Emozionare con la luce: il Direttore della Fotografia

La prima volta in cui ho sentito parlare di fotografia nel cinema ero davvero un bambino. Stavo vedendo un film, chissà quale, quando qualcuno, forse mia madre, disse: “La fotografia è davvero splendida”. Io, invece di chiedere lumi (scusate il gioco di parole), cominciai a fantasticare su come fosse possibile collegare la fotografia, che consideravo un’immagine statica, ad un film, che è immagine in movimento: ne dedussi che la Fotografia, nel cinema, fossero le inquadrature fisse, quelle che “sembravano essere una fotografia”, anche se al suo interno c’erano personaggi e oggetti che si muovevano. A parte questa storia dell’inquadratura fissa, che spero dimentichiate in fretta, non c’ero andato poi così lontano. Penso sia inutile spiegarvi cosa sia davvero la Fotografia nel cinema (non devo farlo, giusto?), quindi passerò direttamente a raccontarvi qualcosa in più a proposito della figura professionale che c’è dietro a questa arte: il Direttore della Fotografia (o DoP, come dicono quelli bravi).

Secondo la Treccani, “si definisce direttore della fotografia chi assicura una coerenza figurativa all’immagine lungo l’intero arco del film, secondo le necessità del racconto, attraverso la disposizione sul set delle fonti naturali e artificiali di luce”. Pensate solo che durante le riprese di un film, il direttore della fotografia è responsabile di moltissimi altri reparti, dagli elettricisti ai macchinisti, fino all’operatore di macchina, ovvero colui che effettua le riprese. In poche parole, il DoP è garante dell’immagine del film: si deve coordinare con lo scenografo per quanto riguarda la disposizione delle luci artificiali, con il reparto costumi per essere in sintonia con la scelta cromatica del film.

Questa figura professionale nasce negli Anni 20, quando il cinema cominciava lentamente a richiedere sul set professionisti specializzati, togliendo di fatto dalle mani del regista il compito di occuparsi di ogni cosa. Prima di allora la fotografia nel cinema era ancora piuttosto debole, non in grado di assumersi il compito di veicolare emozioni e di essere autonoma. I primi grandi nomi della fotografia cinematografica sono legati senza dubbio all’Espressionismo Tedesco: come sarebbero stati “M” di Fritz Lang o “Nosferatu” di Murnau senza la fotografia di Fritz Arno Wagner? Non lo sapremo mai, per fortuna. Questa corrente cinematografica aveva la necessità di mettere in scena la paura e l’angoscia, motivo per cui gli operatori furono costretti in qualche modo a dover maneggiare le ombre e il buio, una novità enorme per il cinema di quei tempi. Negli Stati Uniti però, prima del cinema tedesco, non si può mettere da parte il nome di Billy Bitzer, fondamentale per il suo regista David Wark Griffith, insieme (e per) al quale ha realizzato alcuni capisaldi del cinema come “Nascita di una nazione” o “Intolerance”.

Se negli anni 30 l’illuminazione del cinema favoriva un set tutto illuminato (di cui è figlio il Duccio di “Boris”, con la classica indicazione “Apri tutto!”), i film di genere, grazie anche a molti direttori della fotografia fuggiti dalla Germania nazista, trovarono una loro illuminazione di riferimento poi fondamentale nella nascita del cinema Noir.

L’avvento del colore ovviamente cambierà ancora di più le carte in tavola, con addirittura la nascita di un Premio Oscar apposito (ai tempi diviso in “Fotografia a colori” e “Fotografia in Bianco e Nero”). Senza scomodare la storia del cinema, possiamo affermare che con il passare degli anni il ruolo del direttore della fotografia, grazie anche a pellicole e lenti sempre più evolute (per non parlare della tecnologia digitale e della color correction in fase di post-produzione), ha rappresentato una fetta sempre più importante nella realizzazione visiva della fantasia del regista, portando spesso ad alcune collaborazioni storiche: pensate a Terrence Malick ed Emmanuel Lubezki, o a Ingmar Bergman e Sven Nykvist, per fare un paio di esempi, oppure a Paolo Sorrentino e Luca Bigazzi, se vogliamo restare nei confini nazionali.

Il regista può essere paragonato ad un direttore d’orchestra: la sua idea, la sua visione, è quella che tutti gli altri professionisti dovranno impegnarsi a realizzare. Ma a creare le suggestioni visive nello spettatore, a sapere quale emozione conferire ad una scena, è proprio il direttore della fotografia: dalla scelta delle luci, dalla posizione delle stesse, dalla temperatura e da molti altri fattori un ambiente, o un personaggio, possono sembrare rassicuranti o inquietanti, romantici o drammatici, cupi, claustrofobici o intimisti. Insomma, tanto per usare un’altra metafora, se il mostro di Frankenstein fosse un film, il regista sarebbe lo scienziato che si occupa di dargli vita, mentre il direttore della fotografia sarebbe colui che dovrà modellare la sua anima, il suo carattere, la sua natura (ovviamente in base alle indicazioni del regista).

Dopo tutto questo polpettone mi sembra il caso di darvi finalmente qualche altro nome. Per quanto riguarda gli Oscar, i più premiati in questa categoria, con 4 statuette ciascuno, sono stati Joseph Ruttenberg (“Il grande Valzer”, “La signora Miniver”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Gigi”) e Leon Shamroy (“Il cigno nero”, “Wilson”, “Femmina folle”, “Cleopatra”). Ad avere più nomination invece, 18 insieme a Shamroy, è stato Charles Lang (Oscar per “Addio alle armi” e DoP, tra gli altri, di “Sabrina”, “A qualcuno piace caldo” e “Sciarada”). Altri nomi? Se avete amato “Quarto Potere” non potete non conoscere il nome di Gregg Toland, una sorta di leggenda per quanto riguarda questa figura professionale. Tra quelli contemporanei bisogna citare il dio Lubezki (“The Tree of Life”, “I figli degli uomini”, “Gravity”, “Birdman”, “Revenant”), Roger Deakins (storico collaboratore dei fratelli Coen, al quale abbiamo dedicato questo articolo), Janusz Kaminski (“Schindler’s List”, “Salvate il soldato Ryan”, “Minority Report”), Robert Yeoman (“Il treno per il Darjeeling”, “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel”) oppure Bruno Delbonnel (“Il favoloso mondo di Amelie”, “A proposito di Davis”, “Faust”). Ovviamente sto tralasciando qualche nome importante. E tra gli italiani? Impossibile non nominare il tre volte vincitore del Premio Oscar Vittorio Storaro (“Apocalypse Now”, “Reds”, “L’ultimo imperatore”) o il maestro Peppino Rotunno (“Rocco e i suoi fratelli”, “Amarcord”, “Il Gattopardo”). Tra gli altri vanno ricordati il già citato Luca Bigazzi (“La grande bellezza”), Tonino Delli Colli (“Il buono il brutto il cattivo”, “C’era una volta in America”), Pasqualino De Santis (Oscar per “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli) e Dante Spinotti (“Nemico Pubblico”, “L.A. Confidential”).

Vi propongo un gioco: riguardate un film che amate molto e concentratevi sull’uso della luce. Andate poi a cercare il nome del direttore della fotografia e date un’occhiata alla sua filmografia: scommettiamo che in quella lista troverete molti altri film che amate?

Vi lascio con un bel video che raccoglie tutti gli Oscar per la Fotografia dal 1927 al 2016. Se vi interessa l’argomento restate da queste parti, perché nelle prossime settimane vi farò conoscere, uno alla volta, tutti i più grandi direttori della fotografia della storia del cinema. Poi non andate a dire che non vi voglio bene.

 

lubezki
Emmanuel Lubezki (Revenant, Birdman, The Tree of Life e I figli degli uomini)

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Emozionare con la luce: il Direttore della Fotografia

  1. AlessioT ha detto:

    L’ha ribloggato su Living is easy with one eye closede ha commentato:

    Dal mio blog cinematografico, Una Vita da Cinefilo, un articolo dedicato alla figura del Direttore della Fotografia: chi è e che cosa fa.

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