Il meglio del Sundance Film Festival 2019

La settimana scorsa si è conclusa l’ultima edizione del Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: pensate soltanto che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2019 è stata vinta da “Clemency”, un dramma ambientato nel braccio della morte, firmato dalla regista Chinonye Chukwu.

Non potendo fisicamente essere a Park City, nello Utah (anche perché al Festival sono ammessi solo corrispondenti di testate statunitensi), sono andato a fare le pulci a qualche sito americano per cercare i migliori titoli di questa edizione. Chissà quali di questi film riusciremo a vedere in Italia, nel frattempo lasciamoci incuriosire da questa lista…

Blinded by the Light
Probabilmente il film che aspetto di più. Diciassette anni dopo il suo esuberante film di formazione interculturale “Sognando Beckham”, che ha lanciato Keira Knightley, la regista britannica Gurinder Chadha ha finalmente realizzato un film ancora più bello. Il dna è sempre quello: un bravo ragazzo adolescente (figlio di immigrati pakistani impantanati nel 1987, durante la recessione dell’era Thatcher), vuole di più, tra cui scrivere per il giornale delle scuole superiori. Trova così un modo per esprimere la sua identità grazie ai racconti della classe operaia ascoltati nelle canzoni di Bruce Springsteen. Chadha svicola abilmente il film dai temi ritriti come l’angoscia del liceo, il bullismo nei confronti degli immigrati e il conflitto con i genitori attraverso una splendida versione musicale, con testi che fluiscono sullo schermo, di “Thunder Road” (che funge da momento in cui il nostro giovane eroe dichiara i suoi sentimenti verso l’attivista della sua classe). Basato sul libro di memorie del giornalista Sarfraz Manzoor, il film si basa abilmente sulla musica del Boss senza però forzare troppo il concetto. La New Line, che ha speso 15 milioni di dollari per distribuire questo musical romantico (il più grande acquisto del festival), almeno in questo caso si rifarà senza dubbio della spesa.

The Last Black Man in San Francisco
Ultimo film in ordine di tempo all’interno della fiera tradizione di narrazioni sulla gentrificazione della Bay Area (che include, tra gli altri, “Medicine for Melancholy” di Barry Jenkins e “Blindspotting”, visto lo scorso anno). Il lungometraggio di Joe Talbot, divertente, sincero e dolceamaro, racconta la storia di un uomo che non sopporta lasciarsi alle spalle la sua città natale: Jimmie vuole solo tornare nella vecchia casa vittoriana costruita da suo nonno, ma la crisi immobiliare ne ha fatto aumentare la fascia di prezzo. Forse, con l’aiuto del suo migliore amico (a quanto pare un fenomenale Jonathan Majors), Jimmie potrebbe trovare un modo per sistemare le cose.

Brittany Runs a Marathon
Chiunque abbia visto l’ex sceneggiatrice di “Saturday Night Live” Jillian Bell rubare la scena in film come “22 Jump Street” o “Rough Night” sa che è nata per far ridere. La trama alla base del debutto alla regia di Paul Downs Colaizzo è piuttosto semplice: cosa succederebbe se la tua amica più divertente (e diciamo meno atletica) decidesse di cambiare vita per correre alla maratona di New York? L’idea suona sicuramente divertente, permettendo a Jillian Bell di dare fondo a tutta la sua comicità ma anche al suo lato più profondo. Perché il film di Colaizzo, ispirato ad una storia vera nonché vincitore del Premio del Pubblico al Sundance, non solo fa ridere molto, ma è anche profondamente umano, meravigliosamente caldo e non ha paura di diventare, strada facendo, qualcosa di diverso. Il film è stato comprato da Amazon.

Clemency
Il dramma di Chinonye Chukwu, vincitore del premio della giuria, viene presentato con tale precisione narrativa da costringere lo spettatore a sperimentare la tortura emotiva del personaggio. Quelli disposti a sopportare tutto ciò riceveranno indietro moltissimo, a partire dalle interpretazioni fenomenali di Alfre Woodard, Aldis Hodge e Danielle Brooks. Woodard interpreta una guardia carceraria la cui vita è deragliata a causa del suo lavoro, che include la preparazione per le esecuzioni all’interno del braccio della morte di un carcere di massima sicurezza. Anthony Woods è il prossimo a dover essere giustiziato e la Chukwu racconta in modo indimenticabile i due personaggi mentre si preparano per un finale inevitabile. La regista non presenta nessuna figura come eroe o cattivo, sono anime quasi identiche che cercano semplicemente la libertà in un mondo in cui entrambi i loro destini sono dolorosamente sigillati. Gli ultimi 10 minuti, a quanto pare, ci apriranno il cuore come pochi film quest’anno.

David Crosby: Remember My Name
Ciò che rende questo documentario così straordinario è il suo non essere agiografico. Crosby si apre con un’onestà dolorosa all’intervistatore Cameron Crowe (anche produttore) e al regista A.J. Eaton, affrontando i suoi molti rimpianti, alcuni di essi tra l’altro molto recenti: la tumultuosa collaborazione con i compagni di band Stephen Stills e Graham Nash è stata ufficialmente affondata dopo una dolorosa performance di “Silent Night” alla National Tree Tree Lighting nel 2015. La performance discordante è quasi straziante: Crosby, Stills e Nash non si sono esibiti e da allora non si sono nemmeno parlati. Attraverso tutto questo, guidato dalle domande sensibili ma mai leggere di Crowe, Crosby incolpa se stesso con un candore coraggioso, regalandoci un ricco ritratto cinematografico.

Greener Grass
L’erba del vicino è sempre più verde? Jill ha tutto. Come i suoi vicini nel suo quartiere perfettamente coordinato dal punto di vista cromatico, ha un armadio pieno di abiti color pastello, feste ed ospiti nel suo cortile, una piscina così pulita da poter bere la sua acqua e, naturalmente, indossa le bretelle, perché tutto qui è o perfetto o in procinto di diventarlo. Jill ha così tanto da lasciare il suo bambino a Lisa, come un gesto di buon vicinato. Non per il fine settimana: si tratta di una decisione permanente, anche se apparentemente casuale, quel bambino è semplicemente un regalo di buona volontà. Il mondo di “Greener Grass” che DeBoer e Luebbe, che hanno diretto insieme il film, hanno creato, sembra e assomiglia molto al nostro, ma alcuni dettagli di superficie sono del tutto diversi. La verità di fondo di questo placido racconto suburbano è esattamente la stessa del nostro mondo: le nostre vite sono controllate da codici di condotta spesso arbitrari ma rigidamente applicati e, il più delle volte, ci giudichiamo confrontandoci con gli altri. Quando il figlio di Jill trasforma il suo recital di pianoforte in un talent show scolastico, Jill è mortificata – l’imbarazzo per un talent show scolastico è la cosa peggiore che potrebbe capitarle nella vita. Eppure la sua amica Lisa è altrettanto auto-flagellante: perché suo figlio non è stato originale e fuori dagli schemi come il figlio di Jill? La visione di DeBoer e Luebbe è così forte che non guardi semplicemente “Greener Grass”, lo visiti. E stranamente, potresti non voler mai andare via.

Honeyland
Un perfetto esempio di regia cinematografica, il film vincitore del Gran Premio della Giuria è la storia di come la vita di un cacciatore di api, che ruota attorno alla cura di un’anziana madre e al miele, viene sconvolta quando una famiglia si trasferisce nel suo villaggio abbandonato. La lotta tra il legame di una donna con la natura e un patrigno spericolato diventa un’allegoria di tutto ciò che non va nel nostro mondo. È impossibile non provare la calma e solitaria decenza di Hatidze, ma è il modo in cui è girato il suo viaggio che rende questo film così speciale. I registi Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov catturano sia il personaggio che il conflitto in veri e propri momenti girati con rigogliosa bellezza e ancora sorprendente rigore formale.

The Report
Amazon ha pagato 14 milioni di dollari per il thriller politico dello scrittore-regista Scott Z. Burns post 11 settembre, un’opera teatrale drammatica per un pubblico intelligente che trasmette informazioni sulla detenzione rafforzata e sulle tecniche di interrogatorio della CIA, rendendo veri e propri eroi l’investigatore del Senato Dan Jones (Adam Driver) e la senatrice Dianne Feinstein (Annette Bening), che ha combattuto contro la Casa Bianca e la CIA per diffondere al mondo la verità. Il collaboratore di Steven Soderbergh, Burns, fa il suo debutto alla regia, dimostrandosi non solo un grande sceneggiatore, ma anche un regista di ottimo valore. Probabilmente sentiremo parlare di questo film ai Premi Oscar del prossimo anno.

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