Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Sui titoli di coda dell’ultima puntata avevo la testa che scoppiava: dove diavolo è finito Jonas? Forse avanti di 33 anni, quindi il 2052, ovvero il presente dal quale proveniva lui stesso da adulto. Winden sembra esser stata sconvolta da un disastro nucleare, l’atmosfera post-apocalittica fa pensare a “Mad Max”, visti anche i mezzi sui quali viaggiano quelli che possiamo definire i “sopravvissuti”. Vi sparo subito la prima teoria: la ragazza che colpisce Jonas con il calcio del fucile secondo me è Marta da adulta (ovvero sua zia). Ma lasciamo da parte il futuro e torniamo un po’ indietro, tipo al 2019 (e al 1986, e al 1953…).

Facciamo ordine con la storia. Dunque, la scomparsa di Mikkel è il motore che muoverà i fili di tutti gli eventi che accadono nella serie. La vita di quattro famiglie gira intorno a questa vicenda, ma ovviamente è tutto il paese a restare coinvolto dalle misteriose sparizioni (non solo da quella di Mikkel, ma anche quella precedente di Eric). Ciò che ho trovato più spaventoso non sono tanto i salti temporali, voglio dire, anche “Ritorno al Futuro” parlava di viaggi nel tempo, ma non era così terrificante: ciò che mi ha davvero elettrizzato è immaginare come le conseguenze di ogni singola azione possano ripercuotersi nel futuro, ed è forse proprio questo a trainare emotivamente la serie. Non c’è mai un’occasione per rilassarsi, per respirare, per trovare un po’ di leggerezza; la pioggia, incessante, non lo permette. Non ci sono raggi di sole, così come non ci sono ombrelli, dobbiamo subire l’angoscia dei protagonisti, non abbiamo alternative. E ci sono talmente tanti tasselli da mettere insieme (l’albero genealogico di ogni famiglia, ad esempio) da rendere la serie una sorta di enorme enigma da risolvere, che riesce a gratificare proprio nel momento in cui ti permette di capire qualcosa in più (dovevate vedere la mia faccia quando ho capito che è stato Ulrich a procurare la cicatrice di Helge!), oppure quando conferma qualcosa che pensavi di aver capito (ad esempio, ero certo che lo sconosciuto che viaggia nel tempo fosse Jonas da grande, ma quando mi è stato confermato è stata una grande soddisfazione). La complessità di questa ragnatela culmina nell’ultimo episodio, quando capiamo che tutti devono fare i conti con il passato, il proprio o quello della loro famiglia, e che dunque anche il futuro può influenzare gli eventi già trascorsi.

Se c’è qualcosa che ho trovato assolutamente convincente è stata la coerenza: i personaggi sono straordinariamente somiglianti, sia fisicamente che caratterialmente, a loro stessi, quale che sia l’epoca in cui li vediamo. Insomma, per una serie basata sui viaggi nel tempo essere credibile è un punto fondamentale e da questo punto di vista “Dark” centra pienamente il bersaglio. A conferma di tutto ciò è il fatto, come ci viene detto in apertura di serie, che la distinzione tra passato, presente e futuro sia un’illusione: per cui non è tanto importante l’epoca in cui ci troviamo, bensì il motore che guida i personaggi, che possiamo chiamare “destino” se volete, ma che forse è semplicemente la loro essenza.

Al di là di ogni commento o spiegazione, il potere di “Dark” è nel suo essere coinvolgente: la trama non sarebbe neanche troppo originale se non fosse basata su un impianto forte e ambizioso. Charlotte che trova la foto di Ulrich sul giornale del 1953 è un momento di grandissima emozione, paragonabile a quando Madeleine Stowe trova la foto di Bruce Willis nelle immagini della prima guerra mondiale nello splendido “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam. Tuttavia funziona, perché la serie ci ha portato lentamente a questa rivelazione come a molte altre. Sappiamo che la stanza all’interno del rifugio è una macchina del tempo (“Non è una Delorean”, dice Jonas adulto a se stesso, in una citazione che stavolta sì, fa pensare a “Stranger Things”). All’interno di questa stanza Noah, individuo misterioso sul quale non abbiamo praticamente nessuna informazione, conduce esperimenti su alcuni ragazzini che fa rapire a Helge (padre di Peter, che coinvolgerà suo figlio e il padre di Ulrich nella vicenda). Ad ogni modo la chiave per capirne di più è tutta nelle connessioni tra i personaggi: provate a partire da Claudia ad esempio, collegate le persone che le gravitano intorno nel 1953 e nel 1986 e già le cose vi sembreranno un po’ meno nubolose.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda stagione (se confermata, ma Netflix non oserà non confermare un instant cult come “Dark”, uscito soltanto il 1° dicembre e già al centro del passaparola sui social)? Innanzitutto c’è da chiarire il destino di Jonas, finito come dicevamo in un minaccioso 1952: c’è da vedere come si comporterà in questo nuovo presente e se riuscirà a tornare nel 2019. C’è da approfondire Noah, saperne di più sul suo conto e sul perché dei suoi esperimenti, capire fino a che punto Bartosz sarà coinvolto nei suoi piani e in quelli di sua nonna. Dobbiamo assolutamente capire se Ulrich riuscirà a fuggire dal 1953, dove è stato arrestato dal suo storico persecutore: Egon Tiedemann.

In conclusione un accenno alla colonna sonora: minimalista e perfetta quella originale, ricercata e interessantissima quella non originale, dove spicca la sigla “Goodbye”, firmata da Apparat e soprattutto il successo tedesco anni 80 “Irgendwie Irgendwo Irgendwann”, cantato da Nena. Tra le altre, “I Ran” (resa celebre qualche mese fa da “La La Land”), “Shout” e “You Spin Me Round”, tutte hit del decennio più amato dalle serie tv degli ultimi anni.

Tantissime domande e soprattutto tanta voglia di saperne di più. In attesa della seconda stagione non sarebbe male trovare il tempo di rivedere questi dieci episodi e cercare nuovi tasselli da inserire nel quadro generale. Il futuro è ora, ma il passato lo è ancora di più.

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Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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