
Il colpo di coda dell’estate, prima del crollo delle temperature, in questo capitolo “ibrido”, che si divide tra gli ultimi film visti in Puglia e i primi dopo il ritorno nella Città Eterna, momento in cui si azzera l’orologio interiore e si riparte ufficialmente con una nuova annata, o stagione, piena di nuovi film, nuova vita (da cinefilo, soprattutto) e segnali inequivocabili lanciati dall’universo (tre amici che figliano e io che devo ufficialmente comprarmi gli occhiali). La nuova stagione cinematografica, ma anche di vita, si riapre con l’attesissimo nuovo lavoro di Christopher Nolan, incentrato sul test Trinity, che in un mash-up di ricordi cinefili fa pensare un po’ a Carrie Ann Moss in Matrix, un po’ a Terence Hill. Ad ogni modo, andiamo a chiudere questo agosto cinematografico con le visioni dell’ultimo periodo.
La Sfida del Samurai (1961): All’inizio degli Anni 60 Akira Kurosawa era già una celebrità a livello mondiale, grazie soprattutto a film come Rashomon o I Sette Samurai. Non è un caso dunque se Yojinbo (il titolo originale) venne presentato a Venezia, permettendo alla sua star Toshiro Mifune di portarsi a casa la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. La storia è quella di un ronin il quale, arrivato in una cittadina comandata da due famiglie rivali, intravede la possibilità di mettere a posto le cose spingendo i due clan uno contro l’altro. Se la trama vi sembra familiare è perché un giovane Sergio Leone tre anni dopo fece forse il più clamoroso e celebre plagio della storia del cinema, pensando che il suo film Per un pugno di dollari sarebbe restato un’opera di nicchia destinata solo al mercato locale. Come sappiamo il western di Leone diventò un successo mondiale e quando lo vide Kurosawa ebbe inizio una battaglia legale che diede ovviamente ragione al regista giapponese (che guadagnò una buona fetta degli incassi giapponesi del film italiano). Al di là della storia dietro il film, quella di Kurosawa è un’opera meravigliosa, ricca di trovate suggestive (ad esempio Mifune che si allena a colpire con il coltello le foglie mosse dal vento). Strepitoso.
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I Peggiori Giorni (2023): Normalmente questi sono i tipici film che eviterei più di un raduno di laziali o juventini, ma colto da spirito di sacrificio, mi sono ritrovato a dover accompagnare mia madre al cinema, abbindolata dal cast importante e dall’onnipresenza degli interpreti sulle tv nazionali. A dispetto di ciò che ho letto dalla critica ufficiale, che ha osato addirittura paragonare questa zozzeria ai film di Monicelli e Dino Risi (posate il fiasco, diamine!), spero più per motivi di amicizia e/o convenienza che per lucide valutazioni critiche, io che invece sono uno spirito libero posso dirvi spietatamente che si tratta di un film retorico, banale, zeppo di cliché, incapace di non prendersi sul serio e con uno spreco di talenti che non si vedeva da millenni. Oltre ad una sceneggiatura superficiale, che tocca temi delicati con il tipico senso di colpa borghese, l’impostazione degli interpreti è teatrale, posticcia, totalmente non credibile (si salvano solo Ricky Memphis e Claudia Pandolfi, a mio parere). Con l’ultimo episodio poi non solo si tocca il fondo, si comincia addirittura a scavare (oltre al fatto che qui Giovanni Storti ha praticamente lo stesso ruolo de Il Grande Giorno di Massimo Venier, film del 2022 con Aldo, Giovanni e Giacomo). Per coerenza con il titolo, è senza dubbio il peggior film che ho visto da molti anni a questa parte: l’aria condizionata è l’unico motivo per cui sono rimasto in sala fino ai titoli di coda, dove ho dovuto anche raccogliere le scuse di mia madre per avermi fatto vedere questa roba.
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L’Ultimo Esorcismo (2010): Avevo visto questo film al cinema ai tempi dell’uscita e siccome il mio unico ricordo era che m’era piaciuto, nella prima sera dopo il ritorno a Roma, bastonato dall’afa e in cerca di qualcosa di poco impegnativo per portare a casa la serata, ho trovato su Prime questo film di Daniel Stamm e me lo sono rivisto. Il buon vecchio Howard di Better Call Saul è un predicatore che, dopo aver spillato migliaia di dollari alla comunità grazie a finti esorcismi, decide di girare un documentario-denuncia per svelare la verità, in segno di pentimento per tutte le sue malefatte. Il suo ultimo esorcismo sarà in una fattoria, dove una ragazza si comporta in maniera a dir poco inquietante. Mi aspettavo in qualunque momento veder sbucare fuori Jimmy McGill o Lalo Salamanca, in realtà quello che striscia dallo schermo è un senso di inquietudine costante che, verso il finale, si trasforma proprio in paura. Un horror basato più sull’atmosfera e sulle sensazioni che su quello che mostra (ben poco, per chi cerca invece banali salti sulla sedia), con pochissimi effetti speciali e una manciata di buone idee. Il mockumentary, come insegnano anche The Blair Witch Project e Rec, è forse il miglior ingrediente per un ottimo horror. Bello (se un aggettivo del genere può essere associato a un film in cui si parla di demoni, morte e altre cosette del genere).
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Ritorno a Seoul (2022): Aspettavo giusto di tornare a Roma per poter di nuovo godermi qualche chicca di Mubi sulla mia tv e non sullo schermo del pc, come ho dovuto fare durante il mio autoesilio estivo. L’opera seconda del franco-cambogiano Davy Chou è un racconto intriso di silenzi, con una splendida protagonista “lost in translation”, una donna che contempla costantemente l’abisso dentro di sé, creandosi il vuoto intorno. Freddie è una ragazza francese, di origine coreana, che per un caso di voli cancellati si ritrova a dover tornare in Corea, dove è nata e dove tanti anni prima è stata adottata da una coppia di francesi. Qui comincia a interrogarsi sulla sua identità, su chi è e decide, non senza riluttanza, di mettersi sulle tracce dei genitori biologici. Bel film, fosse durato venti minuti in meno sarebbe stato un vero gioiello.
•••½
Oppenheimer (2023): E veniamo all’altro caso cinematografico dell’estate (del primo ho parlato già abbondantemente negli articoli precedenti). Non sarà facile parlarne in poche righe, ma cercherò di darvi un’idea. Chi scrive non è uno che si strappa i capelli per Christopher Nolan, certo, ho amato Memento e The Prestige, apprezzato moltissimo Following e anche Inception, ma ho sbadigliato parecchio con Interstellar, Dunkirk e ancor di più con Tenet (pur apprezzando in tutti questi alcune meravigliose trovate visive e/o narrative). Premesso ciò, ho trovato Oppenheimer un grandissimo film, senza dubbio il migliore di Nolan da almeno 15 anni a questa parte: è probabilmente un filo verboso e forse si impantana un po’ troppo nella sequenza dell’interrogatorio, ma resta un film di valore assoluto, con due strepitosi interpreti su tutti (Murphy e Downey Jr), una parte centrale meravigliosa (il famigerato test Trinity), un incipit coinvolgente e una scena finale grandiosa. Forse la terza parte, dove viene capovolto il punto di vista (anche visivamente, essendo la sequenza in bianco e nero) soffre di qualche lungaggine di troppo, ma stavolta sento che passarci sopra è la cosa giusta da fare, perché il film di Nolan è veramente bellissimo ed è una frase che non usavo dal 2006 uscendo dal cinema Gulliver di Ottavia, quando avevo più capelli, facevo ancora l’università e la vita adulta era solo un lontano orizzonte.
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Tengo Sueños Eléctricos (2022): Probabilmente il primo film della Costa Rica che abbia visto in vita mia, sicuramente il più bello: sto parlando dell’esordio di Valentina Maurel, un racconto-scontro tra padre e figlia, che dietro grugni arrabbiati, ribellioni adolescenziali e qualche sbaglio di troppo trasuda amore da ogni inquadratura. San José si rivela una città splendidamente cinematografica, in questa storia dove la sedicenne Eva, in rotta con la madre, decide di provare a passare più tempo a casa del padre, un poeta-artista-alcolizzato rude ma buono. Due ore che volano, tra amori adolescenziali, scontri generazionali e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo (cosa che vale anche per gli adulti, non solo per la bravissima protagonista). Finale da incorniciare. Bella sorpresa, lo trovate su Mubi.
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