Recensione “È stata la mano di Dio” (2021)

Truffaut diceva che “Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, prolungare i giochi dell’infanzia”: Paolo Sorrentino sembra aver fatto sue queste parole, perché in ogni suo film c’è in qualche modo un legame con il suo passato, che siano i Talking Heads (che dalle cuffie del Sorrentino adolescente sono diventati personaggi di “This Must Be The Place”) o l’immancabile Diego Armando Maradona (personaggio di “Youth” e presenza pressoché divina in questa sua ultima opera). Stavolta il regista napoletano lavora ancora di più sul suo passato e realizza un film che non soltanto omaggia Napoli in molte delle sue sfaccettature, ma soprattutto mette su pellicola i ricordi di un’adolescenza splendida e tragica, segnata dall’arrivo di Maradona in Italia e più di ogni altra cosa dal suo rapporto con i genitori.

Giugno ’84. Napoli, città passionale e appassionata, è in grande fermento per le continue voci di corridoio secondo le quali il più grande calciatore di sempre, Diego Armando Maradona, sarebbe in procinto di trasferirsi nel club partenopeo. Fabietto, grande tifoso del Napoli, passa l’estate in trepidante attesa, tra un tuffo a mare e un pranzo fuori, quasi sempre in compagnia di una pittoresca famiglia allargata. Il ragazzo sta cercando di trovare il suo posto nel mondo, la propria voce all’interno di una città piena di contraddizioni ma anche piena di meraviglia. Per trovare la sua storia Fabio avrà forse bisogno di una sorta di “intervento divino”, che potrebbe essere quello, per l’appunto, di Diego Armando Maradona.

Sorrentino mostra la Napoli del mito, della leggenda, delle credenze popolari, che siano quelle legate al “munaciello” (lo spirito di un bambino coperto da un saio che può portare sventura o grande fortuna) oppure, neanche a dirlo, il fenomeno culturale che circonda il grande campione argentino. La leggendaria estate del 1984, quella in cui Maradona arriva a Napoli, ma anche quella dell’86, in cui Diego realizza la celebre doppietta all’Inghilterra alimentando ancor di più il suo mito contraddistinto da genio (il cosiddetto “gol del secolo”) e sregolatezza (il gol con la “mano di Dio”). Su questo sfondo si muovono personaggi che sarebbero assurdi in qualunque altro luogo, ma risultato totalmente credibili nella città popolata per eccellenza da personaggi, oltre che da persone: Napoli. Una Napoli di antieroi, di zie disinibite (Luisa Ranieri è magnifica), di contrabbandieri sognatori, di nobili decaduti, in cui addirittura Federico Fellini è in cerca di personaggi sopra le righe e non convenzionali (come dice al fratello di Fabietto, aspirante comparsa). Napoli che è mille colori, come canta sui titoli di coda Pino Daniele, Napoli che è una, nessuna e centomila. Napoli che è una città da vivere e da lasciare, Napoli, che è la città in cui l’adolescenza può essere meravigliosa, ma anche tragica e crudele. Napoli, la cui realtà arriva a non piacere più, perché “la realtà è scadente”. E quando il mondo reale delude, l’unica via è mettersi a raccontare le storie a modo proprio, come ha fatto Paolo Sorrentino.

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