50 Volte Film People

“Film People”, il progetto fotografico dedicato ai film della nostra vita, raggiunge (e supera) quota 50: in poche settimane sono infatti già 51 le persone che hanno scelto di farsi ritrarre insieme al titolo del loro film preferito, raccontando la loro scelta e, in qualche modo, rivelando qualcosa di loro stessi. Le novità a proposito non mancano: a maggio infatti una selezione del progetto sarà esposta in una mostra fotografica presso il Teatro Palladium di Roma, durante il Roma Tre Film Festival, ma di questo ne parleremo meglio dopo le feste.

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Cresce il popolo dei “Film People”: sito e pagina Instagram

Come ho già scritto nelle scorse settimane, a febbraio è cominciato il progetto FILM PEOPLE, di cui Una Vita da Cinefilo è media partner: si tratta di una serie di immagini che raccoglie ritratti di uomini e donne a cui il fotografo chiede il titolo del film preferito, oltre a un aneddoto o una motivazione legata a questa scelta. C’è chi ha scelto “Manhattan” di Woody Allen perché è l’ultimo film visto insieme ad una ragazza che non ha mai più incontrato o chi ha scelto di studiare cinema perché a 16 anni era rimasto folgorato da “Mulholland Drive” di David Lynch: due dei tanti esempi che rendono FILM PEOPLE un coro di voci non soltanto legate al cinema, ma soprattutto all’umanità, alla vita e alle emozioni delle persone ritratte.

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“Film People”: svelate le prime 15 immagini del progetto fotografico

Come avevamo già annunciato la settimana scorsa, è partito il progetto fotografico “Film People”, che unisce le persone ritratte al titolo del loro film preferito. Una Vita da Cinefilo è media partner del progetto e vi terrà aggiornati sulle novità principali riguardante la serie del fotografo romano Alessio Trerotoli. Ecco le prime 15 immagini e vi ricordo che se vivete a Roma e volete partecipare, potete iscrivervi qui: Film People.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Photogallery

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Come da tradizione, è arrivato il momento di archiviare anche questa Festa del Cinema con la galleria fotografica che racconta in qualche modo ciò che sono stati per me questi 10 giorni di festival. Amici, colleghi, attori, attrici, persone e personaggi, appassionati e soprattutto lui, l’Auditorium, con i suoi corridoi, le sue sale, i suoi spazi. Tutte le foto sono state realizzate da me (se volete vedere cosa faccio quando non vedo film, fate un salto sulla mia pagina Instagram o Facebook).

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Recensione “Kodachrome” (2017)

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Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

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Recensione “Visages, Villages” (2017)

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Agnes Varda, una donnina di quasi 90 anni, unica regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. JR, un giovane spilungone di 35 anni celebre per appiccicare letteralmente al muro i volti delle persone che fotografa. I due si incontrano e danno il via ad un progetto di enorme bellezza: girare la Francia su una sorta di camera oscura mobile per apporre i volti delle persone sulle facciate dei palazzi in cui vivono.

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Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Recensione “La Ruota delle Meraviglie” (“Wonder Wheel”, 2017)

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Inutile nasconderlo, appena vedo quella enorme ruota panoramica con la scritta “Wonder Wheel” non riesco proprio a non pensare a “I guerrieri della notte” di Walter Hill. Sono stati loro a rendere Coney Island un luogo mitico, un porto sicuro, un luogo da raggiungere per ritrovare la pace. Loro sono il motivo per cui qualche anno fa mi imbarcai in una lunga trasferta da Manhattan fino in fondo a Brooklyn, dove per la prima volta incontrai le onde dell’oceano (mentre cercavo di toccarlo, le onde mi inzupparono le scarpe, ma questa è un’altra storia). Era la prima volta che vedevo Coney Island, ed anche se era marzo e non c’era nessuno, si poteva respirare nell’aria un’atmosfera densa, potente, piena di storie da raccontare e di vita frenetica. Woody Allen ora contribuisce ad arricchire la storia di questo mitologico lido balneare, costruendo un film che, nonostante si svolga all’interno di una cornice festosa e piena di gioia come quella di un parco divertimenti, è in realtà il racconto cupo di un fallimento sentimentale e professionale, il bisogno di essere salvati, la ricerca di una redenzione che possa portare al tanto agognato riscatto. Ma quando il buon vecchio Woody decide che la vita deve andare male, non ci dà scampo: non c’è gratificazione per lo spettatore, c’è soltanto una normalità che, al di là dei colori che provi a metterci dentro, resta grigia perché altro non può essere.

Ginny è un’ex attrice lunatica e profondamente triste, vive di rimpianti a causa del fallimento del suo primo matrimonio e adesso lavora come cameriera a Coney Island. Il suo nuovo marito, Humpty, è rozzo e ha problemi con la bottiglia, ma ha una giostra tutta sua e il cuore grande. Ginny però non lo ama e preferisce buttarsi tra le braccia di un bagnino con ambizioni letterarie, Mickey, con cui ha una relazione clandestina e con il quale vorrebbe cominciare una nuova vita lontana dal suo fallimento. A rendere la situazione ancora più complicata c’è il figlio di Ginny, Richie, che ama appiccare incendi ovunque e soprattutto Caroline, la graziosa figlia di Humpty, costretta a nascondersi nel loro appartamento per sfuggire ad una banda di gangster che la vuole uccidere.

Non manca il romanticismo ma, così come in “Café Society”, la vita ha altri programmi per i suoi protagonisti. Kate Winslet è talmente brava che dovrebbero inventare un premio appositamente per lei, ma a rubare letteralmente la scena è la fotografia pazzesca di Sua Maestà Vittorio Storaro, che commette l’errore più grave che un direttore della fotografia possa mai fare: la sua luce è talmente incredibile che forse mette il film in secondo piano. Ad ogni modo possiamo confermare che si tratta di un Woody Allen ancora piuttosto ispirato, che stavolta trova terreno fertile nella tragedia classica, aggiornandola alla frenetica Coney Island del secolo scorso dove, seppur circondati da migliaia di persone apparentemente felici, ci si può facilmente sentire soli e tristi.

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Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Recensione “Blade Runner 2049” (2017)

Ieri, rivedendo il “Blade Runner” di Ridley Scott, mi sono sentito un po’ vecchio nel realizzare che tra due anni vivremo nel presente di quel film, un presente che per fortuna non sarà composto da piogge incessanti dovute all’inquinamento (mmm…) e da repliche quasi perfette degli esseri umani da utilizzare come schiavi. Tuttavia la decadenza di quella Los Angeles, con i suoi neon e la sua folla di solitudini, ha regalato a tutti noi e alla storia del cinema una sorta di film anni ’50 ambientato nel 2019: un noir futuristico con un protagonista solitario e tormentato, una femme fatale inconsapevole di esserlo, un antagonista tragico e meraviglioso, oltre che imbattibile (se non dal “maledetto tempo”). A trent’anni da oggi, nel 2047, mancheranno due anni al presente di questo nuovo “Blade Runner” di Villeneuve: cosa avremo? Forse macchine volanti, ologrammi di Elvis Presley in concerto (beh, a dire la verità questo lo stanno già facendo adesso con Frank Zappa…) e un ecosistema ancor più danneggiato rispetto ad oggi. E cosa resterà di questo film? Senza dubbio lo straordinario appeal visivo, prima di tutto (date un Oscar a Roger Deakins, per favore!), un altro protagonista tormentato, una filosofia affascinante sul concetto di anima, desiderio e, a tratti, di libertà. Il film però è freddo: le sue emozioni sembrano artificiali come la tecnologia di cui è pieno, il suo racconto arzigogolato e le sue scene d’azione scevre di quel pathos che avvolgeva ogni singola sequenza del capolavoro di Ridley Scott.

La Tyrell Corporation è stata rilevata da un certo Wallace, a capo di una società che produce una nuova linea di replicanti totalmente servili ed obbedienti. l’agente K della Blade Runner, anche lui un replicante, deve eliminare l’ultima generazione prodotta dalla Tyrell, una serie di replicanti ormai bandita da decenni ma che ancora resiste al passare del tempo. Durante un’azione trova una cassa con delle ossa e da un’analisi di laboratorio risulta che lo scheletro appartiene ad una replicante. La cosa più sconcertante è che la donna aveva partorito un figlio: una scoperta rivoluzionaria che, se dovesse uscire fuori, potrebbe sconvolgere gli equilibri del mondo.

Un film di Denis Villeneuve merita sempre la visione e mai come in questo caso merita lo schermo cinematografico: se già in “Sicario” il regista canadese aveva preferito l’estetica visiva ad una sceneggiatura impeccabile, in “Blade Runner 2049” l’impatto visivo è talmente strabiliante da non aver quasi bisogno di una storia egualmente coinvolgente, ed è un peccato. Il film parte bene, lascia a bocca aperta per le sue trovate tecnologiche e scenografiche (la produzione di ricordi da innestare è uno dei momenti più emozionanti) ma lentamente si affloscia su se stesso, si specchia nelle sue immagini e sembra perdere forza con il passare dei minuti. Un’opera futuristica e visionaria da ammirare come una prodezza artistica, ma che nel suo prodigio visivo dimentica una componente di cui anche i replicanti si sono ormai impadroniti: le emozioni.

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