Capitolo 342


Dopo i festeggiamenti di rito per l’undicesimo anniversario di Una Vita da Cinefilo, rieccoci immediatamente qui per tornare a parlare di ciò di cui (spero) sappiamo parlare meglio: il cinema. Dicembre ha bussato con i piedi e si è presentato come sempre alla porta di casa con il suo solito carico di freddo, fastidioso e irritante spirito natalizio, oltre ai classici malumori che tipicamente accompagnano questo mese per tutti quelli non proprio appassionati di lucette e vecchi con la slitta. Ma dicembre ha anche dei difetti (quest’anno poi, senza la Roma a causa della pausa per un vergognoso mondiale di calcio, dicembre sembra una sfilza interminabile di lunedì). Finita l’invettiva stagionale nei confronti dell’ultimo mese dell’anno, cominciamo a parlare di qualcosa di veramente bello: i film visti nelle ultime due settimane.

C’era una volta in America (1984): Non vedevo questo immenso film di Sergio Leone da tanti anni (no, non sono andato a letto presto) e, ritrovandolo ora su Prime Video in questa pazzesca versione da 4 ore e 10, ho notato come sia un film diverso in base all’età che hai quando lo guardi: da adolescente resti incollato alle scene con i protagonisti che sono tuoi coetanei, poi cresci e comprendi meglio, apprezzandola appieno, l’amicizia e i vari legami di quando i personaggi sono invece giovani uomini. Dopo i 40 anni invece cominci a percepire ancora di più la malinconia che pervade tutta l’opera e ti ritrovi a sperare di non avere mai i rimpianti né i rimorsi di Noodles. Un film immenso. Immenso. Immenso. Immenso.

X (2022): Da un po’ di tempo sento gente infervorata per l’uscita (più o meno imminente) di un certo “Pearl”. Mi sono incuriosito (anche perché per me quel nome è solo quello della nonna di Eddie Vedder, la cui marmellata ha ispirato il nome della band) e ho scoperto che si trattava del prequel di questo film di Ti West. Ho deciso di vedere prima questo, come farebbe chiunque, credo. Si tratta di uno slasher piuttosto canonico, pieno zeppo di omaggi cinematografici (su tutti “Non aprite quella porta”, ma anche “Shining” o “La Casa”), in cui una piccolissima troupe cinematografica viene ospitata in una fattoria da una coppia di bizzarri vecchini. Gli anziani si divertiranno a fare a pezzi i malcapitati, giunti fin là per girare un film porno (il tabù per eccellenza nei film horror, come insegna “Scream”). Niente di particolarmente innovativo o geniale, ma fa bene il suo dovere ed è abbastanza divertente. Sufficienza meritata.

Bully (2001): Sto cominciando a sviluppare un certo amore per il cinema di Larry Clark. Anche questo “Bully” è un bellissimo film, liberamente tratto da una storia vera, quella di un gruppo di adolescenti che decide di assassinare un “amico” per motivi più o meno gravi (la vittima è davvero una persona orribile, ma da qui a premeditare un omicidio…). Non c’è un personaggio che non sia totalmente credibile, seppur la situazione in cui agiscono i protagonisti sia più che malsana, ambigua, folle. Non è disturbante come “Kids” e neanche così perfetto nella sua imperfezione, ma la mano di Clark è indiscutibilmente riconoscibile. Una bella sorpresa.

Baden Baden (2016): Da quando è uscito “Frances Ha”, capolavoro indiscusso del filone, è partita la corsa forsennata all’imitazione, senza però avere né l’ispirazione, né la scrittura, né la splendida regia del film di Baumbach. Questo film franco-belga diretto da Rachel Lang, come avrete capito, racconta la storia di una ragazza in cerca di se stessa. Non mancano alcuni momenti carini (quello della distruzione della vasca da bagno su tutti), il problema è che prima di lanciare la protagonista alla ricerca di se stessa sarebbe stato bene cercare pure degli sceneggiatori bravi. Non mi è piaciuto.

Imprevisti digitali (2020): Il film boomer per eccellenza. Gustave Kervern e Benoît Delépine sono sempre geniali nel raccontare persone non proprio a loro agio nella società in cui vivono: così come il goffo sicario dell’esilarante “Louise-Michel” o il pensionato Depardieu nel bellissimo “Mammuth”, solo per citarne un paio, anche i tre protagonisti di questo film sono adulti un po’ imbarazzanti, tre vicini di casa che finiscono nei guai per colpa delle piattaforme social: c’è una donna che vuole cancellare un revenge porn che la vede coinvolta, un’altra, autista di Uber, vuole sconfiggere l’algoritmo che tiene inchiodata la sua valutazione di gradimento a una sola stella, mentre il terzo vorrebbe proteggere la figlia dal cyber-bullismo. Ovviamente ne combineranno di tutti i colori. Il film è divertente, ma forse gli manca quel tocco di genialità e di amore per l’assurdo (per quanto ci siano anche qui parecchie situazioni surreali, nel pieno stile della coppia di registi) che avevano reso molto più applauditi i due film citati sopra. Carino, ma speravo in qualcosa di più.

L’amour à la mer (1964): Perla nascosta (?) della Nouvelle Vague francese, scovata come sempre su quell’enorme contenitore di meraviglie che è Mubi. Una giovane e bella segretaria, residente a Parigi, aspetta un anno per ritrovare il suo amore, un marinaio di stanza a Brest, in Bretagna. Lei le scrive lettere appassionate e innamorate, lui è invece tormentato e pieno di dubbi. Il film salta senza particolari preoccupazioni da uno splendido bianco e nero parigino ai colori malinconici di Brest, offrendoci punti di vista diversi su una storia in fin dei conti piuttosto semplice. Ho amato da morire un intermezzo in cui lo stesso regista, Guy Gilles, che nel film interpreta il migliore amico del protagonista maschile, racconta il suo rapporto con Parigi: le persone, i bar, i quartieri… Una cosa pazzesca, mi sono sciolto come burro (e c’è anche un cameo di Jean Pierre Leaud in un personaggio che fa immediatamente pensare ad Antoine Doinel). Film da riscoprire, di una bellezza esagerata.

The Balcony Movie (2021): Un documentario assolutamente geniale, anche questo scovato nel catalogo di Mubi. Il film è stato girato interamente a Varsavia, dal balcone di casa del regista Pawel Lozinski, che semplicemente chiede ai perfetti sconosciuti che passano sotto casa sua di parlare di loro stessi e del senso della vita secondo loro. Mese dopo mese, passaggio dopo passaggio, il rapporto tra il regista e i passanti si fa sempre più intimo, le persone si aprono sempre di più e si scopre davvero un amore indescrivibile per l’umanità. Inoltre, essendo stato girato in oltre due anni, il documentario apre anche ad una splendida riflessione sul tempo, sull’alternanza delle stagioni, sui cambiamenti del panorama urbano. Un gioiello, lo avrei guardato all’infinito: da street photographer non potevo non amare un film di questo genere.

Sevmek Zamanı (1965): Forse più digeribile con il titolo internazionale “Time to Love”, si tratta di un film turco diretto da Metin Erksan, restaurato e recuperato con il contributo di Mubi. Un imbianchino, povero ma buono, si innamora della foto di una donna trovata in una delle case nelle quali ha lavorato. Lei, borghese dal cuore puro, scopre tutto e si innamora dell’amore provato dall’uomo che però, consapevole di non essere all’altezza “sociale” della donna che ama, preferisce continuare a contemplarla in foto. Per essere un film turco degli anni 60 c’è un gusto estetico sopraffino e un lavoro sulle immagini di grande potenza (la scena della barca con il manichino che si avvicina alla donna vestita da sposa, oppure le silhouettes che ballano in discoteca intorno ai personaggi immobili), tutte cose che rendono questo film più interessante che bello, escludendo dal giudizio la presenza di due protagonisti abbastanza inespressivi (che richiama inevitabilmente alla mente una storica frase del maestro René Ferretti: “questa è cagna pure in foto!”). Probabilmente non lo rivedrei, ma sono stato più che felice di poterlo scoprire.

SERIE TV: In una mare di titoli e serie che il mondo spinge per farti vedere (e che probabilmente non vedrò, a parte forse “Andor”), ho concluso la quarta de I Soprano e, per ora, è stata forse la stagione più bella. Anche a distanza di vent’anni esatti dall’uscita statunitense di questa quarta stagione, la grandiosità della scrittura e la strepitosa caratterizzazione dei personaggi è qualcosa che giustamente fa ancora scuola e, per dirla alla romana, magna in testa a quasi tutti quei telefilmucoli pieni zeppi di CGI, usciti in questi ultimi anni e osannati come presunti capolavori (che non sono, ovviamente). Ecco, se volete vedere qualcosa scritta davvero come Cristo comanda, guardatevi i Soprano. Non partirò subito con la quinta stagione, me lo voglio godere: sono un “rimanda-piaceri” (cit).

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