Capitolo 327

Il freddo, la pandemia, la mancanza di coppe europee, la riscoperta di Mubi: questi probabilmente i motivi principali per cui sto vedendo una caterva di film negli ultimi tempi. Riesco con molta difficoltà a stare dietro a tutto quello per guardo per poter poi riportarlo in questi capitoli del blog: una volta i miei articoli contenevano al massimo 5 o 6 film mentre adesso non posso fare a meno di riempirli con almeno 8 film a botta. Aspetto serate meno fredde, con meno pandemie in giro, con più partite infrasettimanali della Roma e con un catalogo Mubi ormai svuotato per poter riprendere ritmi più blandi. Nel frattempo, godetevi anche voi questa scorpacciata di film.

Angeli perduti (1995): In piena fase Wong Kar Wai, dopo “Hong Kong Express” mi sono lanciato subito in questo film, che ne è il seguito ideale. Anche qui ci sono due storie d’amore ben distinte, la prima racconta il rapporto platonico tra un killer professionista intenzionato a cambiar vita e la donna che gli procura i lavori, nel secondo quello tra un ragazzo muto e una ragazza in cerca di appoggio affettivo. Rispetto al film precedente, che era gioioso e in linea di massima sereno, questo è cupo e a tratti opprimente, anche a causa di un uso smodato del grandangolo, che dà l’impressione di essere lontani dai personaggi anche quando sono inquadrati in primo piano. I neon di Christopher Doyle sono sempre una meraviglia per gli occhi, così come la grandiosa scena finale in moto, che chiude perfettamente il cerchio su un film molto bello. Momento WTF: due personaggi vanno allo stadio per vedere la Sampdoria di Ruud Gullit.
“Peccato che la strada non sia più lunga, so che comunque finirà presto, ma in questo momento sono felice”

Silvia Prieto (1999): Amo molto il cinema argentino, i suoi personaggi hanno il carattere tipico del popolo che rappresentano: spesso sono determinati e al tempo stesso malinconici, una combinazione che mi piace davvero tanto. Per questo motivo non ci ho pensato due volte quando ho trovato su Mubi questo film di Martín Rejtman, che però mi ha lasciato perplesso: la storia della Silvia Prieto del titolo, una ragazza in costante cerca di se stessa, a tal punto da cercare e trovare sull’elenco telefonico un’altra donna con lo stesso nome. Il film gira intorno al concetto di identità, con oggetti e indumenti che cambiano continuamente proprietario (la giacca di Armani, la statuina losangelina ecc) e questa è una delle poche idee salvabili del film. Per il resto l’ho trovato acerbo, con attori che mancano totalmente di ritmo e una sceneggiatura che avrebbe avuto bisogno di un paio di revisioni in più. Bocciato.
“Pronto?” “Silvia Prieto?” “Sì sono io, chi parla?” “Silvia Prieto”

I Care a Lot (2021): Un buon film, non è male, ma onestamente sono stufo di queste storie che si sforzano costantemente di apparire “cool”, scritte con il manuale accanto, in cui già sai quando sta per arrivare la sorpresa e, quando finalmente arriva, la accogli con condiscendenza, come a dire: “Ok, è arrivata la scena che non ci aspettavamo, andiamo oltre”. D’altronde un film che comincia con un monologo in cui Rosamund Pike dice che “in un mondo di leoni e agnelli io sono una fottuta leonessa” che speranze aveva di convincermi fino in fondo? Un accenno di trama: Rosamund Pike trova il modo di diventare tutrice legale di alcuni vecchietti facoltosi per potersi arricchire alle loro spalle, i problemi cominciano quando ad essere truffata è la madre di un pericoloso gangster (Peter Dinklage). Il film si fa guardare, come ho detto non è male e la Pike è odiosa al punto giusto, però che palle, questo è proprio il tipo di cinema che non mi piace.
“Io sono stata povera ma la cosa non faceva per me

Gente di Roma (2003): Mockumentary firmato da Ettore Scola, che riunisce una serie di attori e attrici romani (di nascita o di adozione) e li mette in mezzo a scenette che appaiono per lo più improvvisate o girate in un paio di ciak al massimo. Sarà per questo che le sequenze, messe insieme, appaiono sfilacciate, senza alcuna cura per l’estetica, nonostante sia bello nella sua intenzione di restituire l’immagine di una Roma accogliente, multietnica, caotica ma bellissima. Alcune scene sono davvero interessanti (il ghetto ebraico) o divertenti (Salvatore Marino e Valerio Mastandrea sull’autobus), ma in linea di massima è un film che gira intorno al bersaglio senza mai avvicinarcisi.
“Tra un nero e un laziale, il romano preferisce odiare il laziale”

Throw Down (2004): Quanto tempo che non vedevo un film di Johnnie To e ogni volta che ne guardi uno ti viene naturale chiederti perché guardare anche altro. Qui il regista cinese omaggia il Maestro Kurusawa, raccontando la storia di tre persone profondamente sole: la vita le ha portate a cadere e cadere più volte e, come nel judo (di cui due dei protagonisti sono praticanti), più volte cadi e più volte cerchi di rialzarti, magari con l’aiuto di qualcuno. Una serie di scene meravigliose (quella del bagno è esilarante, quella del palloncino poetica) legate perfettamente da piccoli combattimenti per strada, a volte per scommessa, a volte per sfida. Ci si diverte tanto ma soprattutto ci si sente vicini ai personaggi, una cosa che il cinema mainstream statunitense dovrebbe ricordarsi più spesso. Splendido (è su Mubi).
“Mi chiamo Tony, sono un campione di Judo, come te. Voglio combattere”

Sir Gawain e il Cavaliere Verde (2021): Ho snobbato a lungo questo film visto che le storie fantasy/medievali non sono proprio il mio pane quotidiano. Poi quando ho letto che il regista era David Lowery (autore di quel capolavoro di “A Ghost Story”) e che la storia era tratta da un poema cavalleresco del XIV° Secolo ho cominciato a interessarmi seriamente. La sera di Natale Sir Gawain accetta la sfida di un enorme cavaliere stregato che richiede di restituire, un anno dopo, lo stesso colpo che avrebbe subìto quella sera. Dev Patel, per farsi bello davanti a suo zio Re Artù, taglia la testa al cavaliere verde del titolo e l’anno seguente intraprende un viaggio avventuroso per chiudere i conti con questo misterioso personaggio (che nel frattempo aveva raccolto la sua testa e se n’era andato via a cavallo sghignazzando, come se niente fosse) e salvare così l’onore. Il viaggio ovviamente è costellato di ostacoli e, cosa per me inaspettata, di sequenze memorabili e girate davvero con un eccezionale gusto dell’immagine (PS: un applauso alla volpe, un’attrice già apprezzata in “Antichrist” di Von Trier). Un film davvero molto bello al quale devo fare un enorme appunto: basta con quest’uso esagerato della color correction, sembra che ormai non possano più esserci film e serie senza una pesantissima correzione digitale delle immagini. Comunque se vi piace il genere il film è senza dubbio una chicca da recuperare (su Prime).
“Non era solo un gioco?” “Forse, ma non è completo”

Licorice Pizza (2021): Quale modo migliore di inaugurare il primo cinema del 2022 andando in sala a vedere la proiezione stampa del nuovo film di Paul Thomas Anderson? La mia reazione nei confronti del film è stata proprio di quelle che non dimentico: a caldo lo avevo trovato semplicemente un bel film e poi, lentamente, ho cominciato a sentirlo dentro sempre di più, mentre tornavo a casa in metropolitana, mentre camminavo per le strade di una Garbatella notturna e incantevole, mentre mi sedevo più tardi a buttare giù una recensione di pancia, come quelle che piacciono a me. Oggi, a distanza di due giorni, lo sento ancora vicino e questa cosa la trovo splendida, amo avere questa sensazione, anzi forse è proprio il motivo per cui amo il cinema. Tutta questa premessa serve a dire come si tratti di un film che cresce anche dopo la visione, che ti porti appresso per qualche giorno e ti fa venire voglia di alzarti la mattina con “Life on Mars?” di Bowie in testa (ah, quante passeggiate notturne negli anni del liceo con questa canzone in cuffia…). Se poi volete approfondire il discorso in maniera un po’ meno sibillina, potete leggere la recensione vera e propria qui.
“Non ti ricorderai mai di me” “Mi ricorderò di te. E tu ti ricorderai di me”

Macbeth (2021): Da Orson Welles a Polanski, fino a Bela Tarr, sono in tanti ad aver proposto su grande schermo una delle tragedie più celebri di William Shakespeare (e probabilmente la mia preferita). Stavolta tocca a Joel Coen, che si separa dal fratello Ethan per realizzare qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che la sua filmografia ci ha abituato. Il film (presumo di poter sorvolare sulla trama), interamente in bianco e nero (il DoP è Bruno Delbonnel, che già aveva lavorato con il regista in “A Proposito di Davis” e ne “La Ballata di Buster Scruggs”) è costituito da una serie di inquadrature talmente belle che avrei voluto scattare una foto di ogni fotogramma. Al resto ci pensa un cast eccezionale (Denzel Washington è Macbeth, Frances McDormand la sua perfida lady) e, ovviamente, William Shakespeare. Magnifico (è su Apple Tv).
“Sei un uomo?” “Sì e tanto audace che oso guardare ciò che atterrirebbe lo stesso Diavolo!”

SERIE TV: In attesa di dedicarmi “seriamente” a una nuova serie (scusate il gioco di parole), mi sto intrattenendo con qualcosa di più rapido. Innanzitutto cercavo qualcosa da vedere nelle mie solitarie pause pranzo e così, seguendo il consiglio del mio ex vicino di casa, ho provato a cominciare la serie d’animazione Arcane, su Netflix. Ero abbastanza certo che non sarei andato oltre la prima puntata, perché solitamente il mio amico guarda cose che a me non piacciono molto, ma stavolta devo dire che ci ha pienamente preso: per dirla in due parole, in una città divisa tra gli abitanti di superficie (che godono di ricchezza e progresso) e quelli dei sotterranei (una sorta di ghetto dove si vive di stenti) due sorelle si dividono e combattono su fronti opposti una sorta di guerra civile, tra tecnologie magiche e credenze contrapposte. Per il pranzo è perfetto, non impegnativo, disegnato benissimo e coinvolgente il giusto. Sono solo 9 episodi (da 40 minuti l’uno) quindi è anche una cosa abbastanza digeribile: mi mancano due puntate per finirlo. Per il resto ho cominciato la terza stagione di Afterlife di Ricky Gervais, sei episodi da 20 minuti, e me la sto gustando con molta calma (una puntata al giorno) perché è una serie che trovo molto bella nella sua semplicità. Tra le altre cose sperimentate in pausa pranzo, ho visto il pilota di Manifest e l’ho trovato curioso: un aereo atterra dopo una strana turbolenza e, al momento dell’atterraggio, i passeggeri scoprono che sono passati 5 anni da quando sono partiti e che le loro famiglie gli avevano dati per morti o dispersi. Certo, aleggia continuamente questo deja vu da “voglio vestirmi da Lost”, per il resto il primo episodio ha alcuni spunti dal potenziale quantomeno interessante. Sono tre stagioni e per questo sono restio nel continuarlo, ma come serie da pausa pranzo, una volta finito “Arcane” potrebbe davvero funzionare. Aggiornamenti nel prossimo capitolo.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Ciao! Avevo iniziato a vedere Sir Gawain ma ho smesso dopo pochi minuti: ho trovato repulsivo (per i miei gusti almeno) il modo in cui è stato girato. Mi è venuto subito in mente il terribile King Arthur di Ritchie e non ho amato quella stranezza ad ogni costo della messa in scena (e quel color verdastro imperante, come dici tu). Dici che dovrei dargli un’altra possibilità?

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      A me il regista piace molto e la storia è molto particolare, essendo appunto tratta da uno scritto di secoli e secoli fa. Se il genere ti piace dagli una chance, se no lascia stare, si può anche vivere serenamente senza sforzarsi di vederlo 🙂

      "Mi piace"

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