Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

La famiglia Graham, composta da madre, padre e due figli, un maschio e una bambina, si prepara per il funerale della nonna, scomparsa di recente. La prima parte del film è incentrata sull’elaborazione del lutto e sul vano tentativo da parte di Annie (la madre) di tenere insieme i cocci di una famiglia che sembra segnata da una crepa profonda. In realtà il regista, con la carta del thriller psicologico, sta semplicemente apparecchiando la tavola per la seconda parte del film, dove l’elemento sovrannaturale prenderà il sopravvento e dove, inevitabilmente, il male andrà a rubare la scena ai vari protagonisti.

Toni Collette torna ancora una volta ad interpretare il ruolo di una mamma coraggiosa e disperata, ruolo che le si addice piuttosto bene visto la straordinaria interpretazione, segnata da una vasta gamma di emozioni. Il titolo del film è anch’esso molto interessante, poiché apre le porte ad una serie di interpretazioni: l’eredità che si tramanda la famiglia è probabilmente quella di non poter controllare il proprio destino, oltre all’impotenza e all’incapacità di controllare eventi più grandi di essa. Un lavoro di ottima fattura, che mette da parte spaventi facili ed espedienti ritriti come i jump-scares per insinuarsi nella testa dello spettatore che, pur volendo distogliere lo sguardo, sarà talmente affascinato dalla messa in scena da non poter fare a meno di tenere gli occhi spalancati sullo schermo.

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