
C’è qualcosa di perverso nell’industria televisiva statunitense. Solo nel Paese dell’intrattenimento infatti, dove ogni cosa – dalla politica agli inseguimenti della polizia – è uno show televisivo, poteva trovare collocazione in prima serata un programma televisivo basato sulla caccia ai predatori sessuali. Sto parlando di To Catch a Predator, un docu-reality andato in onda sulla NBC tra il 2004 e il 2007, capace di raggiungere tali vette di successo da fare concorrenza il mercoledì sera alla concorrente ABC, che trasmetteva in prima serata i nuovi episodi di Lost. La prima opera di finzione di Lance Oppenheim, Primetime, non sembra però interessata a raccontare il programma televisivo, quanto le dinamiche vissute da tre dei suoi artefici: il conduttore Chris Hansen, la produttrice Andie Bender e l’attore-esca Daniel Plum. Soltanto la storia di quest’ultimo però è riuscita ad attirare la mia attenzione verso il film invece che su cosa mangiare a cena.
L’Hansen di Robert Pattinson è un personaggio cupo, probabilmente mosso dalle intenzioni più nobili, ma che al tempo stesso si macchia di una condotta non proprio esemplare nei confronti della sua famiglia (che poi, giusto un Paese ipocrita come gli Stati Uniti può ancora scandalizzarsi per un’infedeltà coniugale, diciamolo). Insomma, è chiaro fin da subito che quello di Hansen non è un personaggio facile, se ne accorge ben presto anche la sua produttrice, che ama i risvolti più drammatici del suo lavoro, ma è anche attratta dalle sirene della concorrenza, che la vorrebbero ingaggiare per guidare un altro reality di tutt’altro genere. Tra di loro, un ragazzo poco più che ventenne, attore in erba, che sogna di mettere insieme l’esperienza necessaria per ottenere la tessera dal SAG e ritenersi, finalmente, un attore a tutti gli effetti (la scena in cui intona al telefono Seasons of Love del musical Rent è forse la migliore del film). Il prezzo del successo, di un sogno nel cassetto o di un desiderio di riscatto, passa obbligatoriamente da una trasmissione controversa, sfociata poi in un episodio di cronaca che dovrebbe essere il motore più coinvolgente del film, ma che, dopo che il protagonista clicca sul mouse, si rivela in fin dei conti poco emozionante, per il semplice fatto che di tutto il carrozzone fino a quel momento ci è interessato davvero poco. Cosa fa il personaggio di Robert Pattinson per accattivarsi la simpatia del pubblico? Certo, ha contribuito alla cattura di qualche predatore sessuale (che “intervistava” prima dell’intervento delle forze dell’ordine, altra cosa davvero troppo statunitense per essere considerata normale da uno spettatore europeo), ma smessi i panni del conduttore televisivo, cosa resta? Un marito innamorato? Nì. Un amante distaccato? Bah. Un collega affidabile? Lasciamo perdere.
Eppure Oppenheim aveva aperto il film con una chiave interessante: farci provare pietà per un pedofilo, sbattuto davanti alle telecamere intriso della propria vergogna. Cavolo, ho quasi provato pena: nonostante il disgusto nei confronti dell’uomo, sentivo che c’era qualcosa di sbagliato in tutto quel circo mediatico. Non so se è una questione di inesperienza o di mancanza di coraggio, ma se il regista fosse riuscito a mantenere quel tono anche dopo i primi cinque minuti, sarei stato curioso di sapere come mi avrebbe fatto uscire dalla sala. Oppenheim si è fatto le ossa dirigendo documentari, e si vede, poiché le sole scene che sembrano davvero centrate sono quelle in cui si sta girando lo show, con telecamere nascoste e un’immagine sgranata che ci riporta immediatamente ai primi anni 2000. Alla fine del film però, l’unico grande merito di Primetime è di avermi fatto venire voglia di rivedere Lost. Non credo che fosse questa la sua intenzione.
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