Capitolo 331

La primavera intanto non ha tardato ad arrivare, parafrasando una celebre strofa di Battiato. Eccoci nuovamente, alla vigilia degli Oscar e dell’entrata in vigore dell’ora legale, a raccontare un po’ di cose viste nelle ultime tre settimane. Ho rallentato i ritmi, in un certo senso, a volte è fisiologico, ma forse sto solo prendendo la rincorsa per una grande primavera cinematografica. Quest’anno devo dire che non ho fatto il solito recupero di film candidati agli Oscar, ho già perso troppo tempo negli anni passati a vedere film di cui mi interessava meno di zero (“Black Panther”, ad esempio), solo perché candidati a Miglior Film. Ho deciso così di non ripetere questo errore e di dedicare il tempo risparmiato alla mia collezione di muffe e spore (cit).

Accattone (1961): In occasione dell’anniversario di nascita di Pier Paolo Pasolini, lo scorso 5 marzo, ho deciso di rivedere il suo bellissimo film d’esordio, che non vedevo da ben 13 anni, ovvero dai tempi del mio ultimo esame universitario sulla nouvelle vague italiana degli anni 60. Ricordo che, al momento della verbalizzazione (un dignitosissimo 28), per sottolineare la fine dei miei esami, ripetei alla professoressa la frase conclusiva del film, che vedete riportata qui sotto. La storia racconta la vita di un ragazzo di borgata, chiamato appunto Accattone, che cerca di barcamenarsi tra la mancanza di soldi, la totale assenza di voglia di lavorare e la vita di tutti i giorni, fatta di reati più o meno gravi. Al di là della bellezza della storia, ho trovato splendido riconoscere i vari luoghi di Roma e constatare come sono cambiati in 60 anni. Devo dire che mi è sempre piaciuto molto il Pasolini “di borgata” rispetto al Pasolini “intellettuale”, che invece ho spesso trovato indigesto. Il film dovrebbe ancora essere su Prime, ma sicuramente lo trovate anche su Mubi.
“Aaaah, mo sto bene!”

Altrimenti ci arrabbiamo (1974): Offeso dall’uscita imminente del remake, ho approfittato di Netflix per rivedere per l’ennesima volta uno dei film cardine della mia infanzia, contraddistinta principalmente da Guerre Stellari, i Goonies e i film di Bud Spencer e Terence Hill. Fa strano pensare che Marcello Fondato, sceneggiatore di decine e decine di grandi film (da Totò a Steno, da Bava a Comencini), sia praticamente passato alla storia per questo film, campione d’incassi assoluto della stagione 73/74 e quattordicesimo film italiano più visto di sempre (!). Tra l’altro, una piccola curiosità, il film è stato girato principalmente a Madrid, vicino il vecchio stadio dell’Atletico (il Vicente Calderon) e infatti nell’officina di Bud Spencer c’è appesa al muro una foto con la formazione della squadra madrilena. Ma parliamo un momento del remake, che sta floppando in maniera miserabile (il giorno d’uscita se non sbaglio ha guadagnato qualcosa come 50 euro a sala): mi dispiace ovviamente per gli esercenti, ma io penso che chi ha prodotto questo remake se la sia proprio cercata. Vuoi rilanciare il buddy movie all’italiana nel 2022? Mi sta benissimo, ma allora parti da zero, fai un progetto nuovo, non andare a intaccare il nome di qualcosa di “sacro”, non osare avvicinarti a qualcosa di culto: è ovvio che la risposta sarebbe stata negativa, l’ho previsto io che sono un signor nessuno, come può non saperlo uno che fa questo mestiere?
“Se non scendete subito spacco tutto!” “Scusi, ma perché vuole spaccare tutto?”

Spotlight (2015): Se potessi vivere dentro un film e trovarmi nei panni dei protagonisti, credo allora che vorrei proprio vivere in questo film e far parte della redazione di Spotlight, il dipartimento investigativo del Boston Globe. Il film, a mio parere uno dei più belli dello scorso decennio, racconta l’inchiesta giornalistica che, partendo da un singolo caso, portò alla luce per la prima volta lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti di Boston ai danni di minori, scoperchiando il vaso di Pandora a livello mondiale. Un film che si dipana come un thriller e che, indagine dopo indagine, svela tutto ciò che si celava sotto la punta dell’iceberg, nonostante l’insabbiamento da parte dell’autorità ecclesiastica. Miglior Film e Miglior Sceneggiatura agli Oscar 2016, è quello che io considero un capolavoro. Lo trovate su Netflix.
“Lo sapevano e non l’hanno fermato! Dei ragazzini!!! Ok?! Poteva capitare a te, capitare a me, poteva essere ognuno di noi!! Dobbiamo inchiodarli, quei bastardi! Dobbiamo dimostrare che nessuno può fare questo e farla franca! Né un prete, né un cardinale, e nemmeno il Papa!”

Parigi 13Arr (2021): Jacques Audiard, dopo essersi cimentato a modo suo con il western (il bellissimo “I fratelli Sisters” del 2018), torna in patria e soprattutto a Parigi, nel quartiere “Les Olympiades” (come da titolo originale), area urbana del 13° Arrondissement. Non è la Parigi di periferia estrema vista in film come “L’odio” o il più recente “I miserabili” e ovviamente non è neanche la Parigi da cartolina di Woody Allen o di Amelie Poulain. Una volta, domandando ad un amico cosa fosse per lui Parigi, mi rispose che “Parigi sono tanti incontri” e probabilmente questa è la definizione più calzante non solo della Ville Lumiere, ma anche dell’essenza del film di Audiard. Si tratta infatti di una Parigi (in bianco e nero) ubriaca d’amore, fluida, multirazziale, fatta di incontri e labili equilibri sociali. Audiard racconta la quotidianità di ragazzi e ragazze in cerca di un posto nel loro mondo, di qualcuno da amare, non così giovani da poter vivere la vita in totale edonismo ma neanche così vecchi da doversi rassegnare alla routine dell’età adulta. Nel frattempo, mentre cercano di capire meglio se stessi, fanno sesso con qualcuno, perché c’è sempre un vuoto da dover riempire con qualcosa, seppur spesso si tratti di effimera serendipità. Se è vero, come diceva John Lennon, che la vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri piani, questo film è davvero pieno di vita come pochi altri (e Lucie Zhang è bravissima).
“Compenso la frustrazione professionale con un’intensa attività sessuale”

Luci della città (1931): Difficile dire quale sia il più bel film di Chaplin, ce ne sono davvero troppi, ma se dovessi dire qual è quello a cui sono più legato, non avrei dubbi a scegliere questo: è il film che mi ha fatto scoprire Chaplin, lo vidi all’università dopo che ne sentii parlare in “The Dreamers” di Bertolucci e me ne innamorai all’istante. È divertente, vivo, romantico e senza alcun dubbio ha uno dei più commoventi e meravigliosi finali dell’intera storia del cinema, lo potrei vedere mille volte e ritrovarmi con gli occhi lucidi ogni maledetta volta. La storia è quella del vagabondo Charlot che per tutto il film cerca di racimolare qualche soldo per permettere ad una bella fioraia cieca, di cui è segretamente innamorato, di operarsi e ritrovare la vista. La scena in cui la fioraia scambia il vagabondo per un milionario è stata ripetuta 342 volte ed è diventata la scena con più ciak della storia del cinema (Chaplin l’ha ripetuta spesso perché cercava la soluzione adatta per rendere questa scena chiave credibile al 100%). Io penso che lo abbiate già visto tutti, ma se così non è, correte, dura meno di un’ora e mezza e sarà probabilmente la cosa migliore che avrete fatto questa settimana.
“Potete vedere ora?”

Mississippi Adventure (1986): Walter Hill, sulla scia del successo dei film per ragazzi del periodo, usa il classico tema del viaggio rivelatorio del giovane che accompagna l’anziano in un percorso (sia fisico che soprattutto mentale) in cui raggiungerà la maturazione. Nei panni del giovane c’è Ralph Macchio, forse il “giovane” per eccellenza degli anni 80, che fresco del successo di Karate Kid si lancia in questa avventura alle radici del blues, basata sulla leggenda di Robert Johnson (il mitico chitarrista blues che, secondo la “storia”, fece un patto con il diavolo). Il film è carino, non brilla per originalità né per bellezza della messa in scena, ma il viaggio della “strana coppia” funziona e la musica, firmata dal grande Ry Cooder (che aveva da poco firmato la strepitosa soundtrack di “Paris, Texas”), è grandiosa. Nel film figura in un cameo anche Steve Vai, altro straordinario chitarrista.
“Non esistono gli addii tra noi randagi: fanno più male che bene”

Una vita in fuga (2021): Sean Penn dirige se stesso e sua figlia Dylan Penn in un film, tratto da una storia vera, che racconta il rapporto tra un criminale dal cuore buono e sua figlia, partendo dall’infanzia, in cui la bambina vede il papà come un eroe appassionato di musica classica, passando per l’adolescenza, in cui la ragazza comincia a capire delle cose e incoraggia il padre a trovare un lavoro onesto, fino all’età adulta, in cui il buon Sean Penn comincia a essere un bel peso per una figlia che ormai lo vede con tenerezza ma soprattutto disincanto. Attori bravi, colonna sonora che mette in ballo Cat Power e Eddie Vedder, e tutto che va come deve andare, in un film scritto con il pilota automatico. Non è malaccio, ma si dimentica presto
“La speranza più grande che un uomo possa avere è lasciarsi dietro qualcosa di bello che abbia fatto lui”

West Side Story (2021): Faccenda delicata. Entriamo in un campo minato, perché so che gli amanti dei musical non mi perdoneranno queste parole e sono anche consapevole che Spielberg gira da dio, ma ad un certo punto mi sono trovato a un bivio: o abbandonavo la visione, o continuavo a guardarlo saltando però le canzoni. Io capisco che è un musical e tutto quanto, ma è una lagna assurda doversi sorbire tutte quelle canzoni, quei balli, quelle coreografie, quando tutto ciò che si desidera è seguire una storia e guardarsi un film senza doversi subire tutti quei fronzoli. Così, saltando le canzoni, sono riuscito a finirlo e, vi dirò, da quando ho cominciato a skippare i canti il film è migliorato sensibilmente. Il punto è: che credibilità possono avere dei “gangster” che ogni due minuti cantano e ballano? Come fate a entrare emotivamente in questi film non lo capirò mai. Ma lo rispetto, per carità, perché comunque la regia è splendida, l’ambientazione è bellissima e l’attrice che interpreta Maria, Rachel Zegler, è davvero bravissima. Tutto il resto, è proprio il caso di dirlo, è noia.
Maria! I’ve just met a girl named Maria, And suddenly that name. Will never be the same. To me. Maria!”

SERIE TV: Purtroppo, la quarta stagione di Mrs Maisel è finita e sono già in palpitante attesa del seguito, per cui ci sarà da aspettare parecchio. Senza dirvi niente, dico solo: che finale splendido, che serie meravigliosa. Al di là della strepitosa protagonista, i personaggi di contorno sono pazzeschi: Abe, Lenny Bruce (clamoroso anche in questa stagione), Susie neanche a dirlo, Joel e molti altri. Con I Soprano sto andando avanti a rilento (ho avuto dei problemi con il lettore dvd diciamo), ma ho visto un episodio che fin qui è il mio preferito: “D-Girl”, il settimo della seconda stagione (la puntata con la partecipazione di Jon Favreau, per chi lo avesse visto). Spero ad aprile di velocizzarmi un po’ e di finire la seconda stagione entro Pasqua. Infine, per avere compagnia durante i miei pasti ho cominciato la seconda stagione di Upload, una serie su Prime basata su un mondo tecnologico in cui il nostro avatar, con i nostri pensieri e (in teoria) i nostri ricordi, vive dopo la morte del corpo. Si tratta di una via di mezzo tra thriller e rom-com, con inevitabili linee comiche a destra e a manca: è carino, ma soprattutto sono curioso di vedere dove andrà a parare la storia. La prima stagione era davvero molto apprezzabile.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Luci della Città piace tantissimo anche a me, di Chaplin è il mio secondo preferito dopo La Febbre dell’Oro. Condivido il fastidio per l’idea di un remake di Altrimenti ci arrabbiamo, altro film culto di casa e della mia infanzia, il coro dei pompieri è stato la ninna nanna dei miei bambini per anni; decisamente irripetibile.

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      La Febbre dell’Oro meraviglioso, con Chaplin è davvero difficile fare classifiche 🙂
      Il coro dei pompieri è una delle più grandi musiche da film di sempre per me ahah

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