Vedere “Friends” per la prima volta, 25 anni dopo

Negli anni 90 e poi nei 2000, quando “Friends” impazzava sugli schermi italiani, io non lo vedevo, se non sporadicamente quando malauguratamente mi trovavo a casa di qualche compagno/a di classe nell’orario in cui lo trasmettevano. Non l’ho mai visto prima di quest’anno, il 2019, in cui curiosamente ricorre il 25° anniversario della sit-com e devo dire che vederlo adesso ha tutto un altro sapore, nel bene e nel male.

Perché non lo vedevo? Onestamente non lo ricordo, principalmente perché non guardavo molta tv ed ero sempre fuori casa a giocare a pallone oppure, se ero a casa, guardavo film in VHS, ma forse non è neanche questo il motivo reale. Certamente ricordo che odiavo “Friends”, perché i miei compagni di classe parlavano moltissimo di questa serie, perché non si poteva uscire con gli amici senza che uscisse fuori una discussione su Ross o Rachel o senza che qualcuno non ripetesse una battuta ascoltata nell’episodio trasmesso il giorno precedente e, per chi non lo vedeva, era una faccenda parecchio fastidiosa. Insomma, due decenni fa mi hanno fatto praticamente odiare “Friends”, che avevo automaticamente inserito tra i motivi per cui mi sentivo diverso dai miei coetanei e anche tra i motivi per cui mi sentivo escluso dal mondo, ma questa è un’altra storia.

Vedere soltanto ora una serie così amata è stato decisamente interessante, sia perché l’ho potuta vedere in lingua originale (che, scusate la banalità, è davvero tutta un’altra cosa), sia perché l’ho potuta guardare senza la pressione sociale di doverla amare a tutti i costi, di doverne parlare in ogni momento, di dover commentare pure la marca di cereali che questo o quel personaggio mangia a colazione. Ed è stato bello, molto bello.

Come tutti sanno e come addirittura sapevo anche io ai tempi, la storia ruota intorno alle avventure sentimentali e lavorative di sei amici, i ragazzi Ross, Joey e Chandler e le ragazze Rachel, Monica e Phoebe, ambientate per lo più in un bar del Greenwich Village, il “Central Perk”, e in due appartamenti divisi da un pianerottolo dove vivono, in tempi e modalità differenti, tutti e sei i protagonisti. Pur prendendo più di uno spunto dal capostipite del genere, “Seinfeld” (che viene omaggiato non solo con il cameo di un personaggio, ma anche addirittura con un episodio pressoché identico), “Friends” deve il suo successo alla capacità di raccontare con ironia e leggerezza quella che, senza troppi giri di parole, potrebbe somigliare alla vita quotidiana di chiunque, o meglio, alla vita quotidiana ideale di chiunque. Nonostante l’implausibilità di molte situazioni (chi trova il lavoro dei sogni da un momento all’altro, chi riesce a pagare l’affitto di un appartamento al Greenwich Village facendo la cameriera o la comparsa in tv ogni tanto, giusto per fare un paio di esempi) e i continui buchi narrativi (personaggi che spariscono improvvisamente dalla serie quando non servono più, senza troppe spiegazioni) “Friends” ha la capacità di essere figlio del suo tempo, in cui la condivisione del quotidiano non era ancora ingurgitata dai social network, dalla pressione del lavoro, dalla fallibilità di un futuro che forse vent’anni fa sembrava più semplice da affrontare, quanto meno più spensierato.

Non è un caso se da queste ottime premesse è stato generato, a distanza di pochi mesi, un prodotto ancora migliore, che ha un debito enorme con lo stesso “Friends” ma che, al tempo stesso, riesce ad essere addirittura più emozionante e più coinvolgente, ovvero “How I Met Your Mother” (altra serie che ho visto per la prima volta soltanto un anno fa), che da “Friends” non solo ha imparato cosa significa strutturare tante stagioni mescolando la trama verticale tipica delle sit-com ad una trama orizzontale che mantiene alto il coinvolgimento degli spettatori, ma anche come alternare momenti esilaranti a situazioni ricche di emozione (come ad esempio il tema della sterilità, presente in entrambe le serie).

Di “Friends” ho amato molto, ovviamente, la chimica tra i personaggi, specialmente quelli maschili (ma questo è dovuto probabilmente al processo di identificazione, che secondo me fa di Ross il personaggio migliore della serie, divertente senza essere buffone come il pur esilarante Chandler, o senza essere ingenuo come il comunque adorabile Joey, oltre ad esser dotato di uno spassoso body language), ho amato la loro umanità e la loro ironia anche in situazioni drammatiche. Quel che non mi è piaciuto affatto è invece la mancanza pressoché totale in una serie ambientata a New York, di personaggi, comparse comprese, che non fossero bianchi caucasici (fanno eccezione l’asiatica Julie, che comunque dura poco, e la paleontologa afroamericana Charlie, presente in una manciata di episodi). Altro elemento di disturbo è l’omofobia manifestata da parte di molti personaggi, per non parlare dell’obesità della giovane Monica mostrata come elemento comico e quel che peggio vergognoso, che si aggiungono ai continui messaggi dannosi che sono stati inculcati a milioni di persone: come un incapace (Tag, breve affair di Rachel) che può ottenere un prestigioso posto di lavoro solo perché è “carino”, ai danni di candidati decisamente più adatti; il bullismo nei confronti di Ross (il più colto del gruppo), etichettato come noioso appena cerca di parlare di qualcosa che non riguardi il sesso o le donne e decine di altri esempi (i rapporti sessuali con minorenni, il sessismo, ecc..) che mi hanno fatto spesso storcere il naso e che nel 2019 non sarebbero neanche lontanamente accettati.

Una nota conclusiva la vorrei dedicare ad una curiosità riguardante l’adattamento italiano: il tormentone di Ross “We were on a break!” (leggibile come “ci eravamo presi una pausa!” o “avevamo rotto!”), cioè la frase equivoca che porta Ross a letto con un’altra ragazza per consolarsi dello sfogo di Rachel che gli chiedeva una pausa dalla loro relazione, perde senso in italiano, in cui ogni volta viene adattato in maniere differenti, perdendo di fatto la sua natura di tormentone (addirittura nell’episodio finale quando, mentre Ross dichiara amore eterno a Rachel, le dice ironicamente “come farò con l’altra?”, invece del corretto “tranne quando saremo in pausa”).

Al di là di letture più approfondite riguardanti la fruizione dedicata a ricchi bianchi eterosessuali, ciò che resta in superficie è comunque una serie brillante, volendo anche rivoluzionaria, che ha segnato un solco profondo nella storia della televisione, accompagnando gli adolescenti di allora nel nuovo millennio, nell’età adulta e in tutto ciò che comporta questa fase della vita. Chandler, Joey, Monica, Phoebe, Rachel e Ross hanno contribuito in maniera decisiva a modellare l’immaginario collettivo della cosiddetta generazione Y, influenzandone il linguaggio, i costumi e forse anche le abitudini. Ma soprattutto ora sono di nuovo pronto ad uscire con i miei compagni di classe del liceo. Una cosa è certa: la prossima volta che mi siederò sul divano di un bar, da solo o con qualcuno, mi guarderò intorno in modo un po’ diverso e questa è una cosa proprio carina.

3 pensieri su “Vedere “Friends” per la prima volta, 25 anni dopo

  1. Ti ho letto con interesse perché anch’io non ho mai visto friends e di recente mi chiedevo se valesse la pena recuperare una serie che a suo modo ha fatto la storia. Non so, continuo a non essere convinto.
    Io sono un grande fan di big bang theory e molti accostano questa serie a friends, eppure da come la descrivi non mi sembra… boh, ci penserò ancora su😁

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    • Beh, non ho mai visto “The Big Bang Theory”, quindi non saprei fare paragoni, ma posso dirti che “Friends” è una visione piacevole, abbastanza coinvolgente, a tratti decisamente molto divertente: se ti piacciono le sit-com è uno show veramente obbligatorio 🙂

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