Recensione “Un altro giro” (“Druk”, 2020)

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Thomas Vinterberg e Mads Mikkelsen tornano a collaborare otto anni dopo il meraviglioso “Il Sospetto” e riescono nuovamente a colpire perfettamente nel segno. “Un altro giro” è una sorta di commedia nera a tinte drammatiche, in cui l’applicazione di una bizzarra teoria cambierà totalmente le vite di quattro amici e colleghi. Al centro della storia è l’assunzione di alcol e tutte le contraddizioni generate dall’uso (o abuso) di bevande alcoliche: il fascino sì, ma anche il pericolo, in un film che si apre e chiude con i giochi e i festeggiamenti di un gruppo di studenti e intervallato da un brevissimo intermezzo documentaristico con alcuni leader politici mondiali alle prese con una birra o un bicchiere, da Angel Merkel a Boris Johnson.

Martin è un professore di mezza età alle prese con la malinconica rassegnazione di aver già vissuto la miglior versione di se stesso. Una sera, durante una cena di compleanno con tre suoi colleghi, viene introdotto all’assurda (reale) teoria di uno psicologo norvegese secondo il quale l’essere umano nasca con un deficit alcolico dello 0,5%, un gap da colmare quotidianamente per permettere all’esistenza di prosperare, combattendo insicurezze, ansie e difficoltà di vario genere. Il quartetto decide di cominciare uno studio in cui dimostrare l’efficienza della teoria, assumendo alcol regolarmente ogni giorno. Inizialmente le cose sembrano andare benissimo: Martin smette di essere un professore confuso e annoiato per trasformare le sue lezioni di storia in un’appassionata stravaganza, che gli studenti sembrano amare. Nel momento in cui gli amici decidono di aumentare la dose quotidiana di alcol, le loro vite cominciano, lentamente e inevitabilmente, a deragliare.

Tra una teoria che sembra figlia della celebre frase di William Blake (Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe così com’è: infinita) a citazioni di Kierkegaard (Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio. Non osare è perdere se stessi), è evidente che sin dall’inizio del secondo atto lo spettatore sa già dove andremo a parare, la giusta e inevitabile condanna all’alcol però non è mai stata così poco didascalica e per una volta, non manichea: bere crea danni irreparabili, nessun dubbio, ma farlo con moderazione può davvero mostrare la migliore versione di noi stessi? Tante domande che non fanno che aumentare nello splendido finale, con Mads Mikkelsen che raggiunge forse l’apice della sua già eccellente carriera, in una sorta di moderno Homer Simpson, che definiva l’alcol la causa e la soluzione a tutti i problemi della vita. In attesa di poterci fare “un altro giro” dentro le sale cinematografiche per vedere questo grande film, speriamo di poter continuare a goderci dell’ottimo cinema (ir)responsabilmente.

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