Recensione “England is Mine” (2017)

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Il cinema ha sempre raccontato la musica con un buon equilibrio tra racconto e vita, tra genio e ispirazione. La lista è davvero immensa: da “Walk the Line” a “Ray”, da “Nowhere Boy” a “Jimi”,  da “Love and Mercy” a “Control”, fino all’ormai imminente “Bohemian Rhapsody”,  solo per citarne alcuni. Mark Gill tenta anch’egli la fortuna con la carta del biopic musicale, ma fallisce miseramente l’obiettivo. Il regista, proveniente dallo stesso quartiere di Manchester dove è cresciuto Morrissey, racconta la giovinezza del cantante degli Smiths prima del fatidico incontro con Johnny Marr (con il quale realizzerà quattro album meravigliosi tra il 1982 e il 1987, marcando profondamente il decennio musicale e per sempre la storia del rock).

Chi vi scrive è un fan sfegatato degli Smiths, ma il film è talmente piatto e soporifero da lasciar perplessi anche gli appassionati meno esigenti. La regia è televisiva, la scrittura totalmente priva di guizzi, inoltre la mancanza di autorizzazioni per l’uso delle canzoni della band ha privato la storia di un finale che avrebbe potuto essere un po’ più convincente (nonostante una buona colonna sonora composta da “New York Dolls”, “Sex Pistols”, “Roxy Music” e altri). “England is Mine” prende il titolo da un passaggio della bellissima “Still Ill” (degli Smiths ovviamente), mostrandoci uno Steven Patrick Morrissey  timido, esitante, spaventato dall’idea di spiccare il volo. Nel film però non c’è quasi traccia di quel diamante grezzo che diventerà un genio del rock e che oggi è un uomo paranoico e arrogante. Morrissey sembra un disagiato, un asociale, un ragazzo che si crea problemi anche quando non ce li ha: la musica in tutto ciò è presente, ma non dà mai l’impressione di poter essere il trampolino dal quale il protagonista spiccherà il volo. Un anno fa c’era molta curiosità intorno a questo film, ora invece appare chiaro perché nessuno in Italia ha voluto distribuirlo al cinema. Bocciato.

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