Recensione “Cobra Kai” (2018)

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Barney Stinson in “How I Met Your Mother” ha sostenuto per tanti anni l’idea che Johnny Lawrence fosse in realtà il vero personaggio positivo di “Karate Kid”, film di culto del 1984 in cui il biondo studente del Cobra Kai veniva sconfitto durante la finale del torneo cittadino di Karate dal protagonista Daniel LaRusso (io spero vivamente che queste righe introduttive siano inutili, perché se non conoscete il colpo della gru allora vuol dire che avete davvero avuto una brutta infanzia). Era proprio dai tempi della celebre sitcom che Ralph Macchio e William Zabka non apparivano sullo schermo: tutto ciò fino ad oggi, perché i due Karate Kids sono cresciuti e sono tornati in una delle serie rivelazione dell’anno, “Cobra Kai”, in cui Johnny Lawrence, antagonista per eccellenza nel film di John G. Avildsen, è invece il protagonista della serie, un antieroe in cerca di riscatto, come poteva essere il wrestler di Mickey Rourke o il Rocky Balboa di Stallone.

Sono passati ormai 34 anni da quello storico incontro tra Lawrence e LaRusso. Daniel è diventato un facoltoso borghese, fondatore di una catena di successo di concessionarie d’auto, Johnny invece vive alla giornata tra un lavoretto e l’altro, riempendo i vuoti con l’alcol e cibo scadente. Un giorno, dopo esser rimasto coinvolto in una rissa con alcuni bulli della sua scuola, un ragazzo che vive nello stesso palazzo di Johnny si presenta alla porta dell’ex karateka: vuole imparare a difendersi. Per Johnny Lawrence sarà l’occasione di riaprire le porte del Cobra Kai e dare nuovamente un senso alla sua vita, ma attenzione: il suo antico rivale, Daniel LaRusso, farà di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote.

Dieci episodi da circa 20 minuti l’uno rendono piuttosto facile il binge-watching, anche perché la serie fa davvero venir voglia di indossare un “gi”: il Lawrence di William Zabka fa pensare molto al Clint Eastwood di “Gran Torino”, ma a parte questo il meritato successo è arrivato soprattutto per il suo tono leggero, spesso auto-ironico, che omaggia a piene mani il passato ma al tempo stesso riesce ad abbracciare le nuove generazioni. Il nuovo Cobra Kai di Johnny Lawrence è il rifugio dei perdenti, degli sfigati, di coloro che vengono bullizzati a scuola: non è il luogo dove ricevere appoggio morale, una pacca sulla spalla e un rassegnato “lasciali perdere”; è il luogo dove imparare a rispondere, ad alzare la testa contro le ingiustizie, dove trovare la fiducia necessaria per chiedere un appuntamento ad una ragazza e vincere le proprie timidezze (e dove, tra l’altro, scoprire anche del sano rock anni 80). Il motto “Strike first, Strike hard, No mercy” può diventare un insegnamento di vita dunque, ma solo se chi lo riceve ne riesce a cogliere le sfumature, perché alla fine siamo sempre noi a dover ballare sul delicato equilibrio tra bene e male. Dall’altra parte c’è Daniel LaRusso con la sua aggressività latente, quasi noioso nel suo cercare di essere sempre giusto e positivo: in tal senso è straordinaria la scena in Johnny racconta al suo allievo la storia del primo “Karate Kid” dal suo punto di vista, in cui LaRusso viene dipinto come il vero bullo della storia. Non c’è niente da fare: Barney Stinson, come sempre, aveva ragione.

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