Cinema Slice of Life: 30 Film Imperdibili sulla Vita Quotidiana

Qualunque cinefilo ha avuto quell’amico o quel parente che, durante una birra al pub o una cena di Natale, se n’è uscito domandando: “visto che ti piace tanto il cinema, perché non fai un film?”. Fosse facile. Detto ciò, se avessi tempo, soldi, talento, opportunità c’è solo un tipo di film con il quale mi vorrei cimentare: il cosiddetto cinema Slice of Life. Di che si tratta? Sono qui apposta per raccontarvelo.

Sicuramente avete presente quei film in cui apparentemente non succede nulla, in cui nessuno deve salvare il mondo, non c’è necessariamente un mistero da risolvere, un grande amore da conquistare o un conflitto destinato a esplodere. Ci sono persone che lavorano, camminano, mangiano, parlano, conversano, aspettano un autobus, tornano a casa, incontrano qualcuno per caso. In breve: vivono la quotidianità. Ed è proprio in questa apparente semplicità che vive una delle forme più affascinanti del cinema, lo Slice of Life appunto, espressione che potremmo tradurre letteralmente come “fetta di vita”. Ma definirlo semplicemente un genere sarebbe riduttivo, è più una poetica, una filosofia forse, un modo di guardare la realtà e di trasformare la quotidianità in materia cinematografica (un po’ come facciamo noi fotografi di strada, che cerchiamo di raccontare la quotidianità in un’immagine).

Il cinema Slice of Life nasce dall’idea che non sia necessario raccontare un’intera esistenza, né costruire una storia attorno a grandi avvenimenti. È sufficiente scegliere una porzione di vita e osservarla. Il concetto viene dalla francese tranche de vie, espressione legata al naturalismo teatrale di fine Ottocento e attribuita al drammaturgo Jean Jullien. L’idea era quella di portare sulla scena un frammento dell’esistenza, senza la necessità di racchiuderlo all’interno di una struttura narrativa perfettamente compiuta. È un’idea che il cinema avrebbe poi fatto propria in moltissime forme (esiste persino un cortometraggio statunitense del 1914 intitolato proprio A Slice of Life, diretto da Thomas Ricketts e William Desmond Taylor, per fare un esempio).

Nel cinema narrativo tradizionale, normalmente un personaggio vuole qualcosa, incontra un ostacolo e attraversa una trasformazione: è il conflitto a portare avanti la narrazione (che sia quello manicheo tra bene e male, un equivoco all’interno di una commedia, l’impossibilità di stare con la persona amata in un film romantico, ecc). Nello Slice of Life invece può bastare una giornata, una settimana, un’estate o, più semplicemente, una fase della vita. Insomma, il film può cominciare quando la storia è già iniziata e terminare quando la vita continua, non tutto deve essere spiegato, non tutto deve avere una conseguenza, non tutto deve portare da qualche parte. Questo non significa, però, che nello Slice of Life non succeda nulla. Questo è forse uno dei più grandi equivoci legati a questo tipo di cinema, perché in questi film anche due persone che parlano fanno succedere qualcosa, un incontro casuale o una passeggiata è qualcosa che succede. La grande differenza rispetto al cinema tradizionale è che questi momenti non devono necessariamente trasformarsi in una svolta della trama: la domanda che lo spettatore si pone è come ci si sente nei panni di quella persona, più che cercare di capire cosa succederà nella storia.

Facciamo qualche esempio concreto. Se si vuole cercare uno dei punti fondamentali nella storia del cinema Slice of Life, è impossibile non partire dal cinema giapponese e soprattutto dal mio amato Yasujirō Ozu. Nei suoi film le storie sono spesso costruite attorno a famiglie, matrimoni, separazioni, generazioni e cambiamenti sociali. Ciò che conta in questi film, e che hanno permesso a Ozu di passare alla storia come uno dei più grandi, è soprattutto il modo in cui osserva il tempo e la vita quotidiana. Da Tarda Primavera (1949) fino a Viaggio a Tokyo (1953), per citarne un paio, il cinema di Ozu dimostra che la vita quotidiana non ha bisogno di essere spettacolare per diventare materia filmica. Un concetto che ha contraddistinto, per certi versi, anche alcuni film del neorealismo italiano, che portarono il cinema direttamente nelle strade e dentro la vite delle persone comuni. In Ladri di Biciclette (1948) o Umberto D. (1952), la realtà quotidiana diventa materia drammatica e sociale (anche se il cinema Slice of Life, durante la sua evoluzione, si discosterà dalle tematiche prettamente sociali per raccontare semplicemente un frammento della vita di una o più persone). Per quanto riguarda il cinema italiano va citato anche un autore come Ermanno Olmi, capace di trasformare il lavoro, l’attesa e la vita ordinaria in racconto cinematografico.

Se Ozu dunque aveva dimostrato che il quotidiano poteva essere sufficiente a costruire un film, la Nouvelle Vague francese avrebbe portato ancora più avanti questa libertà narrativa. François Truffaut, Éric Rohmer, Jean-Luc Godard e gli altri autori della Nouvelle Vague iniziano a guardare con maggiore libertà alla vita quotidiana, alle strade, alle conversazioni, ai rapporti sentimentali. Ne I 400 Colpi (1959), Antoine Doinel è un ragazzo che attraversa Parigi, salta la scuola, va al cinema, corre, mente e, in tutto ciò, ci permette di osservare e conoscere il suo mondo. Quel finale poi è l’essenza dello Slice of Life: nel capolavoro di Truffaut non c’è una risoluzione vera e propria, la sua vita continua anche se né noi, né tantomeno lui, sappiamo come (almeno fino all’arrivo dei film successivi). Rohmer porta invece questa attenzione soprattutto nel territorio delle relazioni e delle conversazioni. I suoi personaggi parlano molto e, apparentemente, stanno semplicemente vivendo una giornata, un’estate o una relazione, ma proprio attraverso quelle conversazioni emergono desiderio, solitudine, morale, gelosia e paura.

Qualche tempo dopo sarà il cinema indipendente americano a dare allo Slice of Life una nuova forma, molto vicina a quella che vi ho raccontato nell’introduzione. Due autori fondamentali per comprendere questa evoluzione sono Jim Jarmusch e Richard Linklater: Stranger Than Paradise (1984) e Slacker (1990) riducono drasticamente l’importanza della struttura narrativa tradizionale. I personaggi vagano, incontrano altre persone, parlano, si spostano da un’altra parte e parlano con qualcun altro. Con i film della trilogia iniziata con Prima dell’Alba (1995), Richard Linklater costruirà poi una delle più celebri esperienze cinematografiche basate sul semplice atto di camminare e parlare. La stessa filosofia assume una forma ancora più radicale nello splendido Paterson (2016) di Jim Jarmusch, dove Adam Driver è un autista di autobus che scrive poesie, porta a spasso il cane, va al bar, torna a casa e ricomincia il giorno successivo: la sua routine è dunque il film stesso.

Del Mumblecore ho già parlato diverse volte in passato (soprattutto in questo articolo: Mumblecore: la vera anima del cinema indipendente). Questo genere cinematografico, nato negli Stati Uniti all’inizio degli Anni 2000, racchiude in purezza la filosofia dello Slice of Life di cui vi ho parlato finora. Andrew Bujalski, Joe Swanberg, i fratelli Duplass e altri autori cominciano a realizzare film indipendenti a bassissimo budget, spesso costruiti attorno a giovani adulti, relazioni, amicizie, lavori precari, sesso, solitudine e conversazioni. Funny Ha Ha (2002) di Bujalski è considerato uno dei film fondativi del movimento: qui il mumblecore si appropria dello Slice of Life e lo porta dentro una nuova generazione. Le grandi questioni esistenziali vengono sostituite da problemi apparentemente piccoli, tipo cosa fare della propria vita, con chi stare, dove vivere, come trovare un lavoro, come mantenere un’amicizia. Questi problemi diventano enormi perché sono quelli che compongono la vita quotidiana dei personaggi (ma anche di noi che li guardiamo).

Oggi sono moltissimi i registi contemporanei che si sono cimentati con la “poetica del quotidiano”. Hirokazu Kore-eda ha raccolto l’eredità di Ozu per raccontare famiglie, bambini, genitori, memoria e perdita. Kelly Reichardt ha costruito un cinema fatto di persone comuni, luoghi e piccoli avvenimenti. Abdellatif Kechiche ha creato un mondo che gira intorno a un gruppo di amici che trascorrono l’estate insieme. Sean Baker ha portato questa sensibilità dentro comunità marginali e realtà spesso ignorate dal cinema tradizionale. Wim Wenders, con Perfect Days (2023), ha realizzato una delle più belle dichiarazioni d’amore contemporanee alla quotidianità.

A questo punto è necessaria una precisazione. Non basta che un film sia realistico, girato per strada o privo di grandi effetti speciali per poter essere definito Slice of Life e neanche che racconti persone comuni. Il termine rischierebbe altrimenti di diventare così ampio da non significare più nulla. Il punto è capire quanto la quotidianità sia davvero il fulcro dell’esperienza cinematografica. Un film può anche raccontare una vita ordinaria ma avere una struttura narrativa tradizionale (tipo il bellissimo Lady Bird di Greta Gerwig, del 2017), a differenza di un film come Boyhood (2014, ancora Linklater) che utilizza il tempo reale per raccontarci momenti di vita di un ragazzo come tanti. Forse la caratteristica più affascinante dello Slice of Life è proprio questa: il film ci mostra soltanto una parte della vita dei suoi personaggi. Non sempre sappiamo cosa sia successo prima, né cosa accadrà dopo. Come dicevo prima è una concezione del cinema che ha qualcosa in comune anche con la fotografia di strada. Anche questo genere fotografico cattura soltanto un frammento dell’esistenza di una persona: non sappiamo da dove venga, dove stia andando, cosa abbia fatto prima di quell’istante, possiamo soltanto immaginarlo (ma chiudo qui i parallelismi con la Street Photography poiché ci sarebbe così tanto da dire che potrei scriverci una tesi di laurea).

Come promesso, la mia lista di 30 film imperdibili sulla vita quotidiana. Spero di non aver dimenticato cose incredibili, ma come sempre vi invito a rimpolpare la lista nei commenti:

Tarda Primavera (Yasujirō Ozu, 1949)
Umberto D. (Vittorio De Sica, 1952)
Viaggio a Tokyo (Yasujirō Ozu, 1953)
I 400 Colpi (François Truffaut, 1959)
Ombre (John Cassavetes, 1959)
Il Posto (Ermanno Olmi, 1961)
L’Enfance Nue (Maurice Pialat, 1968)
Jeanne Dielman (Chantal Akerman, 1975)
Stranger Than Paradise (Jim Jarmusch, 1984)
Il Raggio Verde (Éric Rohmer, 1986)
Slacker (Richard Linklater, 1990)
Hong Kong Express (Wong Kar-wai, 1994)
Clerks (Kevin Smith, 1994)
Prima dell’Alba (Richard Linklater, 1995)
Yi Yi (Edward Yang, 2000)
La Ciénaga (Lucrecia Martel, 2001)
Funny Ha Ha (Andrew Bujalski, 2002)
Lost in Translation (Sofia Coppola, 2003)
Before Sunset (Richard Linklater, 2004)
Old Joy (Kelly Reichardt, 2006)
Hannah Takes the Stairs (Joe Swanberg, 2007)
Still Walking (Hirokazu Kore-eda, 2008)
Boyhood (Richard Linklater, 2014)
Paterson (Jim Jarmusch, 2016)
Blue Jay (Alex Lehmann, 2016)
Orecchie (Alessandro Aronadio, 2016)
Mektoub, My Love: Canto Uno (Abdellatif Kechiche, 2017)
Frances Ha (Noah Baumbach, 2012)
Foglie al Vento (Aki Kaurismäki, 2023)
Perfect Days (Wim Wenders, 2023)

[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]


Posted

Comments

2 risposte a “Cinema Slice of Life: 30 Film Imperdibili sulla Vita Quotidiana”

  1. Avatar wwayne

    Di Kechiche mi è piaciuto molto Cous cous.

    1. Avatar AlessioT

      Stupendo, l’ho visto quando uscì al cinema e poi non l’ho più rivisto, ma conservo un ottimo ricordo

Lascia un commento

Usa il pulsante di ricerca per trovare la recensione di un film

Iscriviti per ricevere i nuovi articoli del blog direttamente sulla tua email

Scopri di più da Una Vita da Cinefilo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Benvenuto su Una Vita da Cinefilo!

Iscriviti gratis per avere accesso ai piani segreti della Morte Nera

(inserisci l'email e riceverai i nuovi articoli direttamente sulla posta)

Continua a leggere