggio e diventa uno dei principali personaggi della storia»), oppure Enzo Monteleone sul pressbook di Due partite («[il film] scava nel sentimento di maternità, nel ruolo di madre, così naturale e scontato in passato e così difficile da affrontare oggi. E del mutamento del ruolo delle donne»), solo per citare un paio di film usciti di recente. Frasi che sembrano uscire da una recensione, e che probabilmente qualche critico pigro avrà fedelmente riportato sul suo pezzo, facendo così il gioco dell’autore e finendo per snaturare il proprio ruolo.

Sui quotidiani la situazione italiana non è cambiata rispetto al decennio precedente: le recensioni, presenti soltanto sui giornali del venerdì,  sono molto brevi, ad eccezione del film della settimana, al quale sono riservati solitamente circa il doppio dei caratteri rispetto agli altri film in sala. Durante gli altri giorni della settimana la pagina dedicata al cinema si occupa soprattutto di articoli sui divi, sul tappeto rosso di un festival o sulla polemica di turno. Ma se nella pagina degli spettacoli si parla sempre meno di cinema, lo spazio è aumentato nelle altre pagine: si possono trovare facilmente immagini di film celebri a commentare fatti di cronaca che presentano analogie con essi. Basta aprire un quotidiano qualunque per osservare questo curioso fenomeno da vicino: per esempio sfogliando «La Repubblica», ci si può trovare di fronte ad un articolo di scienza dedicato all’uso di computer parlanti e intelligenza artificiale accompagnato da un fotogramma tratto dal kubrickiano 2001: Odissea nello Spazio (1968), oppure ad un articolo sui bulli accompagnato da una foto di Carlo Verdone nei panni di un indimenticabile personaggio di Un sacco bello (1983).

Sulla free press, i quotidiani gratuiti distribuiti nelle grandi città, l’eccezione alla regola dei quotidiani nazionali è rappresentata dal caso di «City»: oltre agli articoli di cronaca cinematografica, sono presenti quasi tutti i giorni le recensioni di Alessio Guzzano, un critico capace di costruirsi un grande seguito tra i suoi lettori, talvolta amato, spesso detestato (a causa del suo stile di scrittura troppo “alto” per il pubblico della free press). Le recensioni di Guzzano spesso sono dei piccoli gioielli di letteratura, come quella recente di Gran Torino di Clint Eastwood, per fare un esempio:

«Walter Kowalski è un burbero yankee decorato in Corea negli anni ‘50. Guai a chiamarlo Walt (o peggio: Wally), a proporgli i comfort dell’ospizio, come osano figli e nuore con cui ha rapporti meno che tiepidi, o a suggerirgli di confessarsi come pretende un (troppo) giovane prete. Guai a chiedergli cosa si provi a uccidere un uomo, come fa il giovane orientale che prima ha tentato di rubargli l’adorata Ford d’epoca (vedi titolo e “Starsky & Hutch”) e poi è divenuto il suo protetto. Unico superstite bianco in un quartiere ‘giallo’, si trova invischiato in una brutta storia di gang. Si prende a cuore la sorte dei vicini che lui chiama ‘zipperhead’, dispregiativo usato per i vietnamiti, uno tra i mille termini del più colorito slang etnico sentito al cinema dai tempi di “Fa’ la cosa giusta”. È razzista con la lingua e lo sputacchio verso tutto il mappamondo (godetevi i dialoghi dal barbiere), non nel cuore. Eastwood, rinsecchito con vigore, fa di nuovo centro: forte nella morale e commovente nella sostanza, nonostante segua un prevedibile percorso a ostacoli. Old Clint affronta il finale con piglio western, inquadrato di spalle mentre fronteggia una casa da horror. Il suo film non è né l’uno, né l’altro. È il doloroso commiato di un cavaliere pallido».

Sono gli anni in cui i discorsi sul labile presente del critico cinematografico si fanno più intensi: sul mensile cinematografico più popolare in Italia, «Ciak», è comparsa recentemente una piccola inchiesta intitolata “Cari critici, siete morti!” che, prendendo come spunto il fatto che in America ormai il 90% dei giovani non legge più le recensioni dei giornali, preferendogli i blog, arriva a fare un punto sulla situazione in Italia:

«In America, che quasi sempre (soprattutto nella comunicazione) anticipa le tendenze con cui poi ci dovremo confrontare in Europa, blog e siti di cinema sono saliti al potere negli ultimi anni, al punto che molti critici hanno deciso di aprire un blog per fermare la marea della Rete, un movimento dai molti nomi che, senza nessuna pietà, dopo anni di recensioni subìte ha perfino iniziato a creare blog dai titoli emblematici come killthecritic.blogspot.com. (…) Ma mentre negli Stati Uniti critici come Anne Thompson di Variety o Roger Ebert del Chicago Sun-Times sono corsi ai ripari aprendo blog, in Italia l’ala storica della critica il web lo frequenta poco, al punto che della vecchia guardia quasi nessuno ha un sito o un blog su cui confrontarsi con i propri lettori, quasi non fossero interessati. E questa mossa, in un mondo come quello del web in cui se non ci sei non esisti, potrebbe significarne la definitiva condanna a morte».

Lo stesso Alessio Guzzano è uno dei pochi critici dei quotidiani a possedere una propria pagina sul web («ad Alessio Guzzano hanno sempre detto che scrivere di cinema era un ghetto per giornalisti destinati a non sfondare, a essere tagliati fuori dal mondo. Sciocchini. Tronfi sciocchini tesserati. Lui, scrivendo di cinema, è convinto di aver scritto di tutto»), uno dei motivi per cui il suo nome è probabilmente più noto tra i frequentatori occasionali delle sale cinematografiche rispetto ai critici della vecchia guardia. A questo proposito abbiamo sentito il parere di Eugenio Renzi, critico cinematografico dei «Cahiers du Cinéma»:

«Se il giovane pubblico non conosce i critici di professione, il motivo è che non c’è alcuna necessità sociale per loro di conoscerli. Ed è questo il motivo per cui i critici di professione non si trovano sul web. Detto altrimenti, anche se i critici di professione fossero sul web, non è detto che i giovani si interesserebbero per questo a loro.
Di fatto alcuni critici di professione sono sul web. Paolo Mereghetti, tanto per fare un esempio. E si tratta per certo di una persona autorevole. Ma autorevole presso di chi? Forse non presso tutto il pubblico giovane. Di certo, se Mereghetti è sul web, è perché ci occupa una qualche funzione sociale riconosciuta. Potrebbe essere una funzione che esclude il pubblico, o una parte di esso e comprende invece i distributori del film. Potrebbe essere una funzione esercitata sui tanti giornalisti che hanno bisogno di un punto di riferimento per scribacchiare le loro critiche…
Non credo che il medium agisca in senso metafisico, realizzando la libertà, la democrazia ecc. Esso riconfigura le funzioni di un’ontologia sociale che deve essere penetrata con metodo scientifico».

Gianni Canova, direttore del mensile «Duellanti», ritiene che la critica al giorno d’oggi sia in una riserva indiana: «perché in 9,5 casi su dieci il critico è colui che pretende di dare valore universale ai suoi giudizi e ai suoi piaceri privati, cosa che non è di nessun interesse per la collettività. E quindi è marginalizzato». Le parole di Canova sono utili per introdurre la questione dei bloggers: «Devo dire a malincuore che le critiche prevalenti tra i giovani siano quelle di dare i voti, fare pagelle, stroncare. I blog vanno in questa direzione: spesso sembrano degli sfogatoi in cui senza motivare minimamente si grida al capolavoro o si denuncia la nefandezza. (…) È il paradosso della democrazia: si dà apparentemente l’accesso e il diritto di parola a tutti, perché nessuno dice nulla».
In quest’ottica come si spiega il fenomeno dei bloggers? Si parla di una nuova generazione di critici cinematografici o forse semplicemente di un giovane movimento di cinefili.

pubblicato su Livecity

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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