
Settembre sta già volgendo al termine, Francesco Totti oggi fa 50 anni e io pure non mi sento molto bene. Dove sono finiti tutti questi anni? Per fortuna c’è sempre il cinema a sfamarci l’anima, a farci sentire immortali o forse un po’ più giovani. Manca ancora qualche giorno alla fine di settembre e questo mese sono già arrivato a quota 20 film: ancora un paio e questo sarà il settembre in cui ho visto più film da quando tengo il conto (cioè dal 2014). Lo so, non è su questo che un adulto responsabile dovrebbe gongolare, ma siate indulgenti. In tutto ciò due giorni fa è anche uscito il programma della Festa del Cinema di Roma e c’è davvero tanta bella roba in pentola , si prevede un ottobre pienissimo. Ne riparleremo.
Final Destination (2000): Io c’ero Gandalf, 26 anni fa, quando questo horror di James Wong arrivava nei cinema italiani per diventare un piccolo cult. Un gruppo di studenti statunitensi si appresta a partire in viaggio d’istruzione verso Parigi, ma uno di loro ha una chiara visione dell’aereo che esploderà al decollo. Sceso dall’aereo insieme ad alcuni compagni, l’aereo esplode davvero, innescando una serie di vendette da parte della Morte stessa, infuriata per essersi fatta sfuggire i sopravvissuti. Detta così sembra una cazzata, ma infatti lo è, anche se ai tempi sembrava tutto divertente: le visioni, le uccisioni che quasi sembravano trappole di Mamma Ho Perso l’Aereo o sbattimenti alla Willy Coyote. Rivisto oggi è un pasticcio totale, dai dialoghi posticci alla recitazione imbarazzante, per non parlare di alcune soluzioni narrative totalmente insensate. L’ultima scena però strappa un sorriso perché finalmente non si prende sul serio. A mai più.
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Cuori Puri (2017): Nel capitolo precedente vi avevo parlato di Serpenti, l’ultimo film (su tre) di Roberto De Paolis. Incuriosito dalla bravura di un regista che non conoscevo, ho deciso di vedere la sua opera prima, la bizzarra storia d’amore tra il custode di un parcheggio e una ragazza cresciuta sotto i dettami di una pesante educazione cattolica. Nonostante la fugacità dei loro incontri clandestini, troveranno tenero conforto da una vita troppo stretta. Non è un film perfetto, non vuole esserlo, ma ciò che funziona davvero è come riesce a essere credibile, nei fatti, nei dialoghi, nelle interpretazioni. A suo modo sprigiona davvero molta tenerezza. Piaciuto.
•••½
Il Sesto Senso (1999): Eh sì, c’ero anche qui, nell’autunno del 1999, quando l’esordio alla regia di M. Night Shyamalan arrivava in Italia con l’aura del film imperdibile. A quei tempi ancora non esisteva il termine “spoiler”, non in Italia almeno, ma questo sembrava proprio uno di quei film che andavano visti al più presto, prima che qualcuno potesse rivelarti il finale. Bruce Willis è uno psicologo infantile celebre per i suoi successi nel campo, alle prese con un caso piuttosto problematico: un bambino (il fenomenale Haley Joel Osment) introverso, bullizzato, solo, che un bel giorno gli rivela di vedere la gente morta. A distanza di tanti anni resta intatta la potenza di un film che inevitabilmente ha fatto storia, con alcune scene che ancora oggi mettono i brividi.
••••½
Temporada de Patos (2004): Qualche tempo fa, facendo ricerche per un articolo dedicato al cosiddetto cinema slice of life, mi sono imbattuto in questo titolo messicano di Fernando Eimbcke, che non avevo mai sentito. Una domenica, due ragazzini restano da soli a casa e passano il tempo giocando alla playstation, ordinando pizza e chiacchierando. A loro si aggiunge una giovane vicina di casa che ha bisogno di usare il forno per fare una torta e il rider di una pizzeria che pretende di essere pagato per la pizza. Non succede nulla di incredibile, se non che questo pomeriggio sembrerà imprimere una svolta importante a ognuna di queste giovani vite. Ti affezioni a ogni personaggio e, per un po’, hai come l’impressione di esserci anche tu in quell’appartamento in bianco e nero, a preparare torte e a giocare a Fifa. Mi è piaciuto un sacco (se avete una vpn lo potete trovare sul catalogo messicano di Mubi).
•••½
Europa 51 (1952): Devo ammettere che sul cinema di Roberto Rossellini non sono ferratissimo, a parte la stupenda trilogia neorealista e quella meraviglia di Viaggio in Italia. In questo film, immerso tra le borgate di una Roma quasi irriconoscibile, c’è Ingrid Bergman, donna dell’alta società, talmente sopraffatta dal dolore in seguito al suicidio del figlioletto da scegliere di dedicare la vita ad aiutare i meno abbienti. Quella che sembra essere una discesa in un mondo a lei totalmente estraneo, si rivelerà un’esperienza di incredibile ricchezza interiore, osteggiata però dal marito e dal resto della famiglia. Rossellini mette in discussione praticamente tutto: famiglia, società, religione, lavoro e soprattutto l’idea di cosa significhi essere una persona “normale” nell’Italia degli anni 50. Figuratevi come può essere vederlo oggi, che siamo circondati da ancor meno empatia e umanità. Filmone.
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Bleeder (1999): Dopo aver visto il nuovo film di Refn (qui trovate la recensione completa di Her Private Hell) ho notato come mi mancassero tutti i film girati prima di Bronson, che è del 2008. Mi sono dunque imbattuto in questa sua opera seconda, in cui Mads Mikkelsen è un accanito cinefilo circondato da un amico che ha appena scoperto che diventerà padre (e non sembra esserne entusiasta), il cognato di lui, che è un piccolo gangster da quattro soldi, e la cameriera di una tavola calda, sola e annoiata, con cui vorrebbe uscire (per andare al cinema, ovvio). L’incipit è strepitoso: i cinque personaggi principali sono introdotti da un’inquadratura stretta sulle loro scarpe mentre camminano per la città, ognuno accompagnato da una canzone che ne sottolinea la personalità. A seguire, vediamo Mads che elenca a un cliente della videoteca tutti i registi che hanno in archivio, in una scena assolutamente cult (questa, vedetela!) in cui nomina, tra gli altri, Sergio Corbucci, Lamberto Bava, Lucio Fulci e mille altri. Sembra quasi un rap cinefilo, imperdibile. Le cose vanno avanti in maniera sempre più prevedibile, ma l’atmosfera del film, unita al talento clamoroso del regista, è talmente bella da lasciati sui titoli di coda con un senso di piena soddisfazione (ci sono un paio di idee registiche di cui vorrei parlare in maniera molto più approfondita). Una bella sorpresa, talmente introvabile da non risultare neanche su JustWatch.
•••½


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