“Altered Carbon”: Le Catene della Colpa (Episodio 1×01)

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[Recensione NO SPOILER] Appena sbarcata su Netflix, la serie “Altered Carbon” racconta un futuro distopico che ha moltissimi debiti con il padre del genere, Philip K. Dick. A livello visivo è impossibile infatti non pensare a “Blade Runner”, con la sua gigantesca città tecnologica, piovosa, dove il confine tra la realtà e il digitale è talmente sottile da perdercisi nel mezzo. La Bay City della nuova serie Netflix non sembra dunque tanto diversa dalla Los Angeles del film di Ridley Scott, allo stesso modo la società di “Altered Carbon” ricorda quella di un altro racconto di Dick, “Minority Report”, la cui trasposizione per il grande schermo fu affidata a Steven Spielberg. Al di là dei riferimenti e degli omaggi, inevitabili quando ci si occupa di fantascienza distopica, la serie creata da Laeta Kalogridis (tratta da un romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan) fa il possibile per vivere di vita propria, in un mondo dove la morte non è la fine e dove il corpo umano è una semplice custodia per la coscienza.

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Recensione “Mindhunter” (2017)

Nel 1995 John Douglas, agente speciale dell’FBI, pubblica il libro autobiografico “Mindhunter” in cui descrive la sua esperienza come cacciatore di serial killer e, in particolare, come profiler. Una ventina d’anni dopo David Fincher, che raccontando storie di assassini ci ha praticamente costruito una carriera (pensate a “Seven” o “Zodiac”), realizza una serie tv basata proprio sul libro di Douglas. Ed è così che John Douglas diventa Holden Ford, un giovane agente federale che, stanco di fare il negoziatore, mette in piedi una nuova unità speciale intenta a classificare gli assassini seriali allo scopo di delineare profili psicologici, nella speranza di riuscire anche a prevedere i potenziali killer. Nasce così l’unità di Scienze Comportamentali, insieme al collega più esperto Bill Tench e alla sociologa Wendy Carr: alla base della ricerca una lunga serie di interviste ai più efferati assassini degli Stati Uniti, che porterà il gruppo in una lunga discesa nell’abisso: “Se vuoi conoscere i serial killer, devi pensare come loro”.

Se il libro, seppur interessante, a tratti dà l’impressione di essere una lunga autocelebrazione dello stesso Douglas, la serie riesce in qualche modo a convincere di più: innanzitutto è basata su personaggi fittizi, nonostante l’ottima trovata di mantenere invece reali i nomi degli assassini intervistati. In secondo luogo, piuttosto che leggere una serie di informazioni che porteranno alla cattura di questo o quel colpevole, nelle dieci puntate della prima stagione c’è un coinvolgimento maggiore per lo spettatore: non più passivo lettore di aneddoti e storie, ma un vero e proprio testimone nelle indagini e negli interrogatori. Si tratta dunque di una serie molto buona, anche se abbastanza distante dai canoni tradizionali: non c’è una vera e propria storia, quanto uno sviluppo più o meno costante di una ricerca basata su interviste e indagini. Non è per tutti, ma se il genere vi appassiona allo stesso modo degli abissi della psiche umana, allora potrebbe rivelarsi un’ottima freccia nella faretra dell’offerta Netflix.

Mindhunter

Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Stranger Things 2” (2017)

Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per “It” ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di “Star Wars” ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: “Stranger Things”. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevano l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo. Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 “Stranger Things” è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

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La seconda stagione di “Stranger Things” comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

KIDS
I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

ADOLESCENTI
Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

ADULTI
Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de “I Goonies” è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H7 25 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se la scena tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

NUOVI PERSONAGGI
Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di “Stranger Things”, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a “It”). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

ELEVEN
Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

CITAZIONI
Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i “Ghostbusters” e “Indiana Jones” stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai “Gremlins”, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a “It” (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a “L’esorcista” (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente “I Goonies” (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), “Mad Max” e “Jurassic Park” che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

COLONNA SONORA
Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi “Hammer to Fall” dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei “Ghostbusters”, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con “Rock You Like a Hurricane” e i DEVO con “Whip It”, Bon Jovi con “Runaway” e i Metallica con “The Four Horsemen”. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca “Time after Time” di Cindy Lauper (autrice del tema dei “Goonies”, tra l’altro) e “Every Breath You Take” dei Police. Queste solo per citarne alcune.

FINALE
In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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Twin Peaks 2017: Tutte le questioni irrisolte

Già da una settimana siamo orfani di “Twin Peaks”: la terza stagione della celebre serie televisiva realizzata da David Lynch ci ha accompagnato per tutta l’estate con i suoi misteri e le sue stramberie. Come ci si poteva immaginare, sono ancora molte le questioni rimaste irrisolte, le domande senza risposta. Proviamo ad affrontare questi argomenti: lunga ed impervia è la via che dal buio si snoda verso la luce.

Audrey
La questione Audrey è una delle più spinose della terza stagione di Twin Peaks. Uno dei personaggi più amati degli anni 90 è comparso in questo revival soltanto nelle ultime puntate, senza alcuna interazione con gli altri personaggi storici. Di lei sappiamo davvero poco: è stata in coma, è la madre di Richard Horne, è stata ingravidata da Cooper malvagio venticinque anni fa. Cosa significa ciò che è successo nell’Episodio 16? Audrey molto probabilmente è stata in coma per tutto questo tempo, le vicende legate a lei in questo Twin Peaks non erano altro che il tentativo del suo cervello di svegliarsi dal suo stato, cosa che a quanto pare succede proprio in seguito alla sua celebre Audrey’s Dance. Certo, niente di ufficiale, non c’è una vera e propria spiegazione, ma direi che questa sia la più accreditata.

La scatola di vetro
Molti si sono chiesti cosa fosse questa famigerata scatola di vetro, il glassbox, che vediamo soprattutto all’inizio di questa stagione. Si potrebbe pensare che Mr C l’abbia fatta costruire per “dirottare” il buon Cooper nel corpo di Dougie, ma l’ipotesi più sensata è che il doppio malvagio l’abbia realizzata soprattutto per monitorare gli spostamenti della Madre, cioè Judy. Lei è sempre stata l’obiettivo di Mr C: lo dice chiaramente a Darya nelle prime puntate ed è per unirsi a lei che cerca queste famigerate coordinate. Ciò che possiamo pensare è che quando Mr C raggiunge il luogo prestabilito, il passaggio avrebbe dovuto portarlo direttamente da Judy (ovvero a casa Palmer, visto che l’entità maligna ha trovato alloggio nel corpo di Sarah), l’intervento del Pompiere però fa “recapitare” Mr C nella stazione di polizia di Twin Peaks, con le conseguenze che abbiamo visto.

Judy
Questa non è proprio una domanda senza risposta, visto che a dirci chi è Judy ci ha pensato Gordon Cole nella penultima puntata. Judy è un’entità maligna, è la Madre di tutti i mali, è la reificazione (o personificazione, se preferite) del Male. Si forma a causa della bomba atomica e da lì genera una serie di altre entità malvagie, tra cui Bob e i Woodsmen. In questa stagione entra nel corpo di Sarah Palmer ed è impossibile pensare il contrario: vi sembra normale che qualcuno apra il suo volto per mostrare l’abisso e poi stacchi con un morso secco la gola ad un’altra persona? Ad avvalorare tutto questo è la contrapposizione con Laura Palmer: anche Laura nella prima puntata apre il suo volto, ma per mostrare una luce, mentre nella penultima puntata il suo ritratto viene colpito ripetutamente da Sarah che, con il suo potere, riesce a strapparla via dalla mano di Cooper.

La ragazza con l’insetto in bocca
Altra domanda rimasta senza risposta. Il finale dell’ormai celebre Episodio 8 è destinato a restare nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti delle serie tv. Un insetto mostruoso, generato anch’esso dalla Madre, si introduce nella bocca di una ragazzina ipnotizzata dal messaggio radio del woodsman (“This is the water and this is the well…”). La mia teoria, sulla quale scommetterei un paio di euro, è che la ragazza sia Sarah Palmer da giovane. Siamo nel 1956, la ragazza dimostra di avere circa 15 anni e indovinate un po’ in che anno è nata l’attrice che interpreta Sarah? Esatto, nel 1941. Questo inoltre spiegherebbe come ha fatto Judy ad entrare nel corpo di Sarah da adulta: un suo “seme” è sempre stato dentro di lei, in attesa del momento adatto per prendere possesso del corpo ospitante. Certo, povera Laura: suo padre viene posseduto da BOB, sua madre da Judy. Ma che bella famiglia!

Ultima puntata
L’ultima puntata di Twin Peaks ha generato un’eco interminabile di “what the fuck!?”. Cerchiamo di fare un po’ di ordine. Gordon Cole confida ad Albert che Cooper voleva cercare di stanare Judy prendendo “due piccioni con una fava”. I due piccioni da prendere sono rispettivamente: salvare Laura Palmer e appunto fermare (uccidere?) Judy. Nel momento in cui Mr C muore il volto di Cooper si sovrappone alla scena per il semplice motivo che, una volta in cui Coop salva Laura dalla morte, quella linea temporale con Mr C e tutto il resto non esisterà più, se non nei ricordi dello stesso Cooper. Penso sia il motivo per cui Cooper dirà che “viviamo in un sogno”: ormai tutto ciò che abbiamo visto finora non esisterà più, visto che Cooper salvando Laura ha modificato il futuro (“Il passato decide il futuro”). Quindi, dicevamo, il primo “piccione” è salvare Laura: fatto. Ora la vuole portare a casa, dunque a casa Palmer, dove la ragazza (“The one”, la sola, quindi l’unica che può fronteggiare il male?) dovrà vedersela con Sarah/Judy, permettendo a Cooper di prendere anche il secondo “piccione”. Le cose vanno però diversamente: i due vengono spediti in una dimensione parallela, dove tutto è diverso (Dale Cooper diventa Richard, Laura è Carrie, Diane è Linda, le automobili, le case e le vite delle persone sono cambiate). Lo stesso era successo a Phillip Jeffreys mentre dava la caccia a Judy: ha cambiato così tante linee temporali da perdersi e trasformarsi alla fine in una specie di teiera gigante (vabbè!).

L’urlo di Laura
L’ultimo frame della terza (e ultima?) stagione di Twin Peaks è riservato all’urlo di Laura Palmer che ci frantuma le orecchie. La ragazza viene portata a casa Palmer, che però nella realtà parallela appartiene alla Signora Tremond. Nel momento in cui Cooper le domanda “in che anno siamo?”, rendendosi conto che c’è qualcosa che non va, una voce che chiama Laura risveglia la ragazza, facendole ricordare l’orrore che ha subito nella linea temporale che ci ha accompagnato per venticinque anni. E qui veniamo alla questione successiva.

Who is the dreamer?
Chi è che sogna? Ricordate la frase sibillina pronunciata da Monica Bellucci a Gordon Cole? “Siamo come colui che sogna, che sogna e che dentro al sogno ci vive. Ma chi è che sogna?”. Bene, diciamolo, colei che sogna è Laura: secondo me è evidente dall’urlo finale che riporta la sua mente alla “realtà”. Non si tratta di un sogno vero e proprio ma di una realtà parallela in cui Judy ha spedito la ragazza per renderla innocua, assopita, lontana dai demoni di Twin Peaks (infatti Laura/Carrie è in Texas, dalla parte opposta rispetto allo stato di Washington). Si vede che Judy teme Laura Palmer, ha bisogno di vederla morta (BOB l’aveva uccisa) o lontana il più possibile. D’altronde Laura era stata “creata” dal Pompiere per contrastare la minaccia portata dal Male. Il suo urlo e l’aiuto di Cooper la fanno rinsavire: il Male è finalmente in pericolo e il Bene vincerà? E chi lo saprà mai. La cosa certa è che finché ci sarà Cooper al suo fianco, Laura potrà contare su un alleato fidato e coraggioso, in questa ormai eterna diatriba tra Bene e Male.

Al momento non mi vengono in mente altre questioni irrisolte, ma ce ne saranno moltissime altre sicuramente (se volete, aggiungete le vostre domande nei commenti). David Lynch recentemente ha detto che la migliore interpretazione è quella che ognuno vuole dare: ogni spettatore può vedere ciò che vuole nel finale e creare così la propria realtà parallela. Io ho detto la mia e seppur in principio fossi rimasto spiazzato da un finale così aperto e misterioso, ora che sono passati dieci giorni lo ritengo perfetto. Ad ogni modo tra poco più di un mese avremo David Lynch al Festival di Roma, vedremo se il regista parlerà ancora di questo misterioso finale e se annuncerà qualcosa di importante per il futuro… Non penso ci sia bisogno di una quarta stagione (per quanto, ahi ahi ahi, quanto mi piacerebbe), perché Twin Peaks, nella sua imperfezione e nel suo inestricabile mistero, è perfetto così com’è. Mi auguro soltanto una cosa: speriamo che Cooper non diventi una teiera gigante.

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Twin Peaks 2017: Andiamo a casa (Episodio 17-18)

Twin Peaks è finito. Forse. Diciamo che per ora è finito, forse per sempre, forse no, come il finale lascia intendere. Ne abbiamo ancora bisogno. C’è ancora tanto da dire, tantissimo da raccontare, dopo una doppietta finale che prima ci coccola nella sua perfezione per poi lasciarci basiti nel suo nuovo mistero, verso una scena finale che mette i brividi, brividi che poi ti accompagnano per tutta la notte. Se l’Episodio 17 è più o meno meraviglioso, l’Episodio 18 sembra più la prima puntata di una nuova stagione, con tutta la sequela di domande e situazioni per cui non abbiamo risposte (ma qualche teoria sì, come vedremo dopo). Sarà un articolo molto lungo, quindi facciamoci prendere per mano da Cooper ed entriamo in questo mondo assurdo e strabiliante. Vai con la sigla.

Part 17

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Twin Peaks 2017: Io sono l’FBI (Episodio 16)

Una settimana. Ancora una settimana, sette maledettissimi giorni e Twin Peaks finirà, presumibilmente, per sempre. Io non credo di essere pronto a questo. I botti di queste ultime puntate non fanno che confermare ciò che avevamo sempre sospettato: siamo testimoni di qualcosa di storico, di un capolavoro che verrà visto, rivisto, studiato, teorizzato e finalmente compreso. Anche questo episodio non è certamente avaro di sorprese, in un susseguirsi di scene madri che rendono la sedicesima puntata senza dubbio indimenticabile. Il motivo numero uno, neanche a dirlo, è il momento che tutti noi attendevamo da 25 anni. Stiamo per entrare in zona spoiler. La stiamo attraversando. Ultimo avviso. Ci siamo: Cooper è tornato! “Finalmente”, come afferma Mike. Vorrei parlare subito di questo ma cerchiamo di fare i bravi: atteniamoci alla cronologia, torneremo su Cooper tra qualche riga. Sigla.

Un sottofondo musicale inquietante e la soggettiva notturna di un’automobile sulla strada fa capire immediatamente che l’apertura della puntata è per Mr C. Lui e Richard arrivano al punto delle coordinate che Cooper malvagio aveva ottenuto da Ray, da Philip Jeffreys e da Diane. Mr C, che stupido non è, manda Richard nel punto esatto indicato dalle coordinate, dando un’ennesima conferma sulla sua paternità (“Sono più vecchio di te di 25 anni”, coincide tutto direi!). Il figlio di Audrey viene folgorato da una scarica elettrica, sotto gli occhi del suo malvagio padre: “Goodbye my son”. Jerry Horne, finalmente fuori dal bosco in cui si era perso, è testimone della scena. Anche Richard è dunque fuori dalla serie (ma direi che non ne sentiremo la mancanza).

Dalla notte di Twin Peaks saltiamo ai colori caldi del Nevada: eccoci a Las Vegas, fuori dalla casa di Dougie Jones. Cosa sarà successo dopo la scossa elettrica della scorsa puntata? Ancora non lo sappiamo perché fuori da casa sua ci sono Tim Roth e Jennifer Jason Leigh che aspettano il nostro Dougie per farlo fuori. In quel momento giungono sul luogo l’FBI e anche i fratelli Mitchum, mentre Roth e Leigh finiscono casualmente nel mezzo di una sparatoria causata da un parcheggio fatto male (se vivessero a Roma dovrebbero sparare a mezza città…). La coppia mandata da Mr C soccombe in una scena surreale in cui il vicino di Doug gli spara addosso una mitragliata pur di sostenere le sue ragioni a proposito del parcheggio. “Ma che cazzo di quartiere è?”, commenta Bradley Mitchum, non a torto. “La gente è molto stressata”, gli risponde il fratello.

Dougie, dopo la scossa, è finito in coma. La sua famiglia e il suo capo gli sono attorno, nella speranza di vederlo tornare tra loro. Poco dopo, mentre Janey-E e Sonny Jim sono fuori, Bushnell sente uno strano rumore nella stanza (il suono che sentivano Horne e Kimberly nel Great Northern?). Il capo di Dougie si allontana nel corridoio e la coscienza di Dale Cooper torna finalmente nel suo corpo: l’Agente Speciale Cooper apre gli occhi e capiamo subito che non si tratta più di Dougie. Mike, in una visione della Red Room, gli dà il bentornato: “Ti sei svegliato, era ora”. Cooper annuncia fiero, davanti a tutti noi: “Al cento per cento!”. Seguono urla di giubilo dagli spettatori di tutto il mondo. Prima di alzarsi dal letto Cooper chiede a Mike di “fabbricare” un altro doppione (allo scopo, come capiremo poco dopo, di ridare Dougie alla sua famiglia). Cooper è tornato! La sua proverbiale favella dà subito disposizioni a tutti e, quando Bushnell gli comunica che l’FBI lo sta cercando, Cooper, accompagnato dalla musica di Badalamenti, replica prontamente: “Io sono l’FBI!”. Vi giuro su Francesco Totti che ho detto “I am the FBI” in contemporanea con Cooper, l’enfasi della scena e il primo piano di Kyle MacLachlan non potevano che regalarci una frase di questo genere. Brividi forti per una frase già consegnata alla storia delle serie tv.

Giungiamo ora alla questione Diane. Era chiaro a tutti che c’era qualcosa che non andasse nella donna. Dopo aver ricevuto un inizialmente sibillino “:-) ALL” da Mr C (tramite SMS), Diane si reca in piano sequenza dai suoi ex-colleghi per raccontare la celebre notte in cui incontrò Cooper due decenni prima. Come avevo già teorizzato nel recap della settima puntata, Diane è stata violentata da Cooper malvagio. La donna poi, sconvolta, confessa di non essere se stessa e, mentre sfodera una pistola per sparare a Gordon Cole, Albert la fredda prontamente. Il messaggio con scritto “All” significava dunque che Diane li doveva uccidere tutti. Il corpo di Diane sparisce nel nulla e Tammy capisce che si trattava anche lei di un tulpa (stessa sorte capitata alla donna del primo caso “Rosa blu”, di cui ci aveva parlato Albert qualche puntata fa). Diane fa dunque la fine del primo Dougie: la ritroviamo nella Red Room, dove Mike gli comunica che è stata “fabbricata”. Le ultime parole dell’ex segretaria di Cooper sono: “Lo so, vaffanculo”. E anche lei svanisce, lasciando dietro di sé la solita palletta (oggi abbiamo scoperto che si tratta di un seme per realizzare questi celebri “doppioni”).

Nella scena successiva Cooper si congeda dalla moglie di Dougie e da suo figlio, dicendogli che l’uomo ritornerà molto presto da loro, per sempre (VOGLIAMO LO SPIN OFF! VOGLIAMO LO SPIN OFF!). Senza dubbio si tratta del momento strappalacrime della puntata: Naomi Watts capisce che Cooper non è Dougie, il figlioletto è distrutto dal dolore, ma Cooper li rassicura entrambi: “I will be back”. Janie-E saluta così la serie con un ultimo bacio e un amorevole “chiunque tu sia, grazie”. Cooper se ne va con i suoi nuovi amici, i fratelli Mitchum, i quali gli hanno preparato un jet privato per portarlo immediatamente a… Twin Peaks, ovvio! La macchina da presa si allontana lemme lemme da Janie-E e suo figlio: una carrellata all’indietro senza dubbio letale per chi ha la lacrima facile. Cooper è proprio come lo ricordavamo: educato, gentile, sempre con una parola carina per tutti. L’eroe di tutti, l’eroe che ci era mancato.

Le sorprese non sono ancora finite, ce ne saranno ancora tre negli ultimi sette minuti (!!!). La scena si sposta come di consueto al Roadhouse dove siamo tutti orgogliosi di presentare Edward Louis Severson: chi cazz’è, direte voi. Mentre voi ve lo chiedevate, io stavo già urlando di gioia: dall’ombra sbuca infatti una chitarra acustica e la voce inconfondibile di Eddie Vedder (annunciato al Roadhouse con il suo vero nome: se lo sapevate anche voi vengo là e vi stringo la mano, amici miei). La canzone eseguita dal frontman dei Pearl Jam si intitola “Out of Sand”, che Vedder ha scritto appositamente per la serie di David Lynch. Colpo di scena numero uno.

Subito dopo l’esibizione di Eddie Vedder Audrey entra (finalmente!) al Roadhouse con Charlie. I due si siedono al bancone, ma non fanno in tempo a fare un brindisi che il presentatore annuncia nientepopodimeno che la “Audrey’s Dance”. Audrey è spiazzata ma, nel momento in cui parte il suo celebre tema (che fa per la prima volta la sua comparsa in questa stagione della serie), comincia a ballare come ai vecchi tempi. “Ma questo non può essere reale!”, urlo io nel buio della mia stanza, per il piacere dei vicini. Colpo di scena numero due.

Il ballo è interrotto da una rissa improvvisa, Audrey corre verso Charlie (e verso di noi), urlando “Fammi uscire di qui!”. Stacco netto: Audrey, senza trucco, sotto una fredda luce a neon, con un vestito bianco che potrebbe essere un camice ospedaliero, si guarda allo specchio e ripete “What? What?”. Ragazzuoli e ragazzuole, anche se non è ancora sicuro al 100%, vi chiedo scusa e sfodero la mia coda di pavone: non posso fare a meno di vantarmi per aver azzeccato la teoria surreale che vi avevo proposto nel riassuntone dell’Episodio 13 (copio-incollo per i più pigri): “L’unica teoria che mi viene in mente è: tutto ciò non è reale. Forse Audrey è ancora in coma e tutto ciò sta avvenendo nel suo cervello. Ma forse sarebbe troppo anche per Lynch”. Sembrerebbe proprio che niente è mai troppo per David Lynch. Colpo di scena numero tre.

La puntata si chiude qui e con i titoli di coda sopraggiunge la consapevolezza che lunedì prossimo, a quest’ora, avremo già visto le ultime due puntate di Twin Peaks. Sarà una doppietta massacrante a livello emotivo ma presumo spettacolare a livello narrativo. Da martedì potremo fondare un gruppo di supporto per i malati di Twin Peaks che rimarranno orfani della serie. Chi viene con me?

Part 16

Twin Peaks 2017: Viale del Tramonto (Episodio 15)

I brividi. Ho appena finito di vedere il quartultimo (sigh) episodio di Twin Peaks e ho i brividi lungo la schiena. Il titolo di questo articolo potrà sembrare sibillino a molti di voi (o forse no), ve lo spiegherò più avanti: vi anticipo soltanto che si tratta di una delle trovate narrative più belle che mi siano mai capitate di vedere in una serie tv. Il cinema come salvezza. Usare uno dei classici più indimenticabili della settima arte come ritorno alla vita. Diamine, sto dicendo troppo, ne parliamo più avanti, promesso. No, aspettate, mi devo rivedere un attimo la scena, è troppo bella.

Ok, l’ho rivista. Mamma mia lo sguardo di Kyle MacLachlan quando Cecile DeMille dice quella frase…

Puntata da brividi, dicevo. I brividi, di felicità, arrivano già dopo pochi minuti. Nadine si dirige, pala in spalla, da Big Ed. Scopriamo che è stata lei ad impedire la felicità tra Ed e Norma, la sua gelosia ha sempre tenuto Ed lontano dal suo amore di sempre. Nadine “libera” così suo marito: il nostro corre al Double R di Norma per annunciare la notizia alla donna, la quale frena i suoi entusiasmi dicendogli “Scusa, ma c’è Walter” (il suo socio in affari con cui avevamo intravisto una certa tensione nelle puntate precedenti). Ed sembra affranto, si siede al bancone mentre Otis Redding ci strazia le viscere con uno dei suoi capolavori (“I’ve been loving you too long”). Norma dice a Walter di voler mollare il franchise, rinuncia così ad un sacco di soldi per mandare avanti il suo unico e solo Double R. “Motivi di famiglia”, afferma la donna. Poco dopo, intorno alle spalle di Ed si avvolgono le mani di Norma: proposta di matrimonio, bacio appassionato e finalmente, dopo 25 anni, tanti cuori in festa.

Lo stacco è forte: dal cielo di vaniglia riempito dalle note di Otis Redding si passa al buio, a suoni inquietanti e ad un’inquadratura dell’asfalto che sembra essere uscita fuori da “Strade Perdute”. Alla guida di una macchina c’è Mr C (Cooper malvagio) che sta raggiungendo una stazione di servizio fantasma, emersa dal nulla tra i boschi di Twin Peaks: il doppelganger si dirige nella celebre stanza sopra al “convenience store” di cui ci aveva parlato Philip Jeffreys in “Fuoco cammina con me”. Cooper vuole incontrare proprio Jeffreys e, accompagnato dagli uomini neri, lo incontra in un luogo piuttosto angusto, pieno di elettricità (che come sappiamo è l’evoluzione del Fuoco e rappresenta dunque il Male). Altro brivido: per un attimo ho sperato che potesse comparire David Bowie, in realtà l’ex agente dell’FBI gli parla attraverso una sorta di teiera gigante (a meno che non si sia trasformato in questa cosa, chi ci capisce!). La voce purtroppo non è di Bowie, quindi si vede che il cantante non ha avuto proprio modo di interpretare nuovamente il suo vecchio personaggio. Cooper vuole avere alcune informazioni, una di queste è scoprire l’identità di Judy, la misteriosa persona di cui Jeffreys non voleva parlare nell’ormai celebre incontro di Philadelphia in “Fuoco cammina con me”. “Tu hai già incontrato Judy”, risponde la teiera. Penso che non sia un caso che non viene mai usato il pronome “lui” o “lei”, il complemento oggetto è sempre Judy proprio per non far capire il sesso del personaggio di cui si parla. In quest’ottica è più che una congettura l’idea che Judy sia una sorta di nome in codice del maggiore Garland Briggs (anche perché in una delle ultime puntate della seconda stagione, interrogato da Windom Earle, il Maggiore dice di chiamarsi Judy Garland). Squilla improvvisamente un telefono e Mr C viene catapultato in una cabina telefonica fuori dalla stazione di servizio, dove la chiamata si interrompe immediatamente e dove troviamo Richard Horne che gli sta puntando una pistola contro. Richard dice di aver visto Cooper in giacca e cravatta in una foto appartenente a sua madre Audrey: sa che lui è un agente dell’FBI. Mr C non si scompone, disarma Richard in un battibaleno e invita il ragazzo a salire sul fuoristrada con lui: gli parlerà strada facendo (vedremo prossimamente se la teoria sarà provata: Richard è davvero il figlio di Mr C?).

Nei boschi di Twin Peaks, ma in pieno giorno, troviamo Steven (il marito di Becky, ovvero la figlia di Shelley e Bobby) e la sua amante, che dai titoli di coda scopriamo trattarsi di Gersten Hayward, nientepopodimeno che la sorellina di Donna! Esatto, la bambina che in una vecchia puntata cantava una canzone per Laura Palmer insieme a Leland. Quindi la sorella di Donna a quanto pare ha “fregato” il marito alla figlia di Shelley. Vabbè. Steven si vuole suicidare, lei cerca di impedirglielo, ma alla fine, complice anche la presenza di un ignaro passante accompagnato da un Boston Terrier, ci riesce. Non lo vediamo, ma è presumibile che Steven abbia salutato la serie. Meglio così. Il passante con il cagnolino segnala la cosa a Carl, il gestore del parcheggio per camper.

Al Roadhouse intanto vengono presentati gli ZZ Top e per un attimo mi sono fomentato pensando che dopo Ritorno al Futuro III la band texana avesse fatto una comparsata anche in Twin Peaks. Ascoltiamo “Sharp Dressed Man” ma loro però non ci sono. Al Roadhouse arriva James, accompagnato da Freddie “Guanto Verde”. James saluta Renee (la ragazza che si era emozionata ascoltando la sua performance due puntate fa), ma suo marito Chuck (Ah! Lui è dunque il Chuck di cui parlava Audrey, quello di cui non ci si può fidare!) lo aggredisce. Ovviamente avere un amico come Freddie aiuta: il ragazzo con il suo guanto verde tocca appena gli aggressori, mandandoli entrambi in terapia intensiva. James e Freddie vengono arrestati, finiscono nelle celle della stazione di polizia dove trovano Naido che continua ad emettere suoni incomprensibili.

Prima di andare oltre ne approfitto per scusarmi per tutte queste continue parentesi, ma ci sono delle cose che devo spiegare nella maniera più breve possibile. Continuiamo.

Las Vegas (ci stiamo arrivando, ci stiamo arrivando!). Nella sezione dell’FBI l’imbranato agente che doveva trovare Dougie porta nella stazione la famiglia sbagliata, scatenando le ire del suo furioso superiore. Intanto Todd, il mandante di tutti i tentativi di uccisione nei confronti di Dougie, viene freddato insieme al suo assistente. Il killer è Chantal, ovvero Jennifer Jason Leigh, che subito dopo aver ucciso i due (sicuramente per conto di Cooper) chiacchiera al telefono con Tim Roth a proposito di roba da mangiare. La conversazione seguente tra i due, hamburger alla mano, a proposito della mancanza di persone da torturare, fa pensare tanto ad una scena uscita fuori da un film di Quentin Tarantino (probabilmente omaggiato tramite i suoi due attori emblematici). Eccoci. Arriva la mia scena preferita di questo episodio. Dougie sta mangiando una fetta di torta servitagli dalla amorevolissima moglie. Mentre mangia riesce ad accendere il televisore, dove stanno trasmettendo “Viale del Tramonto” (capolavoro di Billy Wilder): in uno scambio di battute tra Gloria Swanson, William Holden e Cecile DeMille, quest’ultimo afferma: “Chiama Gordon Cole!” (dovete sapere che Gordon Cole è davvero un personaggio di “Viale del Tramonto”). Dougie, sempre più Cooper, sgrana gli occhi, blocca il film e si dirige lentamente verso una presa elettrica (simile a quella dalla quale era tornato nel mondo reale). Infila una forchetta in uno dei buchi provocando un black out, tra le urla di Naomi Watts: qualcosa mi dice che questa è stata l’ultima volta in cui abbiamo visto Dougie. Se è come penso, cioè che Dougie sta per ritornare ad essere Cooper grazie al nome di Gordon Cole sentito in un film, David Lynch è un fottuto genio. Utilizzare diegeticamente il Cinema come spinta definitiva verso il ritorno alla ragione, come resurrezione dello spirito, è una delle più belle dichiarazioni d’amore mai viste in una serie tv o, più in generale, su un qualunque audiovisivo. Ditemi che anche a voi questa cosa ha fomentato da morire, non fatemi sentire un povero pazzo.

La scena successiva è straziante: ci lascia uno dei personaggi più iconici e rappresentativi della serie. La Signora Ceppo telefona a Hawk per dirgli che sta morendo, ricordandogli le cose che si sono detti quando potevano parlare faccia a faccia. Come sapete Catherine Coulson, l’attrice che la interpreta, è morta poco dopo le riprese di questa stagione di Twin Peaks, e la cosa rende questa scena più toccante che mai. “La morte non è la fine, è un cambiamento”.  Hawk, e con lui Lynch, dà l’addio alla mitica Signora Ceppo. Ci mancherà.

Prima del finale al Roadhouse, dove sorvolerei sulla ragazza che urla, ritroviamo la diatriba assurda tra Audrey e suo marito Charlie. L’uomo, poveretto, ha tutta la pazienza di questo mondo, Audrey tuttavia lo aggredisce vomitandogli in faccia tutto il suo livore nei suoi confronti.

Mancano tre puntate alla fine di Twin Peaks: non ci posso pensare. Continua a succedere di tutto e davvero non abbiamo idea di come potrà finire la serie: è davvero molto difficile poter prevedere gli accadimenti ed è forse proprio questo il punto forte di quest’opera. Tuttavia, in qualche modo, Cooper sta tornando, e noi lo aspettiamo.

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Twin Peaks 2017: Who Is The Dreamer? (Episodio 14)

Mentre quasi tutti sono in vacanza, Twin Peaks sfodera il jolly. Ve lo dico subito, senza perdere tempo: il 14 è l’episodio più bello dell’ultimo mese e mezzo. Una scena bomba dopo l’altra e, nel mezzo, una storia assurda a proposito di un guanto verde, ma ne parleremo più avanti. Non so cosa sia più spiazzante: la notizia che riguarda Diane, il sogno di Gordon Cole, la spedizione della polizia di Twin Peaks, il racconto del ragazzo londinese o Sarah Palmer nel bar. Un po’ tutto diciamo: sono tutti momenti che portano questa puntata a livelli veramente alti di spettacolo e coinvolgimento. Siete pronti? Cominciamo? Forza.

L’episodio parte subito alla grande: Cole telefona alla stazione di polizia di Twin Peaks per parlare con lo sceriffo Truman. Dall’altra parte del telefono non c’è Harry però, come si aspettava Gordon, bensì Frank, suo fratello, che informa il direttore dell’FBI a proposito del ritrovamento delle pagine perdute del diario segreto di Laura Palmer (apro una parentesi che forse avrebbe bisogno di un articolo a parte: potrebbero esserci dei diversi livelli temporali in base alle città in cui si svolge questa stagione? Insomma, ciò che succede a Twin Peaks potrebbe non accadere in contemporanea con ciò che vediamo in South Dakota o a Las Vegas? Il ritrovamento del diario era avvenuto parecchie puntate fa…). Cole viene dunque a sapere che, a quanto dice il diario di Laura, ci sono due Cooper. Nel frattempo Albert e Tammy parlano a proposito del primo caso “Rosa Blu” e Albert domanda alla sua collega cosa significhi questo termine: “Rosa blu è qualcosa che in natura non esiste, è un Tulpa”. Tulpa (grazie google) è un termine tibetano che definisce un’entità incorporea (in generale creata tramite la meditazione, ma non credo che i demoni di “Twin Peaks” abbiano a che fare con la meditazione…). Subito dopo Gordon raggiunge i due insieme a Diane, e nel successivo scambio di battute veniamo a sapere che (ATTENZIONE ATTENZIONE) Diane è la sorellastra di Janey-E, dunque la cognata di Dougie (!!!). L’ex segretaria di Cooper riferisce che, per quel che ne sa, la coppia vive a Las Vegas e Gordon mette subito in allerta la divisione locale dell’FBI per rintracciare Dougie e consorte (evvai!).

Subito dopo, una delle scene più importanti di questa puntata: il sogno di Gordon Cole. Il tema del sogno è sempre stato senza dubbio una delle chiavi per interpretare “Twin Peaks” (per non parlare di “Mulholland Drive”), ciò che accade in sogno ha sempre un senso, un collegamento con la realtà: i sogni di Cooper, se ricordate, contenevano moltissimi indizi per identificare l’assassino di Laura Palmer. Cole racconta così il suo sogno, in una bellissima scena in bianco e nero: a Parigi, Monica Bellucci (!!!) chiede di incontrarlo in un café (a Rue de Montparnasse, ne sono stato certo sin dalla prima inquadratura, e infatti ho trovato conferma in questo frame di Google street view: scusate la mancanza di modestia ma la mia memoria fotografica è imbattibile). Cole avverte la presenza di Cooper, ma non può vederlo in volto. Cole e Monica Bellucci prendono un caffé e la donna dice: “Siamo come colui che sogna, che sogna e che dentro al sogno ci vive”. E subito dopo: “Ma chi è che sta sognando?” (Who the fuck is the dreamer? Scusate l’aggiunta, ma è totalmente spontanea). Allora? Beh? Niente? Vabbè, in qualche modo, si parla senza dubbio di Cooper. Cooper sta vivendo in un sogno? Le esperienze di Dougie sono un sogno di Cooper? Sembra tutto così assurdo. Il racconto di Cole prosegue con il direttore che si gira e rivede se stesso da giovane, negli uffici dell’FBI di Philadelphia. Nella scena (che appartiene a “Fuoco cammina con me”) c’è Cooper che riferisce al suo superiore di essere preoccupato a proposito di un sogno, subito dopo riappare Phillip Jeffreys (che bello rivedere David Bowie) che indica Cooper affermando: “Chi diavolo credete che sia questo qui?” (riprendo la frase dal doppiaggio originale del film). Cole aveva dimenticato questo dettaglio che è riaffiorato in sogno, e pensa che sia qualcosa di molto importante. Anche Albert, presente quel giorno a Philadelphia, ricorda la scena. Per ora non possiamo saperne di più.

Twin Peaks, stazione di polizia. Finalmente quel pezzo di mxxxa di Chad viene arrestato dai suoi colleghi e superiori. Subito dopo Truman, Hawk e Andy seguono Bobby nel percorso indicato dal padre di quest’ultimo. Dopo alcuni minuti li troviamo nel luogo segnato dal Maggiore: qui c’è Naido (la donna senza occhi dell’Episodio 3), stesa nuda per terra, sfinita ma ancora viva. C’è un vortice e Andy sparisce all’improvviso: il poliziotto dal cuore d’oro finisce al cospetto del Gigante, in quella che possiamo definire la loggia bianca (il luogo, fotografato in bianco e nero, dove abbiamo sempre incontrato il Gigante in questa stagione). Il Gigante apre bocca solo per presentarsi: “Io sono il Pompiere” (sappiamo che in Twin Peaks il Fuoco rappresenta il Male e il pompiere è colui che per definizione spegne le fiamme…). Andy comincia un trip in cui vede svariate cose, nell’ordine: La Madre, la nascita di Bob, la pompa di benzina e il mini market con gli uomini neri, l’uomo del bosco che chiede di accendere, fili elettrici (il fuoco moderno, come ci aveva spiegato Hawk), Laura Palmer, Naido, i due Cooper sovrapposti, il telefono della centrale di polizia, se stesso e Lucy, Naido che stringe la mano di Andy, un palo della luce con il numero 6, che dai colori pastello che compaiono credo si trovi a Las Vegas…). Andy torna tra di noi, nessuno dei suoi colleghi ricorda cosa sia successo, Andy suggerisce di portare la donna senza occhi alla centrale, perché è in pericolo e bisogna metterla al sicuro. Una postilla: nei titoli di coda la Madre, o quella cosa che genera Bob e tutto il male, è chiamata “Experiment” (ed è interpretata da un bel pezzo di figliola, tale Erica Eynon).

Altra scena assurda in arrivo: James e un ragazzo dall’evidente accento britannico (scopriremo poco dopo che viene da Londra) fanno una piccola pausa dal lavoro. I due fanno parte della sicurezza presso il Great Northern Hotel (guardate lo stemma sulla spalla) e il ragazzo indossa un guanto verde alla mano destra, con il quale sta frantumando alcune noci. James è sorpreso dal fatto che Freddie, questo il nome del ragazzo, non possa togliersi il guanto, che è come una parte di lui. Ecco che Freddie gli racconta, sotto parecchia insistenza da parte di James, tutta la storia. La faccio breve: era a Londra, vede un vortice e il Pompiere gli dice di andare in un certo negozio a comprare un certo guanto e di infilarselo, in questo modo la sua mano destra avrà una forza incredibile. Poi il ragazzo doveva prendere un aereo per Twin Peaks, dove lì lo attendeva il suo destino. Ed è così che è arrivato a Twin Peaks, dove lavora con James come guardia (bel destino del cavolo!). Prima di passare alla clamorosa scena successiva, James fa un giro dentro la caldaia e il suo sguardo si sofferma su una porta chiusa…

Ora siamo in un bar, dove Sarah Palmer, la donna più inquietante di Twin Peaks, si siede a bere un drink. Qui viene importunata da un camionista che, molto volgarmente, la insulta e la provoca. Sarah Palmer si gira, si apre la faccia (??!!) e mostra al suo gentile interlocutore ciò che ha dentro, prima di staccargli un pezzo di collo con un morso. Mentre il camionista soccombe, la donna si ricompone e chiama aiuto. Ma che diavolo è successo??? Penso sia il momento di spararvi la mia teoria: nell’episodio 8 un insetto gigante, proveniente con tutta probabilità dall’Esperimento, si introduce nella bocca di una ragazza addormentata. Già ai tempi avevamo teorizzato che quella ragazza potesse essere Sarah Palmer, visto che l’età coincideva e che Sarah già dal vecchio Twin Peaks ha sempre avuto strane visioni di Bob, cavalli bianchi e simili. Ora, portando avanti questa teoria, possiamo affermare che l’insetto-mostro dentro di lei stia prendendo il sopravvento sul corpo della donna, rendendola ancora più inquietante di quello che è.

La puntata si conclude come sempre al Roadhouse con una ragazza seduta al tavolo con un’amica, ovvero la figlia di Tina, la donna alla quale aveva telefonato Charlie (il marito di Audrey) per avere notizie dello scomparso Billy. La ragazza racconta di essere stata l’ultima, insieme a sua madre, ad aver visto Billy (l’amante di Audrey). L’uomo era insanguinato e scappava. Tra l’altro la ragazza sospetta che ci fosse qualcosa tra lui e sua madre (motivo per cui Audrey, due puntate fa, parlava di Tina chiamandola “stronza”). Su questo fronte non ne sappiamo di più, ma potremmo escludere la teoria secondo la quale Audrey è ancora in coma e sta sognando tutto (tra l’altro Audrey nell’Episodio 12 aveva detto di aver sognato Billy con sangue al naso e alla bocca, come ha poi effettivamente raccontato la figlia di Tina: ancora i sogni…). La domanda ora sarebbe: chi è questo famigerato Billy, amante di Audrey e di Tina, da due giorni scomparso da Twin Peaks? Al 99% è il possessore del camion usato da Richard per uccidere il bambino nell’Episodio 7. In quella puntata Andy lo doveva interrogare ma il “contadino” (come è citato nei titoli di coda) sparì nel nulla.

Chiudo l’articolo con una teoria espressa da un amico sabato sera davanti ad una birra: nel terzo episodio Cooper veniva allontanato da Naido dall’uscita numero 15. L’agente era poi tornato nella realtà tramite l’uscita numero 3 (e Mike dirà a Dougie che era stato ingannato). Nell’episodio 3 dunque Cooper prende l’uscita numero 3 e finisce a Las Vegas nel corpo di Dougie Jones. Se avesse preso l’uscita 15 sarebbe dunque tornato ad essere Cooper come lo conosciamo? E se l’uscita 3 è collegata all’episodio 3, è possibile che l’uscita 15 possa significare che Cooper tornerà normale nell’episodio 15? Con Lynch non si sa mai, non ci resta che aspettare sette giorni e scoprire se questa teoria corrisponde alla realtà… Nel frattempo, attenzione a ciò che sognate.

Harry Goaz in a still from Twin Peaks. Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

 

Recensione “Big Little Lies” (2017)

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Ci sono alcuni film (o alcune serie, come in questo caso) che riescono ad attaccarsi alle viscere già dalle primissime sequenze: “Big Little Lies” ne è un esempio. Nei minuti iniziali scopriamo che c’è stato un omicidio e non sapremo l’identità della vittima né quella del colpevole fino al termine dell’ultima puntata. Episodio dopo episodio scopriamo che, dietro la facciata borghese e salubre di un paesino sulla costa californiana, si nascondono segreti, tradimenti, moventi (più o meno gravi) che coinvolgono gran parte dei suoi protagonisti. Chiunque può esser stato ucciso, chiunque può esser stato il colpevole. Tuttavia a coinvolgere non è tanto la componente poliziesca, praticamente assente se non per il tormentone ricorrente, quanto il sublime approfondimento psicologico di ogni personaggio, soprattutto femminile, adeguatamente reso da un punto di vista fisico ed emozionale grazie ad un cast di attrici in stato di grazia. Ma procediamo per gradi e raccontiamo come nasce tutto ciò.

Dopo aver letto il romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, Reese Witherspoon e Nicole Kidman si sono fiondate in Australia per convincere la scrittrice a cedere i diritti del suo libro: le due, come chiunque abbia visto questa bellissima miniserie, si erano accorte che i personaggi di Madeline e Celeste sembravano esser stati scritti appositamente per loro. Le due attrici premio Oscar hanno poi convinto Jean-Marc Vallée, che aveva già diretto la Witherspoon nel meraviglioso “Wild”, ad assumere la direzione delle sette puntate della serie che, per coerenza narrativa e registica, ci danno l’impressione di trovarci davanti ad un lungo film di quasi sette ore. Lo stile del regista canadese è figlio del lavoro straordinario fatto proprio con “Wild”: i pensieri dei personaggi sono flash non solo nelle loro menti, ma anche negli occhi degli spettatori, così come le fugaci dichiarazioni dei personaggi di contorno durante l’interrogatorio della polizia, il tutto grazie ad un meticoloso lavoro di montaggio di cui non si può perdere neanche un istante (non è una serie che potete vedere mentre mangiate, perché davvero non potete abbassare lo sguardo neanche un momento). A proposito delle attrici abbiamo già accennato qualcosa: Reese Witherspoon e Nicole Kidman fanno a gara di bravura, Laura Dern e Shailene Woodley riescono a stare al passo, in una serie tutta al femminile in cui le donne, tra solidarietà e rivalità, riescono a tirare fuori le loro migliori qualità per emergere all’interno di un panorama patriarcale in cui i mariti portano il pane a casa e le mogli devono occuparsi dei figli. I bambini poi, da non dimenticare, motore di tutto (è la loro scuola – fanno tutti la prima elementare – ad unire i personaggi adulti), causa di faide tra genitori, motivo di ansia e preoccupazione, pretesto per punire madri “rivali” in un panorama in cui i padri sono costantemente di contorno e non si assumono mai il peso delle decisioni più importanti.

Trame e sottotrame, sia latenti che manifeste, trovano la loro chiusura ideale in un finale (no spoiler, tranquilli) assolato, che porta finalmente un tono di calore dopo quasi sette ore di oceani agitati e cieli grigi. In tutto ciò la colonna sonora ricercata è la classica ciliegina sulla torta (Jefferson Airplane, Janis Joplin, Otis Redding, Fleetwood Mac, Rolling Stones, Neil Young e molti altri…). Le casalinghe “disperate” di Monterey potrebbero tornare in una seconda stagione che però al momento riteniamo non auspicabile, poiché potrebbe intaccare la memoria di una serie senza grandi difetti di sorta. Ad ogni modo forse c’è ancora nel marcio nella cittadina…

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