Capitolo 313

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La grande notizia dell’ultimo periodo è che tra una settimana riapriranno i cinema, la cattiva notizia è che non si sa ancora quali film potremo vedere in sala, visto che sono molti i distributori che, giustamente, non vogliono rischiare di far uscire un nuovo film in questo periodo incerto. Non dirò niente, visto che in un Capitolo del gennaio 2020 ho profeticamente scritto “mi aspetta un 2020 in tuta e pantofole”. Tanta carne al fuoco a questo giro, quindi bando alle ciance e sotto con i film.

Ore Disperate (1955): William Wyler nel 1953 gira “Vacanze Romane” e riscuote un successo clamoroso. Tornato negli States si dedica a un thriller con Humphrey Bogart nella parte di un evaso che si rifugia nella casa di una tranquilla famiglia americana, in attesa dell’arrivo di un pacco che gli permetterà di darsi alla fuga. Ho apprezzato la competizione psicologica tra Bogart e il capofamiglia e l’umanità dei due fratelli evasi, personaggi negativi ma per i quali si prova grande empatia. Il film, seppur interessante, resta un capitolo minore all’interno della filmografia di Wyler.

Submarine (2010): Da molti anni sentivo parlare di questa chicca del cinema indipendente britannico. Quando ho intravisto il titolo nei meandri del catalogo di Prime Video, mi ci sono immediatamente fiondato. La storia è la più semplice del mondo: un ragazzino un po’ introverso, con genitori incasinati, si innamora di una ragazza della sua scuola . Il film è citazionista a non finire, è anche a tratti prevedibile, ma è bellissimo nel modo in cui teneramente mescola il romanticismo di Wes Anderson e Truffaut, insieme a una colonna sonora ricercata. Il protagonista poi sembra un piccolo Dustin Hoffman. Tutto molto bello, dieci anni fa lo avrei amato alla follia, ora mi è semplicemente piaciuto tanto.

Happiness (1998): Qualche tempo fa, parlando al telefono con un amico che non sentivo da molto, è uscito fuori il titolo di questo film di Todd Solondz. Me ne parlava con così tanto entusiasmo che me lo sono guardato la sera stessa. Si tratta di una sorta di black comedy che racconta una famiglia all’apparenza perfettamente normale, in realtà totalmente disfunzionale (il padre famiglia è un pedofilo). C’è della follia e del politicamente scorretto in quasi ogni scena, c’è un Philip Seymour Hoffman sessuomane vicino di casa della fredda dark lady Lara Flynn Boyle (Donna di Twin Peaks), c’è un dialogo tra padre e figlio che fa raggelare il sangue. Film bellissimo, grande sorpresa.

Veloce come il vento (2016): Altra piacevole sorpresa. Non avevo mai visto un film di Matteo Rovere, avevo solo visto Matteo Rovere (da bambino, visto che abbiamo fatto l’asilo insieme). Un film italiano che si allontana dai generi più convenzionali per raccontare sì la storia di una famiglia, ma con un background totalmente originale. Matilda De Angelis è una pilota da corsa, quando suo padre muore ha bisogno di vincere il campionato automobilistico per non perdere la casa dove è cresciuta con il fratellino. Dopo la scomparsa del padre torna nella casa di famiglia anche il fratello Stefano Accorsi, un tossico vagabondo nonché ex pilota, che allenerà la sorella con metodi poco ortodossi ma efficaci. Il film tiene fino alla fine, merito anche di due attori in stato di grazia e di una regia molto dinamica. Il finale forse è un po’ troppo “italiano”, per dirla alla Stanis, ma lo si perdona. Bello (è su Netflix).

Il mio amico in fondo al mare (2020): Diciamo subito che si tratta di un documentario naturalistico candidato agli Oscar. Un documentarista esaurito torna nell’Oceano della sua infanzia e, immersione dopo immersione, stringe amicizia con un polpo. Sembra una storia poco attraente ma il film (e le immagini) è talmente ben costruito che non riesci a staccarti dallo schermo. Alcune sequenze fanno pensare addirittura a “E.T.”. Molto bello (è su Netflix).

Essi vivono (1988): Cult anni 80 di John Carpenter in cui il wrestler Roddy Piper, grazie all’uso di occhiali speciali, scopre che molte persone intorno a lui sono degli alieni con la “faccia da morto”. Zizek l’ha definito un capolavoro della Hollywood di sinistra e l’idea di base, con la sua critica al consumismo e agli Stati Uniti di Regan, effettivamente è strepitosa. Nel 2021 però il film appare invecchiato male, assolutamente non nei contenuti (attualissimi), ma nella forma: non me ne vogliano i puristi, ma un remake ambientato negli Stati Uniti di Trump sarebbe davvero splendido. Inoltre Roddy Piper, per quanto il suo personaggio sia iconico, è davvero un cane a recitare. Resta il piacere un po’ trash di una scazzottata di ben 8 minuti.

Cleo dalle 5 alle 7 (1962): Opera seconda di Agnès Varda, si tratta di un film meraviglioso. Cleo è una cantante in attesa di sapere dal dottore i risultati di un esame che potrebbe rivelarle un tumore. L’attesa per il responso è insopportabile, Cleo vaga così per Parigi, incontrando colleghi, amici, amanti e anche sconosciuti, scoprendo che la sua più grande malattia è comunque la solitudine. Corinne Marchand è bella da togliere il fiato, Parigi, tra Montparnasse e Place d’Italie, fa il resto. Non a caso è stato scelto come “film della vita” nel progetto Film People, che vi invito a seguire.

Due Estranei (2020): Cortometraggio candidato agli Oscar. Un ragazzo afroamericano si sveglia nel letto di una ragazza conosciuta la sera precedente. Tra i due c’è il classico imbarazzo della mattina seguente, ma i due si piacciono e si promettono di sentirsi ancora. Lui deve andar via per tornare dal suo cane ma, appena uscito dal palazzo, incontra un agente di polizia che sembra averlo preso di mira. Capisco che leggendo queste righe già pensate di aver capito tutto, ma in realtà è una continua sorpresa. Dura mezzora ed è su Netflix, non perdetevelo.

Fusi di testa (1992): Cult generazionale che ha praticamente segnato l’immaginario giovanile statunitense degli Anni 90. Mike Myers e Dana Carvey, sorta di Beavis e Butthead in carne ed ossa, sono due amici rockettari che hanno messo in piedi una trasmissione tv di successo nello scantinato di casa. Un produttore di Chicago (Rob Lowe) li nota e acquista, con furbizia, i diritti della trasmissione, cambiandone l’anima. Il film si basa su alcuni sketch non sempre riuscitissimi, ma ha un’anima adolescenziale potente e a tratti irresistibile (il cameo di Alice Cooper che spiega l’origine del nome Milwaukee è strepitoso), a cui contribuisce la bellezza di Tia Carrere (celebre in tv per la serie di qualche anno fa “Relic Hunter”). Immagino orde di ragazzini americani a citare continuamente a scuola le battute di questo film. Neanche a dirlo, la celebre scena di “Bohemian Rhapsody” cantata in automobile è un cult totale.

SERIE TV: Speravo de morì prima è scivolata via senza troppa infamia e senza troppa lode. Bravi gli attori, molto romantico il finale ma continuo sempre a chiedermi il senso di questa operazione. Era una storia che davvero valeva la pena di raccontare in una serie tv? Comunque meglio di quanto osassi sperare e già questo è un miracolo. Per il resto non sto guardando nient’altro a parte Brooklyn 99, di cui ho quasi finito la terza stagione: ottimi personaggi, gag non sempre divertentissime ma funziona alla grande e mi fa compagnia ogni sera prima di andare a dormire. In attesa di un bel prodotto seriale che riuscirà a farmi davvero battere il cuore, questo è ciò che offre il convento.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Guglielmo Latini ha detto:

    Gran bel capitolo! Sono preparato solo sugli ultimi (tranne Due estranei) e condivido i pareri, ma mi sembrano tutti interessanti. Quando finisco col ripassone stagionale pre-Oscar guarderò!

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    1. AlessioT ha detto:

      Dacci dentro! “Submarine” proprio roba da romantici damsiani, anche se ormai siamo cresciutelli per amarlo fino in fondo

      Piace a 1 persona

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