Capitolo 344


Un altro anno se n’è andato, un altro anno è cominciato. A fare da ponte tra il 2022 e il 2023 c’è, come sempre, del buon cinema, come è abitudine da queste parti. L’ultima settimana di dicembre, da che mondo è mondo, è il periodo in cui si recuperano i film che sono sfuggiti durante l’anno appena trascorso, l’inizio di gennaio è invece quello in cui si cerca il più possibile di vedere cose belle, per aprire l’anno con un po’ di sana bellezza, o cultura, o emozioni. Apriamo dunque questo 2023 con l’ennesimo capitolo della mia/nostra vita da cinefilo, nella speranza che possiate dare seguito a tutti i buoni propositi fatti per il nuovo anno. Il mio? Lasciamo perdere.

Un Eroe (2021): Asghar Farhadi non sbaglia mai un film, è incredibile, soprattutto quando gira in patria, quell’Iran ormai quotidianamente al centro della cronaca per le malefatte del suo regime teocratico. Il talento di Farhadi è nel saper sempre raccontare la vita nella società iraniana attraverso storie di persone comuni: in questo caso al centro della vicenda c’è un uomo, finito in carcere a causa di un debito insoluto, che nel suo giorno di libertà vigilata trova una borsa piena di monete d’oro e si adopera per restituirla alla legittima proprietaria. Bowie diceva che possiamo tutti essere eroi, solo per un giorno, quello che Farhadi invece ci dice è che passata la gloria, c’è da fare i conti con la vita reale, che è tutta un altro paio di maniche. Bellissimo.

The Myth of the American Sleepover (2010): Film d’esordio di David Robert Mitchell e, per quanto mi riguarda, colpo di fulmine totale. Il mito dei teen movie demenziale ed edonista è sfatato con questa versione d’autore, cupa, disillusa, definita da qualcuno “John Hughes con un abbonamento ai Cahiers du Cinema”. Eppure l’idea di base è piuttosto semplice: prima dell’inizio del liceo c’è la tradizionale notte dei pigiama party. I ragazzi si riuniscono per vedere film, le ragazze per chiacchierare. Un’ultima notte prima di entrare nel mondo dell’adolescenza, con le sue illusioni, i suoi miti e i suoi riti. Ma c’è davvero così tanta fretta di diventare più grandi? Parafrasando Gaber, i personaggi di questo film non si sentono adolescenti ma, per fortuna o purtroppo, lo sono: un gioiello (è su Mubi).

Nope (2022): Tra i recuperoni di fine anno c’è finito anche l’ultimo film di Jordan Peele, un autore che, nonostante nei suoi lavori gli vada riconosciuta una più che interessante impronta autoriale, ritengo tuttavia che sia stato abbastanza sopravvalutato (a partire dal suo film più celebre, Scappa – Get Out, molto bello ma forse non così tanto da meritare le attenzioni che ha avuto). Stavolta ci troviamo in un ranch nel deserto, dove c’è qualcosa di inquietante che si muove tra le nuvole. La prima parte del film è assolutamente valida, Peele gioca sul filo della tensione e come thriller psicologico il film funziona benissimo. Poi, a proposito di ranch, va tutto in vacca: è tutto troppo mostrato, ci sono soluzioni di sceneggiatura assolutamente campate per aria (il fatto di non dover guardare o il personaggio di Michael Wincott, ma non voglio dire troppo) e si disperde tutta la tensione che aveva accumulato nella prima parte. Eppure ormai si dovrebbe sapere che la cosa che ha reso Lo Squalo il capolavoro che conosciamo è che lo squalo si vede pochissimo… Il peggior film dei tre di Jordan Peele, senza dubbio.

White Noise (2022): Chi bazzica questo blog da un po’ di tempo conosce perfettamente il mio amore per Noah Baumbach (e anche per Greta Gerwig). Nonostante ciò, l’aspettativa per il nuovo film di uno dei miei registi preferiti si è fatta un po’ più mite dopo aver letto il romanzo omonimo di Don DeLillo, che mi aveva lasciato un po’ interdetto. La vita di una famiglia ampia, tra figli e figliastri, viene sconvolta dalla fuga di alcune sostanze chimiche e dall’arrivo di una conseguente nube tossica, che costringerà Adam Driver e sua moglie Greta Gerwig a rivalutare il loro rapporto con la vita e, soprattutto, con la morte. Ci sono cose bellissime, come la fotografia dai colori vivaci di Lol Crawley, tutto il sottotesto sul consumismo, su quanto sia facile illudersi di essere felici quando si imita ciò che fanno tutti, oltre ad un finale comunque molto soddisfacente (il monologo in tedesco della suora è strepitoso). Al di là di questo però è un film che mi ha comunque lasciato piuttosto freddo e che, appena visto, ho avuto subito l’impressione di dimenticare. Si dice che i romanzi di DeLillo siano “infilmabili”: forse è vero.

Arancia Meccanica (1971): Ogni gennaio ho il bisogno di cominciare l’anno con un film che amo (o con un film comunque bellissimo), che mi possa regalare un po’ di bellezza in vista dei dodici mesi che, come tutti, dovrò affrontare. Quest’anno avevo proprio voglia di tornare da Stanley Kubrick, da Alex, dai Drughi, da Ludovico Van. Cosa si può dire di Arancia Meccanica senza risultare banale? Nulla, quindi, senza stare qui a ripetere di che capolavoro si tratti, vorrei sottolineare la curiosa coincidenza del finale, che somiglia in maniera incredibile a quello di Un Americano a Roma di Steno (1954!), con il letto d’ospedale, il politico di turno pronto a raccogliere i consensi dei giornali, la “guarigione” e la vera essenza del protagonista che invece emerge nell’ultimo frame. Ho sempre trovato questa coincidenza incredibilmente curiosa. Invece è stato bello vedere la scena dell’enorme fallo in cartongesso e pensare alle peripezie che hanno portato Emilio D’Alessandro sul set del film, raccontate splendidamente nel documentario S is for Stanley.

Aftersun (2022): Il mio primo grande amore dell’anno nuovo è il film d’esordio di Charlotte Wells, un’opera di rara bellezza e delicatezza, che non smette un istante di farti emozionare e di tenerti assolutamente aggrappato alla storia. Siamo negli anni 90, c’è una bambina in vacanza in Turchia con suo padre, con cui non vive. I due passano del tempo meraviglioso insieme, si vogliono bene, eppure per tutto il film c’è un’ombra che incombe, una sensazione di costante pericolo, come se ci fosse il ticchettio di una bomba in sottofondo, che ci lascia in tensione in attesa di un’eventuale esplosione. Film di rara malinconia e profonda bellezza, una delle scritture più toccanti e riuscite degli ultimi anni, con due attori pazzeschi (che esordio per la giovane Francesca Corio!) e una colonna sonora diegetica assolutamente imperdibile. Neanche a dirlo, lo potete vedere su Mubi e, vi supplico, vedetelo!

SERIE TV: Mi sto prendendo del tempo prima di lanciarmi nell’ultima stagione de I Soprano, che presumibilmente comincerò questa settimana. Nel frattempo approfitto dei pasti per mettere in sottofondo qualche docuserie: per questo motivo mi sono trovato, quasi per caso, a guardare Vatican Girl su Netflix, quattro episodi incentrati sulla sparizione di Emanuela Orlandi nel 1983. L’ho cominciata per avere qualcosa in sottofondo mentre mangio, mi sono invece ritrovato incollato allo schermo, senza riuscire a staccarmici. La serie è costruita perfettamente, riesce a coinvolgerti sempre di più, minuto dopo minuto, lasciandoti alla fine con una sensazione di rabbia mista a impotenza. Raccontato da Andrea Purgatori, giornalista che ai tempi si occupava del caso per conto del Corriere della Sera, il documentario raccoglie le testimonianze di diversi personaggi coinvolti nella storia, dai parenti alle amiche di Emanuela, dai millantatori alle persone coinvolte nel rapimento. Serie pazzesca.

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