Recensione “High Fidelity” (2020)

Musica eccellente, un’affascinante protagonista messa in condizione di brillare, il richiamo al ricordo di una vita indipendente ma piena di vuoti da riempire, con una canzone o con un nuovo amore. La prima stagione di “High Fidelity”, nuovo adattamento al femminile del magnifico romanzo cult di Nick Hornby, vince alla grande la sfida con lo scetticismo dei puristi, lasciando intatta la leggerezza del libro (e soprattutto del film di Stephen Frears), aggiungendo però nei suoi dieci episodi uno struggente alone di malinconia e cupezza, un abbraccio lungo quanto una bella canzone, dal quale è meraviglioso lasciarsi cullare: l’indipendenza di Rob, che è la sua forza, implica la solitudine, che è la sua debolezza.

Una premessa è doverosa: “Alta Fedeltà” di Nick Hornby è il mio libro preferito, l’ho letto ben cinque volte e lo rileggo all’incirca ogni quattro o cinque anni per verificare come, con l’avanzare della mia età, diventi ancor più profonda la mia identificazione nei confronti di Rob. Il film di Stephen Frears del 2000 lo conosco letteralmente a memoria, è nella lista dei miei film della vita (già, chissà da dove viene questa fissazione con le liste?) e inoltre sono stato a Chicago a cercare le location dove è stato girato il film. Posso dunque affermare, senza arroganza né supponenza, di essere piuttosto qualificato per parlare di questa nuova versione appena sbarcata sugli schermi statunitensi. Il responso, come ho già accennato, è piuttosto semplice: “High Fidelity” lo puoi girare e rigirare come vuoi, ma resta e resterà sempre una meraviglia per l’anima di tutti noi che abbiamo permesso ad una canzone di salvarci la vita.

In questo nuovo arrangiamento del libro di Nick Hornby (qui nelle vesti di produttore esecutivo, una garanzia per quanto mi riguarda), le vicende si spostano in una nuova città: dopo la Londra del libro e la Chicago del film, “Championship Vinyl”, il nostro negozio di dischi preferito, è a Bedford Avenue, nel bel mezzo del quartiere più vivo di Brooklyn e forse di tutta New York. Ma il cambiamento più radicale, come dicevo in apertura, riguarda Rob: nello show trasmesso da Hulu le paturnie sentimentali del protagonista di Hornby hanno il volto e le treccine della splendida Zoe Kravitz, figlia di Lenny Kravitz e di Lisa Bonet, che ricordiamo proprio per la sua interpretazione nel film di Stephen Frears. Il debito con il film del 2000 è comunque evidente: l’abbattimento della cosiddetta quarta parete, che permette alla protagonista di comunicare direttamente con il pubblico (come in “Fleabag” per esempio), arriva direttamente dal film di Frears, stratagemma che riconsegna perfettamente l’intimità del rapporto tra Rob e il lettore nell’opera di Hornby. Un altro evidente omaggio al film è nell’uso della colonna sonora: “Dry the Rain” della Beta Band nel negozio di dischi o l’uso di “I believe” di Stevie Wonder nell’episodio finale, tanto per citarne un paio, sono una limpida dichiarazione d’amore al lungometraggio del 2000.

Come una bella cover, che cambia totalmente la canzone originale conservandone però l’essenza (un esempio? “I Want You” di Dylan cantata da Springsteen), lo show sviluppato da Veronica West e Sarah Kucserka si mantiene fedele al libro discostandosi a piacimento da esso, inserendo dialoghi e situazioni in contesti differenti, fino a vivere di vita propria negli ultimi episodi (compreso l’ottavo, che cambia il punto di vista del racconto, mettendo in pausa per tutta la puntata le vicende di Rob, finendo per risultare piuttosto inutile ai fini della storia) e in un finale che lascia più di una speranza per una seconda stagione, che al momento in cui scrivo non è stata ancora annunciata. Zoe Kravitz è bravissima, bellissima e dannata al punto giusto da farci esplodere il cuore, con le sue magliette troppo larghe e le cuffie in testa, lasciandoci sul finale con una certezza: quando si parla di “High Fidelity” si sta sempre “on the right side of the rock”.

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