Recensione “Another Earth” (2011)

Opera prima di Mike Cahill, regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e montatore di questo piccolo gioiello a metà strada tra il dramma e la fantascienza d’autore: non è un film facilmente inquadrabile in un genere, viste le delicate dinamiche raccontate al suo interno. Una protagonista memorabile, che si fa peso di tutto il suo cervello, di tutto il suo passato, di tutte le sue ambizioni sopite, nella ricerca di un’espiazione difficile da accettare, quasi impossibile da raggiungere, racchiusa nella speranza di un mondo altro, affacciatosi nel nostro cielo come una finestra aperta su una vita diversa.

Rhoda è stata ammessa all’università di astrofisica, come ha sempre desiderato. Una sera però, mentre sta tornando a casa da una festa, vede nel cielo un punto celeste, un nuovo mondo che si è avvicinato incredibilmente alla Terra. Questa distrazione le sarà fatale: la sua macchina provocherà un incidente in cui perderanno la vita un bambino e sua madre, mandando in coma il padre, un noto compositore. Dopo quattro anni di prigione Rhoda torna alla realtà, avvicina il compositore e diventa la sua donna delle pulizie, senza però confessare la sua vera identità. Nel frattempo l’altro mondo, denominato Terra 2, si scopre essere abitato da una realtà parallela in cui vivono le stesse persone della Terra. Per Rhoda, interessata ad un viaggio che la porterebbe sull’altro mondo, potrebbe essere l’occasione di conoscere l’altra se stessa e ritrovare così il bandolo della sua vita.

Due le trame fondamentali della pellicola: il rapporto tra Rhoda e il compositore vedovo, ormai abbandonato a se stesso, e la presenza di questo mondo parallelo, che incombe circondato da una miriade di domande (meravigliosa la scena con la diretta televisiva in cui si tenta il collegamento radio con Terra 2). Vincitore del premio della giuria al Sundance, fonte inesauribile di capolavori del cinema indipendente, “Another Earth” si propone come una realtà alternativa all’interno di un panorama cinematografico saturo di effetti speciali e tanta noia. E se davvero ci fosse qualcuno identico a noi, da qualche parte nello spazio?

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Sundance Film Festival 2011: i vincitori

Anche quest’anno la nevosa Park City, nello Utah, ha ospitato il Sundance Film Festival, giunto alla 27° edizione. La manifestazione fondata da Robert Redford nel 1978 è ormai da anni un punto di riferimento per quanto riguarda il cinema indipendente: «non programmiamo i film in base al loro valore commerciale, ma in base alle loro idee» ha proclamato anche quest’anno Redford. Nell’edizione di quest’anno sono state ben 118 le pellicole proiettate (provenienti da 29 paesi differenti), di cui 40 opere prime. Il vincitore di quest’anno è “Like Crazy” di Drake Doremus, la storia d’amore tra un ragazzo americano ed una studentessa inglese, costretti a doversi separare a causa della scadenza del visto della ragazza. Una storia all’apparenza non troppo originale che però ha colpito la giuria con il suo stile e la sua freschezza. Nel cast anche Jennifer Lawrence, già vincitrice lo scorso anno con “Winter’s Bone” e fresca di nomination agli Oscar. A vincere nella categoria dei documentari è invece “How to die in Oregon” di Peter Richardson, che racconta come nel 1994 lo stato dell’Oregon fu il primo a legalizzare l’eutanasia attiva, il tutto attraverso le testimonianze di malati terminali, delle loro famiglie e dei dottori.

Il miglior film straniero è la commedia nera “Happy, Happy”, proveniente dalla Norvegia e diretta dall’esordiente Anne Sewitsky. L’ambito premio del pubblico è finito invece tra le mani di Maryam Keshavarz per “Circumstance”, la storia di una famiglia bene dell’Iran alle prese con le ribellioni dei figli, e tra quelle di Alrick Brown per “Kinyarwanda”, sulla guerra civile in Rwanda. I documentari premiati dal pubblico sono stati invece “Buck” di Cindy Meehl e “Senna” di Asif Kapadia, sul compianto campione brasiliano di Formula 1.

Da segnalare, oltre al ritorno di Kevin Smith con “Red State”, l’unico film italiano: “I baci mai dati” di Roberta Torre, presentato nella sezione World Cinema.

Ecco la lista completa dei vincitori:
Gran Premio della Giuria: Dramatic – Like Crazy
Gran Premio della Giuria: Documentary – How to Die in Oregon
Premio per la regia: Dramatic – Martha Marcy May Marlene
Premio per la regia: U.S. Documentary – Resurrect Dead: The Mystery of the Toynbee Tiles
Premio Waldo Salt miglior sceneggiatura: Another Happy Day
Premio Speciale della Giuria: U.S. Dramatic – Felicity Jones in Like Crazy
Premio Speciale della Giuria: U.S. Dramatic – Another Earth
Premio per la miglior fotografia: U.S Dramatic – Pariah
Premio del pubblico: U.S. Dramatic – Circumstance
Premio Speciale della Giuria: U.S. Documentary – Being Elmo
Premio per la miglior fotografia: U.S. Documentary – The Redemption of General Butt Naked
Premio per il miglior montaggio: U.S Documentary – If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front
Premio del pubblico: U.S. Documentary – Buck
World Cinema Miglior fotografia: Documentary – Hell and Back Again
World Cinema Premio della Giuria: Documentary – Hell and Back Again
World Cinema Miglior regia: Documentary – Project Nim
World Cinema Miglior montaggio: Documentary – The Black Power Mixtape 1967-1975
World Cinema Premio Speciale della Giuria: Documentary – Position Among the Stars
World Cinema Gran Premio della Giuria: Dramatic – Happy, Happy
World Cinema Miglior regia: Dramatic – Tyrannosaur
World Cinema Miglior sceneggiatura: Dramatic – Restoration
World Cinema Miglior fotografia: Dramatic – All Your Dead Ones
World Cinema Premio Speciale della Giuria: Dramatic – Peter Mullan e Olivia Colman per Tyrannosaur

pubblicato su SupergaCinema

Recensione “Animal Kingdom” (2010)

Una delle opere prime più folgoranti degli ultimi anni, un ritratto criminale di una famiglia di “bravi ragazzi” in una Melbourne silenziosa, periferica, dove il giovane J è costretto a dimenarsi dai tentacoli dei suoi zii ed imparare a muoversi nel “regno animale” del suo quartiere, dove la legge della giungla è l’unica regola vigente, in quello che è una sorta di western moderno.

Famiglia criminale, poliziotti corrotti, il punto di vista di un ragazzo “normale” di fronte all’assalto di una violenza che è diventata quasi routine quotidiana. Alla morte di sua madre (per overdose), J si trasferisce nella casa della nonna, spietata capoclan di tre figli criminali: Pope, perseguitato da un gruppo di poliziotti fuorilegge, Craig, spacciatore e “money maker” della famiglia, e Darren, criminale alle armi e forse un cuore troppo tenero. J si ritrova a vivere gomito a gomito con un mondo del quale non sa nulla, in cui i suoi zii si muovono con disinvoltura e cinismo. Il ragazzo, grazie anche all’aiuto di un detective esperto e deciso, dovrà imparare alla svelta le nuove regole di ciò che lo circonda, per uscire fuori da un regno che potrebbe ben presto inglobarlo al suo interno.

Un western metropolitano, una sorta di gangster movie fulminante, che il New York Times ha definito “la risposta australiana a Scorsese”. Vincitore dello scorso Sundance Festival, “Animal Kingdom” si appresta a conquistare anche l’Europa con il suo romanzo criminale. Il suo destino è tra i grandi, diventerà un film di culto.

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Sundance Film Festival 2010: i vincitori

Si è chiusa a Park City, nevosa città dello Utah, la 26° edizione del Sundance Film Festival, probabilmente la più celebre vetrina del cinema indipendente statunitense e non, fondata nel 1978 dall’attore Robert Redford, il quale ha dato il nome di uno dei suoi personaggi più celebri (Sundance Kid, dal film “Butch Cassidy”) alla manifestazione, ormai divenuta un punto di riferimento per i cineasti indipendenti di tutto il mondo.

Il bilancio di quest’anno è totalmente positivo: grande partecipazione di pubblico e una selezione di pellicole (quasi cento) impegnate sul sociale e dalla notevole qualità artistica. Su tutti ha trionfato “Winter’s Bone” di Debra Granik, la storia di un’adolescente in viaggio attraverso la regione selvaggia delle montagne di Ozark, nel mezzo degli States, per ritrovare suo padre, un trafficante di droga. Sul fronte documentari la giuria ha premiato “Restrepo” di Sebastian Junger e Tim Hetherington, due giornalisti immersi nelle assurdità e nelle violenze della guerra in Afghanistan, insieme ad un plotone di quindici soldati. Il pubblico ha invece voluto premiare il documentario “Waiting for Superman” di Davis Guggenheim, che indaga sull’instabilità del sistema di pubblica istruzione degli Stati Uniti nonostante l’incremento della spesa e le promesse dei politici, e soprattutto “HappyThankYouMorePlease” dell’esordiente Josh Rador (protagonista della serie tv “How I Met Your Mother”), che disegna le vite di sei newyorkesi alle prese con gli eterni temi dell’amore, dell’amicizia, e dell’imprevedibilità del futuro. L’australiano “Animal Kingdom” di David Michod, la storia di un diciassettenne diviso tra la sua famiglia criminale e un poliziotto nei guai, è invece il miglior film straniero.

Da segnalare un premio speciale della giuria per il bravissimo Mark Ruffalo, uno degli attori più apprezzati dell’ultimo decennio, passato per la prima volta dietro la macchina da presa per realizzare “Sympathy for Delicious”, in cui un dj paralizzato (Orlando Bloom) scopre di poter guarire le malattie delle persone che lo circondano. A rappresentare l’Italia ci ha pensato Luca Guadagnigno con il suo “Io sono l’amore”, unica pellicola italiana presente quest’anno al Sundance, mentre il film che ha fatto più discutere è stato probabilmente “Buried” di Rodrigo Cortes, girato interamente all’interno di una bara. Questi i verdetti di un’edizione del Sundance Festival come d’abitudine votato alla qualità e alla scoperta di nuovi talenti: l’appuntamento è per il 2011.

pubblicato su Livecity