Recensione “Il Processo ai Chicago 7” (“The Trial of the Chicago 7”, 2020)

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Nel 1969 Richard Nixon diventa Presidente degli Stati Uniti, ereditando dall’amministrazione Johnson una guerra scomoda, sgradita, resa ancor più impopolare dalle continue manifestazioni di giovani statunitensi contrari al conflitto in Vietnam. Deciso a infliggere un colpo al movimento pacifista, il governo Nixon mette immediatamente in piedi un processo farsa contro otto attivisti, poi diventati sette, rei di aver cospirato e guidato migliaia di manifestanti ad una rivolta violenta a Chicago contro la Guardia Nazionale, durante la convention democratica avvenuta nell’estate del 1968 (in realtà fu la polizia stessa a causare gli scontri, ma questa è un’altra storia, o forse no).

Aaron Sorkin scrive e dirige un progetto commissionatogli da Steven Spielberg oltre 10 anni fa, evitando ogni retorica (almeno fino al comunque bellissimo finale), concentrandosi invece su ciò che avvenne in quei giorni: un processo politico, una resa dei conti, un attacco alle idee, alle intenzioni, il bisogno di trovare urgentemente un colpevole sul quale scaricare le aggressioni della polizia (o del governo, fate voi). Prendendo spunto dalle trascrizioni originali del processo, Sorkin mette insieme un ensemble meraviglioso, dove spiccano in particolare tre grandissimi voci: Mark Rylance (nei panni del celebre avvocato idealista William Kunstler, legale tra gli altri di Martin Luther King, Lenny Bruce e Jim Morrison), Frank Langella (nel ruolo del petulante e insopportabile giudice Hoffman) e soprattutto Sacha Baron Cohen (l’attivista Abbie, migliore in campo per intelletto e irriverenza).

Alternando una sorta di finzione quasi teatrale del processo con i flashback della manifestazione (a loro volta alternati alle vere immagini, in bianco e nero, degli scontri), Sorkin prende per mano lo spettatore con la sua scrittura audace, la sua ironia, la sua spettacolare capacità di tenere un gruppo di persone in uno spazio chiuso e di creare un film fatto perlopiù di dialoghi taglienti, di accuse e provocazioni, raccontando una storia di cinquant’anni fa senza mai perdere di vista il contesto, come viene perfettamente ribadito in un finale che farebbe alzare in piedi anche lo spettatore più esigente.

“This is the Academy Awards of protests, as far as I’m concerned it’s an honor just to be nominated”, dice uno degli accusati, ben conscio che questo film, in quanto a nomination, ne riceverà una caterva. Su Netflix, uno dei migliori film di questo orribile 2020: per fortuna in giro c’è ancora dell’ottimo cinema.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Ne parlano tutti con grande entusiasmo, devo proprio vederlo!
    Non mi stupisce sentire che Sacha Baron Cohen ha davvero un talento nascosto, quando lo ho visto recitare (e sentito cantare!) in Sweeney Todd ho capito che in lui c’era molto di più di Borat, e tu me lo confermi. Grazie!

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Film davvero stupendo, non perderlo. Cohen ha la nomination agli Oscar in tasca, forse anche qualcosa in più, vedremo (dici bene: in Sweeney Todd è straordinario) 🙂

      "Mi piace"

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