A proposito di “Blinded By The Light”, Springsteen e Noi

Il rapporto tra Springsteen e i suoi fan è quanto di più viscerale possa esistere nel mondo della musica (guardate ad esempio il bellissimo documentario “Springsteen and I”) e non è una sorpresa se il film “Blinded By The Light” utilizzi le sue canzoni per spingere un ragazzo inglese di famiglia pachistana, costretto a crescere in una città grigia in cui il futuro che è stato confezionato per lui gli sta strettissimo, fuori dai confini dei suoi desideri, sia geografici che sentimentali (e sorprende ancor meno che il film sia tratto da una storia vera). A me è capitata più o meno la stessa cosa e immagino, come a me, anche a centinaia di altri fan del Boss.

Conosco Springsteen da quando ero ragazzino, ma ai tempi, come molti, lo conoscevo solo per “Born in the USA” e ritenevo la sua una stupida retorica patriottica, cadendo anche io come tanti in uno degli equivoci più clamorosi della storia delle canzoni: il popolarissimo brano del Boss, tratto dall’album omonimo e citato anche nel film, è in realtà una canzone dedicata ai reduci del Vietnam e a come si sentono abbandonati dalla Patria (se volete saperne di più leggete questo ottimo articolo di Coolturama).

Crescendo, subito dopo il liceo, ho cominciato a “saccheggiare” i cd della biblioteca comunale del mio quartiere, per ampliare e migliorare la mia cultura musicale, scoprendo il Boss grazie a un Greatest Hits. Mettevo il cd in macchina, lo ascoltavo mentre guidavo e devo dire che mi piaceva abbastanza, alcune canzoni sicuramente più di altre, ma anche allora commisi un errore: non mi soffermai sui testi, sulle parole. Così gli anni passavano e nelle compilation musicali che tenevo in macchina sbucava fuori una “Born to Run” o addirittura “Sad Eyes”. Ancora non ero davvero un fan, anzi, dovevo ancora fare i conti con i testi delle canzoni. Il momento che ti cambia la vita, quello vissuto anche da Javel, il protagonista di “Blinded By The Light”, è avvenuto soltanto alla fine di luglio del 2008 (molto tardi, lo so!). Avevo letto “31 canzoni” di Nick Hornby e c’era questa “Thunder Road” che figurava come la canzone preferita dello scrittore, la sua risposta ad ogni rifiuto, la panacea per ogni male. Cercai la canzone su YouTube e la salvai tra i preferiti, promettendomi di ascoltarla in un momento adatto.

Era la fine di luglio del 2008, come vi dicevo, uno di quei periodi che ti cambiano la vita per sempre. La vita prima di allora mi andava stretta, strettissima, non avevo mai viaggiato ed è una cosa che desideravo tanto, soprattutto perché ero affamato di esperienze nuove e persone nuove e le serate al pub con gli amici di sempre del liceo cominciavano a non bastarmi più. Quell’anno, grazie ad un gruppo di ragazzi e ragazze francesi, a Roma per un anno in Erasmus, niente fu più come prima: facevo un sacco di cose che prima non facevo, mi sentivo bene con me stesso e con le persone che avevo intorno ed è una cosa che fino ad allora non mi era capitata molto spesso. Arrivato luglio però, uno dopo l’altro, una dopo l’altra, la mia compagnia francese si stava sciogliendo. Fu la sera dell’ultima partenza, dell’addio per me più doloroso, che tornai a casa a notte fonda e mi sedetti sul divano con le cuffie collegate al pc. Mi ricordai di questa “Thunder Road” e cliccai play sul video: era una di quelle clip con i testi che scorrono davanti, in modo che tu possa leggerli mentre ascolti la canzone (tipo questo).

E parte così l’armonica, quindi la porta della veranda sbatte e il vestito di Mary ondeggia, Roy Orbison alla radio canta per chi si sente solo e subito arrivano le parole non dette, la magia di quella notte, il suggerimento di non sprecare l’estate aspettando qualcuno invano, infine la fuga dalla “città dei perdenti” dalla quale andar via per cercare di vincere. Roma per me non era certo paragonabile ad una cittadina di provincia nel New Jersey, ma il quartiere dove sono cresciuto e dove lavoravo ogni sera in pizzeria lo sentivo esattamente allo stesso modo.

Ricordo che mi sciolsi in lacrime, però sorridendo, ascoltando e riascoltando in loop sempre quella canzone più e più volte. C’era qualcuno che capiva davvero quello che portavo dentro: avevo appena scoperto veramente il Boss. Da allora la mia vita è davvero cambiata moltissimo (ho addirittura raccontato gli anni successivi a quell’estate in un libro, “Fuori dalla Caverna”), ho viaggiato per il mondo in lungo e in largo, ho conosciuto un’infinità di persone nuove, amici, amiche, qualche ragazza. Come per Javel, Bruce per me è sempre stato un conforto nei momenti più brutti (quando mi sono lasciato con la mia ragazza le canzoni e i testi di “The River” mi tirarono fuori dai guai e una canzone in particolare mi diede, qualche mese dopo, la forza di riconquistarla: adesso viviamo insieme da anni e una piccola parte di merito va anche al Boss), mi ha tagliato via il dolore con un coltello, mi ha fatto urlare a squarciagola i ritornelli di mille canzoni per sfogarmi dopo le giornate peggiori e, insomma, gli esempi sarebbero milioni ed evito di aprire la parentesi dedicata ai concerti perché, come dico sempre, la mia idea di paradiso è un concerto di Springsteen che non finisce mai.

Tutto questo per sottolineare come un film su un ragazzo pachistano cresciuto negli anni 80 in Inghilterra parli di me più di una storia che si svolge a Roma, più di mille film che vedo ogni giorno, ogni anno, nella mia vita: è il miracolo del Boss che si ripete sempre, continuamente, quasi inconsapevolmente, è il miracolo della musica, della potenza dirompente di una manciata di suoni associati alle parole giuste che riescono a scuoterti l’anima e a farti alzare la testa, nonostante i macigni della quotidianità, nonostante lo schifo con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno. Allora abbandonatevi anche voi, lasciatevi “accecare dalla luce”. E, ovviamente, andate al cinema a vedere questo film.

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