
Quando ero bambino il cartone animato D’Artagnan e i Moschettieri del Re mi teneva incollato allo schermo tutti i pomeriggi. Poi da adolescente ho letto il romanzo di Alexandre Dumas, che probabilmente è la cosa più coinvolgente e appassionante che abbia mai avuto tra le mani in tutta la mia vita. Ho sempre faticato però a trovare una versione cinematografica che mi facesse battere il cuore (anzi, sono anni che penso che quel meraviglioso materiale sarebbe ideale per una splendida serie tv, io che poi le serie non le amo neanche troppo): il primo a provarci fu nientepopodimeno che George Melies, nel 1903. Da là in poi, per oltre un secolo quindi, ogni angolo del mondo ha provato a portare sullo schermo il capolavoro di Dumas padre, con risultati non sempre apprezzabili, per usare un eufemismo. Questa volta l’ennesimo adattamento de I Tre Moschettieri torna a giocare in casa, in Francia, grazie all’ambizioso dittico firmato da Martin Bourboulon e, al netto di qualche licenza narrativa che potrebbe lasciare interdetti i fan più accaniti, i risultati si possono definire piuttosto soddisfacenti.
Questa Parte I si sofferma sulla prima metà del romanzo, quindi con l’arrivo a Parigi del giovane guascone D’Artagnan, l’incontro con i celebri tre moschettieri Athos, Porthos e Aramis e le varie vicissitudini che accadono tra la Francia e l’Inghilterra, oltre ovviamente agli intrighi orditi dal cardinale Richelieu alle spalle di Re Luigi e la Regina Anna. Al di là del clamoroso budget a disposizione di Bourboulon, a rendere questa versione degna di essere goduta è senza dubbio un cast dai nomi altisonanti e pressoché perfetto nella distribuzione dei ruoli: D’Artagnan è François Civil, che sta mantenendo sempre più le belle parole che si dicevano su di lui sin dai tempi di Bus Palladium, poi Vincent Cassel, Romain Duris, Pio Marmai, Eva Green (il ruolo di Milady sembra sia stato scritto per lei), Vicky Krieps e un perfetto Louis Garrel nei panni di Re Luigi XIII.
Il film funziona, è appassionante (ma non troppo), ironico (ma non troppo), romantico (ma non troppo), avventuroso (ma non troppo). Non spinge mai troppo insomma, ma per fortuna neanche cerca di esagerare e, al di là di qualche trovata narrativa inaspettata, che però si adatta bene alla storia, si prende pochi rischi, portando a casa un risultato senza dubbio positivo. Il giudizio sarebbe potuto essere addirittura più entusiastico se chi scrive non conoscesse a menadito il romanzo di riferimento (quanto avrei voluto godermi la sequenza della collana di diamanti senza già sapere ciò che sarebbe avvenuto, anche se pure là è stata effettuata qualche lieve variazione): la chimica tra i personaggi però è il punto di forza di un kolossal francese che si candida come perfetto blockbuster per spettatori in cerca di intrattenimento epico di qualità. Tutti per uno, uno per tutti: aspettiamo la seconda parte con grande curiosità.


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