Recensione “La Stanza delle Meraviglie” (“Wonderstruck”, 2017)

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Sono molti anni ormai che mi ripeto che se mai nella vita dovessi girare un film, la frase introduttiva sarebbe una splendida citazione di Oscar Wilde: “We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars” (“Viviamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”). Ecco, Todd Haynes probabilmente ha sbirciato in uno dei miei taccuini perché tutta la parte iniziale di questo film si basa su questa citazione di Wilde. Subito dopo la frase iniziale troviamo “Space Oddity” di Bowie, una delle mie canzoni preferite, e la cosa ha cominciato a piacermi davvero tanto (oltre che a inquietarmi per le varie coincidenze). Todd Haynes racconta una sorta di favola moderna, in cui due ragazzini appartenenti a due epoche diverse condividono la stessa avventura e soprattutto lo stesso destino. La sua stanza delle meraviglie trasuda amore per il cinema (quello muto in particolare, in molte delle sue forme), per la magia del passato e per i tesori che incontriamo quotidianamente nella nostra vita.

Ben vive nel Minnesota e ha recentemente perso sua madre in un incidente stradale. Non ha idea chi sia suo padre ma, seguendo alcuni indizi trovati nei cassetti della mamma, capisce che la risposta alle sue domande si trova nella frenetica New York degli anni 70. Dopo aver perso l’udito in seguito ad un incidente domestico, il ragazzino sfugge alla custodia della zia per avventurarsi per le strade della Grande Mela. Negli anni 20 invece la giovane sordomuta Rose vive nel New Jersey, viene educata severamente da un padre molto esigente e sogna di raggiungere sua madre, star del cinema muto che vive dall’altra parte del fiume, in quella New York in cui vive e lavora anche suo fratello. Nonostante le difficoltà nella comunicazione i due ragazzini vivranno un’avventura che cambierà per sempre le loro vite, inevitabilmente legate da un invisibile filo rosso.

Personalmente amo il Todd Haynes più adulto, quello di “Carol” per esempio: più evocativo, più intenso e decisamente meno favolistico. “La stanza delle meraviglie” è un buonissimo film che secondo me però si specchia troppo nella sua bellezza, nel suo montaggio che alterna i colori degli anni 70 al bianco e nero degli anni 20, anche se non si può davvero non amare la poesia di alcune scene (la mano che scivola sul meteorite del museo, per dirne una). Non amo molto le favole cinematografiche, cosa che toglie uno o due punti al mio giudizio complessivo, ma è comunque un lavoro pieno di poesia, di nostalgia e di avventura che, chissà, potrebbe anche diventare un piccolo cult per i più giovani.

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