Recensione “La Persona Peggiore del Mondo” (“Verdens Verste Menneske”, 2021)

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A metà strada tra la commedia romantica francese e lontani echi di mumblecore statunitense, arriva dalla Norvegia una delle sorprese dell’anno, che vede protagonista la strepitosa Renate Reinsve, Palma d’oro per la miglior attrice a Cannes. Il film si presenta diviso in 12 capitoli, un prologo e un epilogo, dove conosceremo a fondo la vita di Julie, la protagonista, una trentenne che ancora non ha capito chi o cosa vuole essere nella vita. Se tutto questo non vi sembra particolarmente nuovo è perché probabilmente lo avrete già visto in un film di Noah Baumbach, presumibilmente con Greta Gerwig. Ma i riferimenti a un capolavoro come “Frances Ha” finiscono in un certo senso qui, perché Joaquim Trier riesce comunque a portare avanti la sua creatura alternando registri diversi, dandoci leggerezza e fantasia quando serve ma anche momenti di grande drammaticità.

Julie ha di fronte a sé tutte le possibilità del mondo e non sa esattamente cosa vuole essere da grande, né con chi vuole passare il suo tempo. Già nel lungo incipit il regista Joachim Trier ci mostra la sua Julie dapprima alle prese con la facoltà di medicina, poi in quella di psicologia, infine decide che la strada giusta per la sua protagonista è quella della fotografia. Ogni suo passo è seguito da un nuovo flirt, una nuova avventura: tutte esperienze di vita in cui Julie, indecisa e al tempo stesso affamata, non sa esattamente come muoversi, almeno finché non incontra Aksel, autore di graphic novel, con cui andrà a vivere.

Il tempo scorre, gli anni passano e Julie rappresenta quella generazione di trentenni che non sembra ancora pronta a uscire dalla post-adolescenza, prendendo in mano le redini della sua vita, preferendo invece che le cose accadano piuttosto che farle accadere: è normale, è umano ed è proprio questa profonda insicurezza, che accomuna tantissimi di noi, a rendere la Julie di Renate Reinsve un personaggio femminile memorabile, non troppo dissimile da noi stessi, da un nostro amico o una nostra amica. La scelta di Julie di diventare fotografa è un evidente riferimento al suo terrore nei confronti del tempo che passa, al bisogno di illudersi di poter riuscire a controllare lo scorrere delle lancette e, credetemi, essendo fotografo anche io so come ci si sente. Come nell’albero di fico di Sylvia Plath, Julie ha di fronte a sé troppe possibilità e prendere una decisione non è come scegliere quale film guardare la sera: tutti ci dicono che un giorno sbocceremo, che inizieremo la nostra vera vita, ma accadrà davvero? E quando? Inutile dirlo, la vita è già cominciata da un pezzo, per tutti noi. Trier ci offre la possibilità di vivere un paio d’ore (con qualche lungaggine di troppo) nel caldo abbraccio del “mal comune, mezzo gaudio”, permettendoci inoltre di vivere la fantasia di un tempo che per un giorno resta fermo, con la protagonista che vive la sua fantasia di correre da un uomo all’altro, mentre Oslo intorno a loro è immobile. Cercare di realizzarsi può ferire noi stessi e le persone alle quali teniamo, ma sentirsi “la persona peggiore del mondo”, come da titolo, ogni tanto può aiutare a renderci consapevoli di ciò che davvero vogliamo e grati per poter avere sempre una scelta da fare. Se alcune di esse saranno degli errori non importa, non è mai troppo tardi per cominciare a vivere. O forse sì?

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