Recensione “Ghostbusters: Legacy” (“Ghostbusters: Afterlife”, 2021)

Jason Reitman, figlio dell’immortale Ivan (regista del film originale della saga), riporta in vita gli eccentrici acchiappafantasmi del padre realizzando un’appassionata dichiarazione d’amore nei confronti della sua infanzia. La nuova variazione sul tema dei Ghostbusters, dopo vari e non sempre fortunati tentativi di riportare in auge il franchise, è forse la cosa migliore prodotta dopo i due film originali (sicuramente migliore rispetto alla versione al femminile di pochi anni fa). Reitman unisce la mitologia del brand “Ghostbusters”, con tutto il suo armamentario di zaini protonici, cadillac, marshmallows e compagnia bella, con il coming of age dal retrogusto nostalgico che tanto piace al pubblico di oggi, rilanciato alla grande dalla serie “Stranger Things” (con cui condivide il protagonista maschile). Il risultato è un film che piacerà alle nuove generazioni ma che al tempo stesso riesce a strizzare continuamente l’occhio ai bambini di un tempo, ormai adulti (gli ammiccamenti sono talmente tanti e continui che a forza di strizzate d’occhio sembra che il film abbia un tic nervoso!).

Callie, che poco più avanti capiremo essere la figlia di Egon Spangler dei “Ghostbusters”, è appena stata sfrattata ed è al verde. La morte del padre le permette di ereditare una fattoria nel mezzo del nulla in un paesino sperduto dell’Oklahoma, dove la donna, senza alternative, vi si trasferisce insieme ai suoi due figli: l’adolescente Trevor e la giovane appassionata di scienza Phoebe. La dimora del nonno cade a pezzi, ma Phoebe riesce a unire le tessere del puzzle per capire a cosa stava lavorando il buon Egon prima di morire e, soprattutto, perché il padre di sua madre è finito in una città così lontana per dedicarsi al lavoro, lasciando da parte gli affetti, gli amici e soprattutto la sua famiglia. Una minaccia enorme (e ovviamente paranormale) incombe su tutti loro.

Il film diverte a dovere, fa ridere quando deve e l’idea che funziona meglio è quella di realizzare un film contemporaneo dall’atmosfera anni 80 senza per forza doverlo svolgere in quel periodo (si ringrazia la campagna sperduta e l’assenza di campo per togliere ogni traccia di telefoni cellulari e tecnologia moderna dalla storia, a parte una sporadica capatina di youtube). Addirittura la scuola dove insegna Paul Rudd ha ancora le vhs e, sorpresa (si fa per dire), i film che il professore mostra alla classe sono neanche a dirlo due classici degli anni 80. Un’operazione nostalgia che si fa voler bene, sia nel suo essere racconto di formazione che nella (un po’ troppo forzatamente strappalacrime) vicenda famigliare, facendosi perdonare ogni eccesso di buoni sentimenti con la sua vitalità, la sua freschezza e, inevitabilmente, con i continui riferimenti al passato, alimentati anche dai camei immensi dei protagonisti di una volta (non perdetevi la scena dopo i titoli di coda!). Perché, lo sappiamo tutti, l’unica risposta possibile in un dialogo in cui viene chiesto di poter fare una telefonata, non può che essere: “Who you gonna call?”.

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