Recensione “Mi Chiamo Francesco Totti” (2020)

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Ci sono così tanti aneddoti che mi legano a Francesco Totti che potrei quasi scriverci un libro: I suoi gol sono stati la punteggiatura della mia vita e, mentre ogni cosa intorno a me cambiava e si evolveva, lui era là, a farmi urlare di gioia, a farmi saltare in piedi, a farmi perdere la voce, a farmi abbracciare vecchi amici e perfetti sconosciuti.

Quando ero un ragazzino la domenica sera restavo in piedi fino a tardi per vedere le partite della Roma Primavera in differita su TVA40 per seguire le gesta di quel 17enne formidabile. Era l’inizio del 1993 e avevo finalmente trovato qualcuno con cui identificarmi: quando giocavo a pallone volevo essere lui, anche se non era ancora nessuno. Poi, anno dopo anno, siamo cresciuti insieme, ho comprato caterve di magliette sue (sì, anche quella introvabile con il numero 17, l’anno di Carlos Bianchi). Poi il numero 10 e la fascia di Capitano, i (pochi) momenti indimenticabili della mia adolescenza puntellati dai suoi assist e dai suoi gol. Gli anni del liceo, lo scudetto, poi il mondiale, a cavallo tra la mia laurea triennale e l’inizio della magistrale, e poi i viaggi: a Buenos Aires, per esempio, dopo un mio bel gol durante una partita di calcio tra amici un ragazzo argentino mi urlò “Grande Totti!!” facendomi sentire il rappresentante di Dio in Terra.

Poi il resto della vita. Cambiavano gli amori, gli amici, i lavori, cambiavano addirittura i luoghi che chiamavo “casa”, ma non cambiava mai il nome sopra quella maglia numero 10. Lui c’era sempre, tra un gol e l’altro, come sottofondo del mio crescere, tra le costanti della mia esistenza insieme al cinema, al rock e a poco altro. Ci sono cose che passano con il tempo, altre si dimenticano, man mano che si diventa un po’ più uomini, un po’ più grandi. Una volta ero a fare la spesa qui sotto casa, a Garbatella: una vecchina, non ricordo perché, comincia a parlare di lui, con gli occhi che brillano: “Io prego tutte le sere per Totti, perché lui non è solo la Roma, lui per me è Roma e io gli voglio troppo bene, perché chi ama Totti ama anche Roma”. Se riesci a far dire certe cose anche ad una signora anziana mentre fa la spesa in un giorno qualunque, significa che forse non sei soltanto “un giocatore di calcio”.

Si dice che la giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te. Ecco, deve essere questo. Con il suo addio, come calciatore, è stato reciso anche il mio più grande cordone ombelicale con il passato e non ero ancora sicuro di essere pronto per tutto questo. Il bellissimo documentario di Alex Infascelli ha infatti risvegliato in me tutte queste sensazioni, che da pochi anni erano finalmente sopite, addormentate, ma sempre là, appoggiate al cassetto dei ricordi: Infascelli quel cassetto me l’ha sfondato, lasciando a Francesco Totti il compito di raccontare 25 anni di una vita che tutti noi conosciamo piuttosto bene, ma che dal suo punto di vista, attraverso la sua voce, è ancora di più la storia di cui facciamo parte tutti noi, romani, romanisti, persone comuni che sono cresciute insieme a Totti, testimoni di un fenomeno sociale e sociologico che ha investito, volenti o nolenti, le loro vite, le nostre vite. “Quanto tempo è passato”, dice il Numero 10.
Ma pure pe’ noi.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Francesco Totti è di sicuro un grande campione e un grande personaggio. Quello che mi piaceva è che era un giocatore corretto. A parte quella volta che giustamente ha dato un calcione a Balotelli a gioco fermo, per il resto è sempre stato un signore in campo, e per me è una delle doti che contraddistingue un vero campione (come Zanetti, per esempio). La tua recensione mi ha fatto proprio venire curiosità, è stupendo il modo in cui ne parli.

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Grazie 🙂
      Non sono riuscito a scrivere una recensione lucida, è uscito fuori un po’ un flusso di coscienza. Il documentario tuttavia è molto ben realizzato!

      "Mi piace"

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