Capitolo 444: A Pieno Regime

Sono tornato a Roma da pochi giorni e ho già ripreso a guardare film a tutto spiano. I primi due di questo capitolo appartengono ancora alla mia estate monopolitana, che mi appare ora già lontanissima. Gli altri quattro (più due che non ho inserito perché già approfonditi a dovere con le recensioni, ovvero The Drama e The Invite) sono invece figli di questa bollente coda di agosto romano. Sono giorni in cui il cinema ha perso il grande Tim Curry, giorni in cui escono in sala i primi film succulenti della nuova stagione, giorni in cui si aspetta l’inizio di Venezia. E io sono sempre qui a scrivere sul blog, a pieno regime. Buon 2026/27 a tutti e tutte, non vedo l’ora di scoprire cosa ci porterà.

Pig (2021): Notevole esordio alla regia per Michael Sarnoski, che prende Nicolas Cage e un maiale dal fiuto formidabile, costruendoci intorno un ottimo film. Il nostro vive nei boschi con l’animale e tira avanti vendendo il tartufo che trova grazie al fiuto del suo amico domestico. Un giorno il maiale viene rapito, costringendo Cage a tornare in quella città che aveva abbandonato anni prima. Inutile girarci intorno: chiunque vedendolo deve aver pensato a un revenge movie sanguinoso e invece Sarnoski cambia le carte in tavola e decide di raccontare tutt’altro, con mio immenso piacere, fino a concludersi con una bella cover acustica di I’m on Fire del Boss. Bello!
•••½

La Fine di Oak Street (2026): Sono un bimbo di David Robert Mitchell, lo ammetto. Dopo tre film che mi sono piaciuti tantissimo (il gioiello The Myth of American Sleepover, It Follows e Under The Silver Lake), questo è forse il meno bello, ma diamine se non me lo sono goduto dall’inizio alla fine. Si apre la scena e sembra di trovarsi davanti a un film anni 80, già dalla prima inquadratura. So però che la trama possa far storcere un po’ il naso: un intero quartiere, da un giorno all’altro, si ritrova indietro di milioni di anni, all’epoca dei dinosauri. Ewan McGregor e Anne Hathaway ci sono dentro con tutte le scarpe, figli inclusi, e devono correre, urlare e fuggire per circa due ore da diversi tipi di dinosauri, compresa un’enorme anaconda preistorica. I dinosauri in realtà sono un pretesto per raccontare il tentativo di una famiglia vicina alla disgregazione di tornare unita come un tempo, in quello che somiglia a un family movie anni 80, con tanta avventura e qualche traccia di horror. Lo so che i difetti non mancano, ce ne sono a bizzeffe, ma ripeto: mi sono proprio divertito (e la mano di Mitchell dietro la macchina da presa non è mai banale).
•••½

Masters of the Universe (2026): C’è una foto di quando ero piccolo in cui ci sono io a tipo quattro o cinque anni, che sorrido spensierato mentre gioco sul tappeto della mia camera con i pupazzetti di Man at Arms e Ram Man. Questo per dire che sarei potuto essere il target ideale per questo film, se solo il regista Travis Knight (o più probabilmente la Mattel) non avesse deciso di renderlo un prodotto infantile indirizzato ai bambini di oggi, nel forse maldestro tentativo di rilanciare il brand. Dopo l’ascesa di Skeletor, il piccolo principe Adam viene nascosto sulla Terra dove trascorre una vita confusa, in cui cerca in ogni modo di tornare a Eternia, suo pianeta d’origine. Fin qui la cosa ha anche un suo senso, tra l’altro. Il resto del film, a parte la bellezza di come sono stati resi i personaggi del celebre cartone animato anni 80, non funziona quasi mai, tralasciando la bellezza di Camila Mendes nei panni di Teela o anche di Alison Brie come Evil-Lyn. A riempire il cast di facce note ci sono anche Jared Leto (la voce di Skeletor) e addirittura Idris Elba, che veste i panni di Man at Arms dopo aver fatto il Presidente degli Stati Uniti per Kathryn Bigelow (capisco che c’è da pagare il mutuo, però dai!). In questo divertente naufragio va segnalata una curiosa colonna sonora che vede, tra le altre, Boys Don’t Cry dei Cure e soprattutto Princes of the Universe dei Queen, tagliuzzata e montata a caso. Nonostante tutto, aspetto il sequel. Maledetti anni 80!
••½

It Follows (2014): Tanto parlare di David Robert Mitchell mi ha fatto venir voglia di rivedere questo horror di oltre dieci anni fa, sua opera seconda, che non ho mai avuto occasione di rivedere dopo quella mia prima e finora unica sortita al Cinema Delle Province, nell’estate del 2014. Un’entità malvagia insegue i ragazzi infettati da una maledizione finché non li uccide, una maledizione dalla quale ci si può liberare solo trasmettendola sessualmente a un’altra persona. La semplicità è disarmante, quasi eccessiva, ma forse è proprio per questo che è un film così terrificante. Niente spiegoni, niente azioni da supereroi, solo pura e naturale angoscia. David Robert Mitchell, quattro anni dopo il folgorante esordio con il meraviglioso coming of age The Myth of American Sleepover, già citato poco fa, cambia totalmente registro mettendo in scena un horror generazionale, che mischia l’avventura teen priva di adulti figlia degli anni 80 con le ansie di un’età formativa, ottenendo un horror senza sangue ma tanta, tanta paura. Curioso di vedere il sequel, che stanno girando proprio in questo momento.
••••

Sheep in the Box (2026): Che Kore’eda ami parlare di famiglie disfunzionali è appurato ormai da parecchio tempo. Che possa sembrare credibile mischiando il suo tema classico a uno spunto fantascientifico era meno scontato: infatti, ve lo dico subito, non lo è (credibile, intendo). Due coniugi, due anni dopo la morte del figlioletto, decide di affidarsi a una società che crea androidi per riportare a casa la copia robotica del pargolo. Fin qui la cosa procede con interesse e curiosità, nonostante qualche evidente eco dell’AI di Spielberg, ma tant’è. Il problema è che la seconda metà del film è un po’ sconclusionata, non riuscendo a mantenere le promesse accennate nella prima mezzora. Ed è così che arriva una confusa deriva new age, alberi, natura e consapevolezza artificiale. Citando un altro grande regista asiatico, I’m a cyborg, but that’s ok. Sufficienza di stima.
•••

Weekend con il Morto (1989): Non vedevo questo film di Ted Kotcheff da almeno una trentina d’anni e in realtà non c’erano grandi motivi per rivederlo se non che il pomeriggio ero andato al cinema a vedere Kore’eda e la sera avevo voglia di qualcosa di molto, ma molto meno impegnativo. La storia è abbastanza nota: due impiegati di una società di assicurazioni scoprono una falla da due milioni di dollari, lo dicono al capo che li invita a trascorrere il weekend nella sua villona negli Hamptons per approfondire il discorso. In realtà la truffa è opera del capo stesso e l’invito nasconde un duplice omicidio per mettere a tacere i due ingenuotti impiegati. A essere ucciso invece sarà il capo e, per una serie di equivoci, il suo corpo verrà portato a spasso per l’isola come se fosse vivo e vegeto. Uno degli ultimi cult degli anni 80, con gli hippies, facce pulite alla Michael J Fox, equivoci grossolani e battute non sempre invecchiate benissimo. Alla fine però, se inserito nel contesto in cui uscì, ne esce fuori una commedia scema ma godibile, con l’immancabile bionda bellissima che si innamora di uno dei protagonisti. Citato ovunque e già questa è stata una vittoria, per il resto potete tranquillamente vivere senza averlo mai visto.
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