“Altered Carbon”: Le Catene della Colpa (Episodio 1×01)

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[Recensione NO SPOILER] Appena sbarcata su Netflix, la serie “Altered Carbon” racconta un futuro distopico che ha moltissimi debiti con il padre del genere, Philip K. Dick. A livello visivo è impossibile infatti non pensare a “Blade Runner”, con la sua gigantesca città tecnologica, piovosa, dove il confine tra la realtà e il digitale è talmente sottile da perdercisi nel mezzo. La Bay City della nuova serie Netflix non sembra dunque tanto diversa dalla Los Angeles del film di Ridley Scott, allo stesso modo la società di “Altered Carbon” ricorda quella di un altro racconto di Dick, “Minority Report”, la cui trasposizione per il grande schermo fu affidata a Steven Spielberg. Al di là dei riferimenti e degli omaggi, inevitabili quando ci si occupa di fantascienza distopica, la serie creata da Laeta Kalogridis (tratta da un romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan) fa il possibile per vivere di vita propria, in un mondo dove la morte non è la fine e dove il corpo umano è una semplice custodia per la coscienza.

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Primo Poster per “The Irishman” di Scorsese

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Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel. Da quando il film ha cominciato la sua produzione, abbiamo ripetuto questa lista di nomi come una preghiera, come una litania che ci avrebbe accompagnato nei mesi successivi con una voglia di cinema provata raramente in precedenza. Un gangster movie di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel. Praticamente il sogno di qualunque cinefilo appassionato di “bravi ragazzi”. Continua a leggere

Capitolo 233

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Buon anno, ragazzi e ragazze. Le feste sono finalmente finite e si torna alla vita reale. La mancanza di lavoro tra Natale e l’Epifania mi ha portato a vedere molti più film del solito, motivo per cui vi tocca sopportare un capitolo con ben nove pellicole. Prima di addentrarci nel racconto vi lascio qualche inutile statistica a proposito del mio 2017. Secondo Letterboxd (il sito sul quale aggiorno il mio diario dei film visti), l’attore che ho visto di più nell’anno appena trascorso è Adam Driver (che ho già rivisto anche nel 2018), mentre il regista di cui ho guardato più film è David Lynch. Ah, a quanto pare nel 2017 ho visionato la bellezza di 120 film. Vabbè, bando alle ciance, passiamo alla ciccia.

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Recensione “Mindhunter” (2017)

Nel 1995 John Douglas, agente speciale dell’FBI, pubblica il libro autobiografico “Mindhunter” in cui descrive la sua esperienza come cacciatore di serial killer e, in particolare, come profiler. Una ventina d’anni dopo David Fincher, che raccontando storie di assassini ci ha praticamente costruito una carriera (pensate a “Seven” o “Zodiac”), realizza una serie tv basata proprio sul libro di Douglas. Ed è così che John Douglas diventa Holden Ford, un giovane agente federale che, stanco di fare il negoziatore, mette in piedi una nuova unità speciale intenta a classificare gli assassini seriali allo scopo di delineare profili psicologici, nella speranza di riuscire anche a prevedere i potenziali killer. Nasce così l’unità di Scienze Comportamentali, insieme al collega più esperto Bill Tench e alla sociologa Wendy Carr: alla base della ricerca una lunga serie di interviste ai più efferati assassini degli Stati Uniti, che porterà il gruppo in una lunga discesa nell’abisso: “Se vuoi conoscere i serial killer, devi pensare come loro”.

Se il libro, seppur interessante, a tratti dà l’impressione di essere una lunga autocelebrazione dello stesso Douglas, la serie riesce in qualche modo a convincere di più: innanzitutto è basata su personaggi fittizi, nonostante l’ottima trovata di mantenere invece reali i nomi degli assassini intervistati. In secondo luogo, piuttosto che leggere una serie di informazioni che porteranno alla cattura di questo o quel colpevole, nelle dieci puntate della prima stagione c’è un coinvolgimento maggiore per lo spettatore: non più passivo lettore di aneddoti e storie, ma un vero e proprio testimone nelle indagini e negli interrogatori. Si tratta dunque di una serie molto buona, anche se abbastanza distante dai canoni tradizionali: non c’è una vera e propria storia, quanto uno sviluppo più o meno costante di una ricerca basata su interviste e indagini. Non è per tutti, ma se il genere vi appassiona allo stesso modo degli abissi della psiche umana, allora potrebbe rivelarsi un’ottima freccia nella faretra dell’offerta Netflix.

Mindhunter

Capitolo 231

Nell’ultimo periodo ho visto parecchi film: ringraziamo il freddo per il contributo. Appena mi sono accorto di aver guardato otto film senza ancora aver scritto un nuovo capitolo della mia vita da cinefilo ho pensato che fosse giunto il momento di mettere un punto, anche perché se avessi aspettato ancora mi sarei ritrovato ad annegare tra le visioni dell’ultimo periodo. C’è davvero un po’ di tutto in questo capitolo, tra dvd, Netflix e anteprime stampa: cominciamo subito, perché sarà un capitolo bello lunghetto.

L’Ultimo Samurai (2003): Se c’è una cosa che mi piace molto è andare a ripescare un dvd dalla mia videoteca e rivedermi un film dopo tanti anni. Ai tempi dell’università compravo davvero caterve di dvd e la cosa, oggi che compro all’incirca un paio di film all’anno, mi torna piuttosto utile. Mi è sempre piaciuto questo sorta di “Balla coi Lupi” in versione samurai, anche se dopo tanti anni qualcosa forse ha perso. Ad ogni modo è un film davvero molto bello.

Boris – Il film (2011): Quando vidi al cinema questo film non avevo ancora visto la serie tv, motivo per cui, pur divertendomi moltissimo, non capii tutto quanto. Rivederlo ora che la serie me la sono imparata quasi a memoria ha tutto un altro sapore. Quando si ha voglia di una serata poco impegnativa, radunare qualche vecchio amico come Renè Ferretti e Biascica è sempre un piacere.

Love Me! (2014): Sconosciutissima pellicola tedesca, pescata non so come su Netflix. Dialoghi improvvisati, citazioni cinefile ma soprattutto emozioni non mascherate rendono questa opera prima una pellicola sincera, imperfetta sotto molti punti di vista, ma per questo più umana e probabilmente reale. Non è per niente un filmone, ma a me sta roba indipendente fa godere.

La ruota delle meraviglie (2017): Esce proprio oggi al cinema il nuovo film di Woody Allen. Forse non è tra i migliori dell’ultimo periodo, ma resta comunque una pellicola da vedere, anche solo per la bravura di Kate Winslet o per la clamorosa fotografia di Vittorio Storaro. Molto più cupo di quanto mi aspettassi, niente male davvero.

Il Corvo (1994): Appena ho letto che vogliono fare un remake di questo film con Jason Momoa come protagonista per prima cosa ho riso, pensando fosse una battuta, quindi ho preso il dvd del film di Alex Proyas e me lo sono sparato durante una sera di pioggia. Gli anni passano, le case bruciano, ma questo film resterà sempre un cult (con quella colonna sonora poi può invecchiare quanto gli pare, non perderà mai un colpo).

Star Wars – Il risveglio della Forza (2015): Per preparami al meglio alla visione del nuovo episodio e alzare ancora un po’ l’asticella del fomento, ho deciso di rivedermi il film di due anni fa, che avevo amato moltissimo. La terza visione, la prima a distanza di due anni, conferma tutto ciò che di buono avevo trovato in questo nuovo inizio: ironia, avventura, passione e coinvolgimento. Sono giunto alla conclusione che potrei vedere i film di Star Wars ogni giorno per tutta la vita senza mai annoiarmi (a parte gli Episodi I, II e III, che vorrei non fossero mai esistiti).

Madre! (2017): Dopo “The Wrestler” e “Il cigno nero” Aronofsky era diventato uno dei miei registi preferiti, uno di quelli sul quale andare sul sicuro. Poi ha fatto “Noah”, che è una delle cose più brutte che ho visto in vita mia, e tutte le mie certezze sono cadute come un castello di carte. Con “Madre!” il regista newyorkese mi ha nuovamente conquistato: il film è talmente disturbante, fastidioso, che mi ha creato una fortissima sensazione di disagio per due ore. Può piacere o non piacere, ma senza dubbio ci dà la certezza che il vecchio Darren sia tornato a fare cinema di livello.

Star Wars – Gli ultimi Jedi (2017): Dulcis in fundo, il film più atteso del mese (forse anche dell’anno). La nuova trilogia comincia a prendere possesso del proprio potenziale, nonostante i riferimenti a “L’impero colpisce ancora” il film di Johnson si discosta dalla tradizione, rischia, ma come sempre ci coinvolge e ci fomenta. Fino ad un finale che mi ha messo i brividi lungo la schiena. Ora scusate ma devo andare a giocare con la spada laser che mi hanno regalato alla proiezione stampa…

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Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Love Me!” (“Liebe Mich”, 2014)

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Come ben sapete da queste parti il cinema indipendente, ed il genere mumblecore in particolare, gode di una stima pressoché inossidabile. Sarà colpa di Richard Linklater, di Woody Allen o forse di Truffaut, ma ogni volta che vedo un film di questo genere, girato fuori dagli studios, con magari un ragazzo o una ragazza alla ricerca di un posto nel mondo, beh, io vado fuori di testa. Ne sono attratto come una calamita e, quel che peggio, ogni volta innesca in me la stessa sensazione: prendere la videocamera, qualche giovane attore e andare in strada a girare un film. Il tedesco “Love Me”, debutto cinematografico di Philipp Eichholtz, pur non appartenendo al “Berlin Mumblecore Movement”, porta comunque in sé tantissimi elementi di questo genere nato negli States, fonte di ispirazione per molte correnti simili in Europa.

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Capitolo 230

Si sta come d’autunno, nei cinema gli spettatori. Con questa parafrasi cinefila apro un nuovo capitolo di questa antica rubrica, nata su un sito molto più serio di questo e poi sfociata in un blog, questo blog, al quale so che volete parecchio bene (e pure se così non fosse, fatemelo credere). Duecentotrenta capitoli pieni zeppi di film, ovviamente, ma anche di pensieri, aneddoti, considerazioni, voli pindarici, ricordi e qualche sprazzo di sana critica, ma non troppa. Bel numero 230, melodico, armonioso e… Vabbè, come diceva il buon Roger Murtaugh in Arma Letale: “sono troppo vecchio per queste stronzate”, diamoci un taglio e parliamo un po’ di cinema, anche perché sono qua per questo.

The Blues Brothers (1980): Durante la Festa del Cinema di Roma, prima di ogni film, proiettavano uno spezzone musicale tratto da vecchie pellicole. La scena del twist suonato da Ray Charles mi è rimasta attaccata alla pelle per giorni e giorni, fino al punto in cui ho pensato: “Sarebbe ora che mi rivedessi i Blues Brothers”. Così, dopo davvero troppi anni, ho passato nuovamente la serata con Jake e Elwood. Da allora metto gli occhiali da sole anche di sera. Capolavoro totale e assoluto.

Joy (2015): Al contrario di molti devo dire che il cinema di David O. Russell non mi è mai dispiaciuto. Ho amato molto “The Fighter”, ho visto per ben due volte al cinema “Il lato positivo” e “American Hustle” l’ho trovato una figata. Nonostante non fossi pienamente convinto dalla trama, ho deciso di dare una chance alla sua ultima fatica. Niente, penso sia uno dei suoi film peggiori: abbastanza prevedibile, si salva grazie agli interpreti e ad una buona regia, ma non va oltre la sufficienza scarsa. Never a Joy.

Loveless (2017): La mia teoria sui film “esotici” colpisce ancora. In cosa consiste? Semplice, se in Italia viene distribuito un film russo, norvegese o, che ne so, turco, allora vuol dire che deve essere proprio un bel film, perché nessun distributore rischierebbe di mandare al cinema un film così così proveniente da una cinematografia “minore”. Il russo “Loveless”, come volevasi dimostrare, è un filmone: non per niente ha vinto il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes (e il regista è lo stesso del meraviglioso “Leviathan”, di un paio d’anni fa).

C’est la vie (2017): Alla Festa del Cinema di Roma l’avevo erroneamente scansato, tuttavia il passaparola era stato talmente positivo che, appena saputo della proiezione stampa, ho pensato di dargli una possibilità. Ho fatto bene: il film fa ridere, non è mai banale, ha ottime trovate e ti fa sentire come un amico che ti dà una bella pacca sulla spalla. Uscirà nel 2018, merita una serata al cinema.

Akira (1988): Uno dei capolavori dell’animazione giapponese, un cult e via dicendo. Lo vidi per la prima volta da bambino e, anche se non ci capii niente, rimasi affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto. Ora che sono bello grandicello me lo sono ritrovato su Netflix e ho pensato che rivedendolo avrei potuto finalmente apprezzarlo appieno. Sono rimasto nuovamente affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto però, oh, pure stavolta non c’ho capito quasi niente.

Tutti insieme appassionatamente (1965): Ogni cinefilo che si rispetti ha qualche lacuna cinematografica che, per timore del pubblico giudizio, fa sempre finta di aver visto. Quando un classico non visto esce in una conversazione tra amici ecco allora che si dice: “L’ho visto troppi anni fa, non me lo ricordo”, oppure si resta in silenzio e si annuisce con convinzione. Ora non dovrò più fingere di aver visto “The Sound of Music” perché finalmente ho affrontato queste tre ore di film e, che dire, ne è valsa decisamente la pena. Bellissimo.

Beyond Stranger Things: Una volta i contenuti speciali, con interviste e dietro le quinte, li trovavamo sui dvd. Ora cominciano ad affacciarsi anche su Netflix (vedi “Tredici”). Approfondimento interessante sulla seconda stagione di “Stranger Things”, più convincente dal punto di vista della scrittura televisiva che come dietro le quinte dello show (anche se 7 episodi forse sono troppi). I ragazzini però si confermano irresistibili, non c’è niente da fare: lo speciale ti fa davvero venire voglia di far parte del cast.

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Recensione “Stranger Things 2” (2017)

Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per “It” ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di “Star Wars” ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: “Stranger Things”. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevano l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo. Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 “Stranger Things” è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

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La seconda stagione di “Stranger Things” comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

KIDS
I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

ADOLESCENTI
Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

ADULTI
Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de “I Goonies” è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H7 25 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se la scena tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

NUOVI PERSONAGGI
Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di “Stranger Things”, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a “It”). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

ELEVEN
Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

CITAZIONI
Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i “Ghostbusters” e “Indiana Jones” stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai “Gremlins”, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a “It” (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a “L’esorcista” (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente “I Goonies” (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), “Mad Max” e “Jurassic Park” che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

COLONNA SONORA
Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi “Hammer to Fall” dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei “Ghostbusters”, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con “Rock You Like a Hurricane” e i DEVO con “Whip It”, Bon Jovi con “Runaway” e i Metallica con “The Four Horsemen”. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca “Time after Time” di Cindy Lauper (autrice del tema dei “Goonies”, tra l’altro) e “Every Breath You Take” dei Police. Queste solo per citarne alcune.

FINALE
In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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Capitolo 228

L’ultimo capitolo risale a fine agosto, lo so: a volte succedono cose strane, come ad esempio il fatto di aver visto soltanto due film (2!!!) in tutto settembre e poi già cinque film ad ottobre. Vai a capire come possano succedere cose di questo genere. Io ritengo che gran parte della colpa si possa attribuire al fatto che i primi di settembre ho cominciato a vedere “Game of Thrones”, cosa che mi ha praticamente distolto da qualunque altro proposito cinematografico. Fortunatamente mi manca solo la settima stagione…

Affari di famiglia (1989): Non sarà il miglior film di Sidney Lumet, ma vedere Dustin Hoffman e Sean Connery recitare insieme è una goduria totale. Stranamente non avevo mai sentito parlare di questo film, contento di averlo recuperato. Bene ma non benissimo.

Dunkirk (2017): Girato benissimo, bello tutto, bravo Nolan e quello che volete, ma non è per niente il capolavoro di cui parlano tutti. Non so che è questo fanatismo di massa nei confronti di questo film, non lo capisco davvero, mi è piaciuta molto la struttura temporale, che ho trovato originale e appassionante ma per il resto non penso che tra un mese starò ancora a pensarci. Tranquilli, prima o poi verrò smascherato e scopriremo tutti che io di cinema non capisco niente. Speriamo più poi che prima…

A ghost story (2017): Nonostante i lunghi silenzi è un film che non cala mai di ritmo. Originale, emozionante, tenero, senza dubbio straordinario. Un film da ricordare, da amare, da tenere da parte tra i ricordi belli. Spero sinceramente che arrivi al cinema il prossimo anno. Ah, Casey Affleck sta diventando uno dei miei attori preferiti.

Blade Runner (1982): Cosa si può dire di Blade Runner che non sia già stato detto? Bellissimo rivederlo dopo molti anni, angosciante realizzare che tra due anni sarà il 2019, ovvero il presente in cui si svolge il film. Questo significa che abbiamo due anni di tempo per creare Roy Batty, diamoci da fare.

Blade Runner 2049 (2017): Visivamente è una delle cose più belle che abbia mai visto. Questo vorrei che fosse messo a verbale. La storia però l’ho trovata un po’ fredda, non sono riuscito ad emozionarmi come avrei voluto.

Scalciando e strillando (1995): Film d’esordio di Noah Baumbach. Il complimento migliore che gli si possa fare è che sembra un film di Linklater. Risate, tenera superficialità, la ricerca di un posto nel mondo: ci sono tutti gli elementi tipici dei suoi film. Piaciuto.

El Bar (2017): Alex De La Iglesia è un regista che va approfondito. Ha una carriera brillante alle spalle, qualche anno fa ha ottenuto un premio prestigioso a Venezia e ogni suo film ha decisamente il suo perché. Violenza fumettistica, risate a denti stretti e situazioni al limite del paradossale. Divertente e grottesco, scorre che è un piacere.

The Meyerowitz Stories (2017): Prima parlavo dell’esordio di Baumbach, ora invece parliamo del suo ultimo film, appena uscito su Netflix. Il cast parla da solo: Dustin Hoffman, Adam Sandler, Ben Stiller, Emma Thompson e molti altri volti noti. Che dire, è un film inizialmente ansiogeno (primi piani stretti, montaggio molto rapido), che ben immerge nell’atmosfera di questa famiglia incasinata, poi la messa in scena si rilassa un po’ e qualcosa forse si perde. Mi è piaciuto, ma da Baumbach mi aspetto sempre film di cui innamorarmi e con questo non è scoccata del tutto la scintilla.

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