
Già nel capitolo precedente vi avevo accennato ai record di visualizzazioni che il blog sta battendo di mese in mese. Vi ringrazio ancora. Oggi apro questo nuovo capitolo con la clamorosa notizia, che anche stavolta interessa molto più me che voi, di un aumento del 300% delle visite quotidiane (rispetto alla media di gennaio), dovuto soprattutto alla recensione di Hamnet e, ancor di più, alla mia stroncatura di Cime Tempestose, che non sono proprio riuscito a farmi piacere. Al di là di questo abbiamo oggi un capitolo come sempre molto eclettico, che va da un horror di culto a un recente viaggio sensoriale nel deserto africano, passando per male gaze, comfort movie, commedie sboccate e drammi famigliari. Non ci facciamo mancare niente.
Omen – Il Presagio (1976): Mentre guardavo il bellissimo L’Agente Segreto, c’è una scena del film in cui, in un cinema di Recife, viene proiettato il film di Richard Donner con Gregory Peck. In quel momento mi sono reso conto di non averlo mai visto ed è così che ho deciso di recuperarlo. Un funzionario dell’ambasciata statunitense a Roma scopre che suo figlio è nato morto: in ospedale un prete lo convince a prendere un bambino nato nello stesso momento, che ha perso la madre di parto e non ha nessuno al mondo. Gregory Peck, il funzionario, decide di accettare la proposta senza dire nulla alla moglie, facendo passare il neonato per il loro figlio biologico. La famiglia si trasferisce a Londra ma, neanche a dirlo, esce fuori che il bambino è tipo l’Anticristo. Bellissima la prima parte, dove spicca la clamorosa scena del suicidio della bambinaia. La storia tuttavia perde interesse e soprattutto credibilità nel momento in cui Peck si fa un tour del Lazio, da Frosinone a Cerveteri, oltre ovviamente a tornare a Roma (con uno straordinario campo-controcampo che mette nello stesso luogo piazza Santa Maria in Trastevere e l’Eur!). Nonostante qualche bella trovata visiva e una colonna sonora davvero bella (i titoli di testa mettono addosso tanta inquietudine), non è un film che mi resterà impresso, al contrario della maledizione che aleggiava intorno, che ha visto morire in circostanze assurde alcuni membri dello staff che avevano lavorato al film (e alcune coincidenze sono davvero, ma davvero, inquietanti).
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The Housemaid (2025): Ovviamente non va confuso con il bellissimo film coreano del 1960 (e neanche con il suo remake del 2010), perché quello di Paul Feig non ha niente a che vedere, è la storia di una governante che ha le fattezze di Sidney Sweeney, che finisce a lavorare in casa di una ricca e svalvolata Amanda Seyfried e del suo amorevole e bel marito. Avrete già capito che succede? Anche io, in realtà il film ti spiazza però con delle idee non scontatissime. Al di là di questo, lo ammetto Vostro Onore: questo film è qui solo perché volevo vedere Sidney Sweeney nei panni di una governante sexy, ero curioso. Beh, il mio male gaze è stato accontentato. Inoltre, come accennavo prima, mi aspettavo di vedere una scemenza totale, mentre invece è solo una mezza scemenza, anche se c’è bisogno di una notevole dose di sospensione dell’incredulità. Mi è rimasta particolarmente impressa una scena in cui Sidney Sweeney non continua a vedere Barry Lyndon per colpa dell’arrivo di Amanda Seyfried: che peccato!
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Past Lives (2024): In due anni è già la quarta volta che vedo il film d’esordio di Celine Song che, come forse ricorderete, è anche stato il mio preferito tra quelli usciti in Italia nel 2024. Non avevo intenzione di tornare su questa storia, ma una sera ho acceso la tv ed era appena cominciato. Potevo forse cambiare canale? Impossibile. Si tratta della storia (autobiografica) di una bambina sudcoreana che, trasferitasi con i genitori in Canada, si separa dal suo migliore amico d’infanzia. I due si ritrovano via social il decennio dopo, dove diventano molto intimi, per poi incontrarsi finalmente a New York dopo vent’anni, quando le loro vite hanno ormai preso altre direzioni. Struggente nella sua semplicità, emozionante, commovente: un gioiello pressoché perfetto. Per approfondire il discorso, vi rimando alla recensione. Per quanto mi riguarda uno di quei comfort movie che, già lo so, torneranno spesso nel corso della mia vita (tra l’altro, è nella lista dei 10 film che hanno maggiormente influenzato il mio libro La Strada Altrove, ma vi parlerò meglio di questa lista nei prossimi giorni…).
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Sirat (2025): Appena finito di vedere il film di Oliver Laxe (disponibile su Mubi) ho immediatamente pensato: questo è un film che avrei dovuto vedere al cinema. Sì, perché si tratta di un film sensoriale, con una colonna sonora avvolgente, rimbombante e con dei panorami desertici che hanno bisogno della grandezze dello schermo per farti sentire piccolo, impotente, un reietto: come i suoi protagonisti, forse. Un uomo e suo figlio adolescente giungono in Marocco, dalla Spagna, per cercare la figlia (e la sorella), che dovrebbe trovarsi in un fantomatico rave party in mezzo al deserto. I due, totalmente inadatti al mood dell’ambiente, si uniscono a un gruppo di ragazzi in questo viaggio attraverso il deserto che, come spiega la frase che apre il film, è una metafora del ponte (Sirat, appunto) che dall’inferno porta verso il paradiso, “sottile come una ciocca di capelli e affilato come una lama”. Si tratta di un film che ti fa arrabbiare, dal quale non riesci però a staccarti, pieno di simbolismi, di emozioni forti che nei giorni successivi alla visione tornano a bussare alla porta del tuo cervello. Non sono riuscito a digerirlo del tutto e non so se avrò mai voglia di rivederlo, ma che film però!
•••½
Babbo Bastardo (2003): E ora qualcosa di completamente diverso. Nei capitoli precedenti vi avevo raccontato di aver cominciato la discutibile abitudine di guardare un film leggero (se non scemo) durante i pasti, per avere qualcosa da vedere mentre mangio (soprattutto a pranzo, quando sono solo). Questa settimana la scelta è caduta su questa commedia natalizia di Terry Zwigoff, prodotta dai fratelli Coen (e si vede!). Billy Bob Thornton è un rapinatore che, durante l’inverno, lavora come Babbo Natale nei centri commerciali (che poi puntualmente ripulisce la notte della vigilia): nonostante il suo lavoro richieda una certa empatia, igiene personale e, ovviamente, sobrietà, l’uomo è un ubriacone, sessuomane, sboccato e volgare, che riuscirà comunque ad attirare le attenzioni di un bambino cicciottello, innocente, puro, con cui stringerà un legame di amicizia, se così si può definire. Difficile da inquadrare all’interno di un genere (certo, è una commedia, ma non così stupida come si possa immaginare), è un film che racconta la resurrezione di un uomo ai minimi termini, che tenta di redimersi nonostante i suoi continui tentativi di auto-sabotarsi. Quando lo vidi in sala, oltre vent’anni fa, lo amai, oggi è bello constatare come abbia ancora un suo perché. Lo trovate su Prime Video.
•••½
Rachel Sta Per Sposarsi (2008): Di Jonathan Demme ricordiamo, ovviamente, film come Il Silenzio degli Innocenti o Philadelphia. La filmografia del regista newyorkese è composta però anche da tanto altro, a partire da questo gioiellino presentato al Festival di Venezia nel 2008, che regalò ad Anne Hathaway la prima candidatura agli Oscar (poi bissata quattro anni dopo con Les Miserable, con cui vinse anche la statuetta). Una ragazza, ospitata in una struttura di riabilitazione per uscire dal tunnel di droga e alcolismo, torna a casa un paio di giorni per partecipare al matrimonio di sua sorella. Per la protagonista, a mio parere la migliore Anne Hathaway mai vista in un film, sarà l’occasione di fare i conti con il passato suo e quello della sua famiglia, segnata tanti anni prima da una tragedia causata dalla stessa ragazza. La scrittura è lineare, non ci sono spunti particolari o plot twist clamorosi, è semplicemente la storia di una famiglia alle prese con un matrimonio, la storia di due sorelle molto diverse tra loro, ma anche di due genitori che hanno dovuto sopportare macigni e andare avanti comunque, mentre intorno a loro impervia inevitabilmente la voglia di fare festa, di godersi il giorno del matrimonio. Bello, semplice ma impeccabile.
•••½
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