Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “Columbus” (2017)

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Negli Stati Uniti, in Indiana, c’è una cittadina di neanche quarantacinquemila abitanti che racchiude tra le sue strade alcuni gioielli di architettura moderna. Quella città è proprio Columbus, dove possiamo trovare edifici realizzati da Eero Saarinen, Ieoh Ming Pei, Robert Venturi, Cesar Pelli e soprattutto Richard Meier. Tra queste strutture si muovono dunque i personaggi di questo film d’esordio firmato da Kogonada, coreano impiantato negli States, celebre per i suoi “video saggi” dedicati a Wes Anderson, Stanley Kubrick e Yasugiro Ozu.

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Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Il meglio del Sundance Film Festival 2018

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Si è concluso due giorni fa il Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: basti pensare che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2018 è stata vinta da “The Miseducation of Cameron Post” di Desiree Akhavan, film ambientato in un centro di conversione per omosessuali. Non potendo fisicamente essere a Park City, nello Utah (anche perché al Festival sono ammessi solo corrispondenti di testate statunitensi), sono andato a fare le pulci a qualche sito americano per cercare i migliori titoli di questa edizione. Chissà quali di questi film riusciremo a vedere in Italia, nel frattempo lasciamoci incuriosire da questa lista…

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Recensione “A Ghost Story” (2017)

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Novanta minuti di poesia sull’infinita ineluttabilità del tempo, sull’incapacità di lasciare andare il passato, sulla perdita, sul concetto di spazio ma soprattutto una storia d’amore originale, tenera e straordinariamente convincente. Il film di David Lowery è tutto questo e molto altro: dialoghi ridotti al minimo, parole di contorno che girano intorno ai lunghi silenzi di scene in cui la concezione di tempo è relativa e dove lo spazio muta ad ogni battito di ciglia. Il film, acclamatissimo al Sundance Festival, è un’opera poetica ed originale sull’elaborazione del lutto, per la prima volta affrontata dal punto di vista di un fantasma: Casey Affleck, nonostante il lenzuolo addosso, mette in mostra una vasta gamma di emozioni, dalla rabbia alla malinconia, dalla speranza alla paura, dalla confusione all’ironia.

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Recensione “Scappa – Get Out” (“Get Out”, 2017)

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L’opera prima di Jordan Peele viaggia a metà strada tra thriller e horror, prende senza indugi l’autostrada della suspense per fermarsi stabilmente nei vicoli dell’inquietudine. Non è un film eccellente, ma fa il suo dovere molto bene, è coinvolgente e piuttosto disturbante, al netto di un paio di scorciatoie di sceneggiatura che lasciano un po’ perplessi, ma tant’è.

Chris e la sua ragazza, Rose, si preparano a passare il weekend a casa dei genitori di lei, che però non sanno che Chris è nero. Arrivati a destinazione, in un’immensa villa isolata, immersa nei boschi, Chris si renderà conto ben presto che la situazione intorno a lui è piuttosto strana. Il raduno di vecchi amici di famiglia, tutti bianchi, proprio in quel weekend, metterà Chris di fronte alla verità.

Se avete intenzione di vedere il film, per godervelo come ho fatto io vi consiglio di evitare il trailer: ormai è abitudine consolidata di questi ultimi anni mostrare nella pubblicità praticamente tutto il film, vanificando le sorprese della sceneggiatura e il lavoro del regista: è una cosa seria, che forse stiamo tutti sottovalutando. Una volta era un piacere arrivare presto al cinema e scoprire i nuovi film in uscita, adesso bisogna entrare in sala con i paraocchi e i tappi per le orecchie. Scusate se ho divagato, è una cosa che andava detta. Al di là di tutto ciò, “Get Out” conferma il buon livello qualitativo di ogni pellicola presentata al Sundance Festival, come sempre garanzia di ottime visioni, per non parlare del modo originale in cui affronta, anche con un po’ di ironia dark, la questione razziale negli Stati Uniti, un tema sempre molto caldo. Peele è un regista da tenere d’occhio.

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Recensione “Tangerine” (2015)

Interamente girato con alcuni IPhone, una steadycam e un’app da 8 dollari, si tratta di uno dei film più applauditi lo scorso anno al Sundance. Il cinema indipendente americano arricchisce la sua collana con una nuova perla, girata interamente in esterni, con luce naturale, e arricchita da una saturazione dei colori che rende il caldo Natale di Los Angeles ancora più surreale. Girata in tempo reale, la pellicola di Sean Baker, prodotta tra gli altri dai due fratelli Duplass (che all’interno della scena indipendente hanno il loro peso), riprende in modo più che pittoresco una serie di personaggi tipici della scena losangelina, in particolare della cosiddetta Tinseltown, la zona celebre per il Sunset Boulevard ed i vari studi cinematografici.

Dopo 28 giorni di detenzione, la prostituta transessuale Sin-Dee torna nella sua zona. Dopo aver sentito che il suo ragazzo/protettore l’ha tradita con una ragazza “vera”, lei e la sua migliore amica, Alexandra, si lanciano in un’odissea tra le strade e i bassifondi di Los Angeles, per scoprire se queste voci hanno un fondamento. Nel frattempo un tassista armeno, dopo aver sentito che Sin-Dee è di nuovo in strada, lascia con una scusa la sua famiglia durante la notte di Natale per andare a cercare la prostituta.

Un negozio di ciambelle apre e chiude il film, non a caso circolare come la forma dei donuts. Il Natale di Los Angeles è caldo, pazzo, smanicato e colorato, così come i personaggi che lo vivono. Quello di Sin-Dee è un viaggio tra lunghe camminate, autobus, metropolitane, spinto dalla gelosia, da una forma piuttosto originale di amore, e al tempo stesso segnato da solidarietà e amicizia.

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Recensione “Wish I was here” (2014)

WISH I WAS HERE

Zach Braff è uno dei volti più noti dell’immaginario collettivo degli anni 2000: anche per chi non segue molto le serie tv, è quasi impossibile non aver presente il viso del Dottor Dorian, J.D. per gli amici, protagonista della fortunata serie “Scrubs”. Nel frattempo il ragazzo non è rimasto con le mani in mano e nel 2004 si è lanciato nella regia con il delizioso “La mia vita a Garden State” (che gli è valso l’Indipendent Spirit Award per il miglior esordio cinematografico). Dieci anni dopo, grazie ad una campagna di crowdfunding su Kickstarter, Braff produce, interpreta e dirige il suo secondo lungometraggio, meno fresco e originale rispetto al primo, ma comunque interessante. In poco più di 100 minuti il regista mette insieme tutti i pregi e tutti i difetti del cinema indipendente americano: la colonna sonora ricercata (Shins, Bon Iver, Bob Dylan, Paul Simon, Gary Jules, Cat Power, Badly Drawn Boy e molti altri), la leggerezza e la carica di voglia di vivere, ma anche i soliti conflitti famigliari, il dramma a tratti forzato, verso un finale dove immancabilmente ogni nodo verrà al pettine.

Aidan, padre di una famiglia ebrea, ha 35 anni e ancora sta inseguendo il suo sogno di sfondare come attore. Senza lavoro, la situazione precipita quando il padre, che pagava la retta per la scuola privata dei due bambini di Aidan, scopre di essere gravemente malato di cancro. Tra rabbini, perdita di fede, provini sbagliati, il cambio di scuola per i figli, il conflitto tra suo padre e suo fratello e i problemi sul lavoro della bella moglie Sarah, Aidan deve ancora trovare la sua giusta collocazione nel mondo.

“Wish I Was Here” funziona decisamente meglio come commedia che come film drammatico, a parte ciò gli indie-movie riescono sempre ad addolcire ed emozionare nel contrasto tra la dura quotidianità e la voglia di realizzare le proprie piccole pazzie (come la curiosa scena sulla Aston Martin, dove troviamo in un cameo anche Donald Faison, il celebre Turk di “Scrubs”). Distribuito nelle sale statunitensi la scorsa estate, il film di Zach Braff ancora non ha una distribuzione italiana, il che ha suscitato il malcontento dello stesso regista, che su twitter ha esortato i suoi fan a tirar fuori la voce per avere il suo film anche qui da noi. Staremo a vedere.

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Recensione “Prossima fermata Fruitvale Station” (“Fruitvale Station”, 2013)

Dopo ogni film, finiti i titoli di coda e accese le luci in sala, c’è sempre un grande chiacchiericcio: volano commenti, saluti; qualcuno guarda il cellulare per controllare i messaggi. Stasera, al termine della proiezione di “Fruitvale Station”, regnava il silenzio. Il silenzio più totale, non volava una mosca. Lo ritengo un metro di giudizio abbastanza valido per capire quando un film colpisce davvero nel segno. Perchè è questo che fa l’opera prima di Ryan Coogler, premio della giuria  e premio del pubblico al Sundance Festival dello scorso anno, oltre al premio per il miglior esordio al Festival di Cannes. Grazie alla strepitosa interpretazione di Michael B. Jordan, il film rende in qualche modo giustizia alla vera storia di Oscar Grant, rendendolo prima di tutto un essere umano: un ragazzo di ventidue anni che ha commesso degli errori, ma che era pronto a ricominciare, a fare i conti con le difficoltà quotidiane, con i suoi obiettivi e le sue speranze. Cosa da non sottovalutare, la pellicola sottolinea l’importanza di Oscar nella vita delle persone che lo circondavano.

Oscar Grant è un ragazzo della Bay Area ucciso la notte di capodanno del 2009 da un colpo di pistola sparato da un agente di polizia alla stazione di Fruitvale. Proprio il giorno prima, Oscar stava festeggiando il compleanno di sua madre, era stato licenziato e aveva deciso di impegnarsi fino in fondo, legalmente, per rendere migliore la sua vita, quella della sua ragazza e soprattutto della sua adorata bambina, Tatiana, di quattro anni. Il colpo sparato a sangue freddo da un poliziotto ha però messo fine a tutti i suoi progetti.

Il punto non è se il film è bellissimo o non è bellissimo (ma comunque sì, lo è decisamente), il punto è che l’evento che sta alla base della storia è talmente gelido, talmente feroce, che è veramente difficile non empatizzare con il film. La bravura di Coogler è nel rendere straordinariamente comune (scusate l’ossimoro) Oscar Grant, di non creare facili sensazionalismi, di utilizzare tutta l’umanità del cinema indipendente per raccontarci l’omicidio di una persona innocente. Un film di grande spessore umano, prima che artistico, diretto con sensibilità e senza retorica da un regista dal grande avvenire. Una delle sorprese più belle di quest’anno cinematografico. Da vedere.

Tutto pronto per il Sundance Film Festival 2014

Poche ore all’inizio del Sundance Festival, punto di riferimento per il cinema indipendente americano e non solo. La kermesse, fondata da Robert Redford, ogni anno regala gioielli e piccoli grandi capolavori, basti pensare ad alcuni dei titoli visti a Park City negli anni passati: “Clerks”, “Memento”, “Il calamaro e la balena”, “Me and you and everyone we know”, “Frozen River”, “Man on wire”, “Winter’s bone”, “Animal Kingdom”, “Tyrannosaur”, “Another Earth”, “Re della Terra Selvaggia”, “Searching for Sugar Man”, per citarne alcuni. Da domani, fino al 26 gennaio, altro giro, altra corsa: sono oltre 120 i film presenti in cartellone, dalle anteprime mondiali ai documentari, ad una sezione apposita dedicata a film già visti in altri festival. Insomma, c’è un po’ di tutto. Andiamo a vedere quali sono i film più attesi, nella speranza di vederli prima o poi anche sugli schermi dei cinema italiani.

Boyhood (Richard Linklater): La trilogia dei “Before” ci ha emozionato per quasi vent’anni. Ma non è l’unico progetto di Linklater basato sul passare del tempo: le riprese di questo nuovo film sono cominciate nel 2002 e sono finite soltanto due anni fa. La storia è quella di una coppia divorziata (Ethan Hawke e Patricia Arquette) e l’impatto che hanno sul loro figlio, che nella storia (e nella realtà) cresce dall’infanzia fino all’adolescenza.

Frank (Lenny Abrahamson): Dopo la quasi certa nomination agli Oscar con “12 anni schiavo”, Michael Fassbender si mostra in una versione totalmente differente. Il film è la trasposizione in commedia della vera storia di Chris Sievey, un comico che decide di guidare una band musicale attraverso un alter ego (perennemente nascosto sotto una maschera di cartapesta). Uno dei titoli più interessanti in concorso al Festival.

Finding Fela (Alex Gibney): Documentario sulla figura di Fela Kuti, il musicista nigeriano che ha portato alla ribalta la musica Afrobeat. Ritmo, politica, amore, scenari suggestivi: la vita di Fela Kuti contiene abbastanza materiale per un documentario indimenticabile (non a caso a Hollywood è in lavorazione un biopic).

I Origins (Mike Cahill): Il film d’esordio di Cahill, “Another Earth”, era un vero e proprio gioiello cinematografico, vincitore del premio speciale della giuria proprio al Sundance (nel 2011). Cahill adesso ha scritto, diretto, prodotto e montato questo nuovo film a proposito di un biologo molecolare che insieme alla sua collega di laboratorio scopre qualcosa che potrebbe avere conseguenze drammatiche per la società.

Laggies (Lynn Shelton): Dalla regista di “Humpday” una nuova commedia stavolta incentrata su una sorta di sindrome di Peter Pan che colpisce la protagonista, interpretata da Keira Knightley, una ventottenne che vive ancora come un’adolescente.

Life Itself (Steve James): Uno dei film più attesi è il documentario dedicato alla vita di Roger Ebert, l’unico critico cinematografico ad aver vinto il premio Pulitzer. Già questo è un buon motivo per volerlo vedere. Aggiungeteci Martin Scorsese tra i produttori (e gli intervistati), e l’attesa si fa spasmodica. Per gli amanti del cinema e delle parole che si spendono sopra i film, è una pellicola imperdibile.

The trip to Italy (Michael Winterbottom): Tra i registi di punta di questa edizione del Sundance, Winterbottom propone un documentario (a grandi tratti mockumentary) che segue la coppia Steve Coogan e Rob Brydon in un viaggio on the road dalla Liguria fino a Capri.

Wish I was here (Zach Braff): Dopo l’apprezzatissimo “La mia vita a Garden State”, Zach Braff (lo ricorderete nei panni di JD in “Scrubs”) torna dietro la macchina da presa con una nuova commedia finanziata interamente attraverso una raccolta fondi attuata sul web.