
Ultimo capitolo estivo da quel di Monopoli. Siamo ormai a Ferragosto, tipico giro di boa dell’estate e il tempo da passare qui in Puglia è ormai agli sgoccioli. Come passa il tempo quando ci si diverte eh? Ma anche quando si guardano nuovi film, il che è più o meno la stessa cosa. Tra un paio di settimane riaprirà ufficialmente la nuova stagione cinematografica, con il Festival di Venezia e i nuovi film della stagione (ho una proiezione stampa il 26 agosto e sarà un film molto croccante, o almeno spero). Vediamo come procede intanto l’estate, attraverso gli ultimi film che ho visto.
Persepolis (2007): Ho visto questo film al cinema quando uscì vent’anni fa, ho letto la graphic novel e posso affermare di essere un sostenitore della prima ora di Marjane Satrapi, purtroppo scomparsa pochi mesi fa. Quando ho visto che questo film avrebbe aperto una rassegna cinematografica nella bellissima arena estiva di Polignano a Mare, ho trascinato al cinema due amici che non l’avevano visto e, con questa scusa, me lo sono riguardato anche io. Marjane Satrapi porta sullo schermo la propria autobiografia (affiancata dal co-regista Vincent Paronnaud), raccontando la propria crescita nell’Iran della Rivoluzione islamica, della guerra con l’Iraq e poi l’esilio in Europa., tra ideali da ribelle, divieti sempre più assurdi, musica occidentale ascoltata di nascosto, primi amori e una famiglia che cerca in tutti i modi di proteggerla. Il modo in cui una storia così potente riesce a essere profondamente politica e al tempo stesso leggera e spassosa è senza dubbio il suo punto di forza. Un film di formazione in cui parlare di libertà e sentirsi davvero libere sono due cose completamente diverse. Vinse il Premio della Giuria a Cannes ed è un cult assoluto.
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Hokum (2026): Finora sembrava essere una stagione d’oro per il cinema horror, con le piacevoli sorprese Obsession e Backrooms. Ho scritto finora perché questo nuovo horror di Damian McCarthy altro non è se non una mera collezione di jump scares (e, se si conosce un po’ il genere, si riesce facilmente a prevederli tutti). Uno scrittore statunitense, rimasto orfano, si reca in Irlanda in un hotel tra i boschi dove intende abbandonare le ceneri dei suoi genitori. La scomparsa improvvisa di un’impiegata dell’albergo induce l’uomo a indagare su cose che avrebbe preferito non scoprire. Non c’è un grammo di credibilità, tra oggetti fondamentali per la salvezza del protagonista che vengono trovati in luoghi impensabili (neanche fossimo in un videogioco) e la polizia che deliberatamente decide di lasciare chiusa a chiave la porta di un albergo in cui una persona è sparita! Ma questo è solo un esempio, non riesco neanche a dire quante cose sbagliate ci sono. Le uniche cose che funzionano sono l’atmosfera del vecchio hotel, l’ansia da escape room e l’aver pagato il cinema 3 euro e cinquanta. Bocciato.
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Il Raggio Verde (1986): Eric Rohmer in un’ora e mezza ci mostra come funziona l’amore. Una donna viene mollata dal compagno poco prima delle ferie estive. Si ritrova così a dover programmare le vacanze da sola, con un sacco di opzioni poco invitanti davanti e la consapevolezza che sarà un’estate deprimente. La protagonista salta da una località all’altra della Francia senza riuscire a sentirsi a proprio agio da nessuna parte. Come in tanti film di Linklater, che questo film lo ama, ci sono moltissimi dialoghi sulla vita e sulle persone ma in soldoni non succede quasi nulla: Delphine parla, si lamenta, cambia idea, osserva gli altri divertirsi e continua a cercare qualcosa che nemmeno lei sa bene definire. Eppure Rohmer riesce a trasformare questa piccola crisi esistenziale in qualcosa di estremamente umano. Infine, il raggio verde del titolo, che fa battere il cuore e, se avete visto il film, sapete già il perché. Un film semplice, delicato, a tratti malinconico, che trova la sua bellezza proprio nelle piccole cose. In tutto questo, ha pure vinto il Leone d’Oro a Venezia. Meraviglioso.
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Old Joy (2006): Kelly Reichardt, molti anni prima di farsi notare per quel gioiello di First Cow e il più che discreto The Mastermind, esordiva dietro la macchina da presa con questo film dal forte sapore indie, su due vecchi amici, dalle vite molto diverse, che cercano di ricongiungersi durante un’escursione nei boschi. Asciutto, corredato da immagini bellissime, chiede forse troppo allo spettatore, ossia di colmare con i suoi pensieri i tanti silenzi che ci sono tra i personaggi. Non tutto funziona come deve, ma questo per me sarà sempre il vero cinema: due attori, pochi soldi e qualche idea. E quel profumo di realtà, di vita vissuta, di sogni a occhi aperti, malinconia, soffusa nostalgia. Non mi ha convinto del tutto, ma le premesse sono bellissime.
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Fata Morgana (1971): Werner Herzog ha svelato che l’idea iniziale di questo film era quella di un’opera di fantascienza concepita come un documentario realizzato da alieni su una civiltà in via di estinzione. Credo che avrebbero dovuto usare questo concetto come tagline del film, perché il solo pensiero mi avrebbe fatto venire una voglia assurda di guardarlo. Il regista tedesco va nel deserto a girare fiumi di pellicola su ciò che si trova davanti, per raccontare le sfumature di un mondo inizialmente occupato solo dalla natura, che lentamente si apre però a piccoli segni di civiltà. Non c’è una trama vera e propria, solo un amore enorme per il racconto attraverso le immagini, che talvolta accompagnano le dune e le inquadrature della sabbia con alcune meravigliose canzoni di Leonard Cohen (Hey That’s no Way to Say Goodbye, Suzanne, So Long Marianne), una cosa che forse solo Herzog poteva concepire. Il nostro caro Werner in qualche modo trasforma il deserto in un luogo mentale, quasi metafisico, dove la realtà sembra continuamente sul punto di diventare un miraggio (come la scena di apertura del film, in cui vediamo un aereo atterrare per otto volte, fino a farti credere che sia solo un parto della tua mente). Un’esperienza visiva, un’opera affascinante che, per la sua epoca, è qualcosa di assolutamente inaspettato.
•••½
Apocalisse nel Deserto (1992): Oltre vent’anni dopo Fata Morgana e dopo tantissimi altri film e documentari, Herzog si sposta in Kuwait per vedere cosa è rimasto dopo il ritiro delle truppe irachene alla fine della guerra del golfo. Ciò che trova sono, come da titolo originale, delle “lezioni di oscurità”, ovvero l’ennesima prova della crudeltà dell’uomo, della bruttura dell’essere umano. Herzog toglie qualunque contesto storico e politico dal film, non spiega dove si trova e cosa è successo (che gli iracheni abbiano incendiato i pozzi di petrolio quando si sono ritirati è una cosa che sappiamo perché l’abbiamo visto al telegiornale), sembra che voglia semplicemente documentare la fine del mondo: il deserto, le colonne di fumo, le fiamme dei pozzi e gli uomini minuscoli che cercano di domarle diventano immagini di una catastrofe primordiale, accompagnate da una voce narrante straniante (oil is treacherous because it disguises itself as water, dice Herzog) e da una musica potentissima, quasi kubrickiana, che passa da Wagner a Grieg, da Schubert a Mahler. Dura 54 minuti ma ve lo porterete appresso per molto di più (è stato addirittura scelto come film della vita nel progetto Film People, che vi invito sempre a seguire). Di solito dopo che vedo un horror, non penso mai, ma proprio mai, “stanotte farò brutti sogni”. Beh, l’ho pensato appena ho finito di vedere questo documentario. NB: sia questo film che Fata Morgana si possono vedere gratuitamente su youtube, ma sono disponibili solo agli utenti collegati dagli Stati Uniti (ergo procuratevi una vpn).
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