Recensione “Barry” (2018)

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Qualche giorno fa, per combattere l’afa romana, sono andato in piscina con un amico cinefilo (che tra l’altro gestisce anch’egli un blog, Inglorious Cinephiles). Chiacchierando di film e serie tv a bordo vasca mi ha parlato di questa nuova serie della HBO, “Barry”, la cui trama sembrava essere davvero accattivante: Barry, ex-soldato diventato un sicario, deve recarsi a Los Angeles per uccidere un ragazzo, Ryan, che divide la sua vita tra la palestra ed un corso di recitazione. Il caso vuole che Barry venga accidentalmente scambiato per un nuovo iscritto del corso, scoprendo una volta sul palcoscenico che la sua vita finalmente ha uno scopo: vuole diventare un attore. Il problema è far conciliare la sua professione di assassino prezzolato con i corsi di teatro tenuti da Henry Winkler (sì, proprio lui, Fonzie di “Happy Days”).

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Recensione “The Terror” (2018)

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In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “Cobra Kai” (2018)

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Barney Stinson in “How I Met Your Mother” ha sostenuto per tanti anni l’idea che Johnny Lawrence fosse in realtà il vero personaggio positivo di “Karate Kid”, film di culto del 1984 in cui il biondo studente del Cobra Kai veniva sconfitto durante la finale del torneo cittadino di Karate dal protagonista Daniel LaRusso (io spero vivamente che queste righe introduttive siano inutili, perché se non conoscete il colpo della gru allora vuol dire che avete davvero avuto una brutta infanzia). Era proprio dai tempi della celebre sitcom che Ralph Macchio e William Zabka non apparivano sullo schermo: tutto ciò fino ad oggi, perché i due Karate Kids sono cresciuti e sono tornati in una delle serie rivelazione dell’anno, “Cobra Kai”, in cui Johnny Lawrence, antagonista per eccellenza nel film di John G. Avildsen, è invece il protagonista della serie, un antieroe in cerca di riscatto, come poteva essere il wrestler di Mickey Rourke o il Rocky Balboa di Stallone.

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Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

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Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di “How I Met Your Mother”, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di “Friends”, che ha sempre trovato irritante “The Big Bang Theory” e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre “Happy Days”. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

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Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

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Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

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Recensione “Love” – Stagione 3 (2018)

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Gus e Mickey sono tornati per l’ultima volta. Lo show firmato da Judd Apatow si conclude alla terza stagione, dopo 34 episodi dedicati alla storia d’amore tra due giovani adulti, alle prese con alti e bassi, con tutte le fasi che caratterizzano la vita di coppia. Non racconta niente di straordinario Apatow, ma la sua serie è così fresca, credibile, genuina, che si finisce con l’amarla, nonostante i difetti.

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“Altered Carbon”: Le Catene della Colpa (Episodio 1×01)

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[Recensione NO SPOILER] Appena sbarcata su Netflix, la serie “Altered Carbon” racconta un futuro distopico che ha moltissimi debiti con il padre del genere, Philip K. Dick. A livello visivo è impossibile infatti non pensare a “Blade Runner”, con la sua gigantesca città tecnologica, piovosa, dove il confine tra la realtà e il digitale è talmente sottile da perdercisi nel mezzo. La Bay City della nuova serie Netflix non sembra dunque tanto diversa dalla Los Angeles del film di Ridley Scott, allo stesso modo la società di “Altered Carbon” ricorda quella di un altro racconto di Dick, “Minority Report”, la cui trasposizione per il grande schermo fu affidata a Steven Spielberg. Al di là dei riferimenti e degli omaggi, inevitabili quando ci si occupa di fantascienza distopica, la serie creata da Laeta Kalogridis (tratta da un romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan) fa il possibile per vivere di vita propria, in un mondo dove la morte non è la fine e dove il corpo umano è una semplice custodia per la coscienza.

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Recensione “Mindhunter” (2017)

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Nel 1995 John Douglas, agente speciale dell’FBI, pubblica il libro autobiografico “Mindhunter” in cui descrive la sua esperienza come cacciatore di serial killer e, in particolare, come profiler. Una ventina d’anni dopo David Fincher, che raccontando storie di assassini ci ha praticamente costruito una carriera (pensate a “Seven” o “Zodiac”), realizza una serie tv basata proprio sul libro di Douglas. Ed è così che John Douglas diventa Holden Ford, un giovane agente federale che, stanco di fare il negoziatore, mette in piedi una nuova unità speciale intenta a classificare gli assassini seriali allo scopo di delineare profili psicologici, nella speranza di riuscire anche a prevedere i potenziali killer. Nasce così l’unità di Scienze Comportamentali, insieme al collega più esperto Bill Tench e alla sociologa Wendy Carr: alla base della ricerca una lunga serie di interviste ai più efferati assassini degli Stati Uniti, che porterà il gruppo in una lunga discesa nell’abisso: “Se vuoi conoscere i serial killer, devi pensare come loro”.

Se il libro, seppur interessante, a tratti dà l’impressione di essere una lunga autocelebrazione dello stesso Douglas, la serie riesce in qualche modo a convincere di più: innanzitutto è basata su personaggi fittizi, nonostante l’ottima trovata di mantenere invece reali i nomi degli assassini intervistati. In secondo luogo, piuttosto che leggere una serie di informazioni che porteranno alla cattura di questo o quel colpevole, nelle dieci puntate della prima stagione c’è un coinvolgimento maggiore per lo spettatore: non più passivo lettore di aneddoti e storie, ma un vero e proprio testimone nelle indagini e negli interrogatori. Si tratta dunque di una serie molto buona, anche se abbastanza distante dai canoni tradizionali: non c’è una vera e propria storia, quanto uno sviluppo più o meno costante di una ricerca basata su interviste e indagini. Non è per tutti, ma se il genere vi appassiona allo stesso modo degli abissi della psiche umana, allora potrebbe rivelarsi un’ottima freccia nella faretra dell’offerta Netflix.

Mindhunter

Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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